Buon viaggio, aristogatto
Questa potrebbe essere l’ultima notte per il mio gatto, domani decideremo per la sua eutanasia dopo aver sentito la veterinaria. Non è una decisione facile.
E’ vero che all’ultima visita ci ha in un certo senso sollevato dicendo che la sua fine sarà indolore, perché la malattia lo porterà lentamente dal sopore al sonno, al coma e quindi alla morte. Non soffrirà, ma pensare di vederlo aggirarsi per casa ancora per qualche settimana, forse, con quell’aria stranita e lo sguardo assente, ridotto a sole ossa e pelo, e rifiutare il cibo e bere ogni tanto un po’ di latte o di acqua dal rubinetto, senza nemmeno la voglia di essere grattato dietro le orecchie o sotto il mento, è uno strazio.
Era nato da poche settimane – quindici anni fa esatti – quando portai mia figlia dall’uscita della scuola elementare dentro il negozio di animali. All’inizio volevamo un cane, ma la madre non era rimasta incinta; poi, riflettendo meglio sui nostri impegni di lavoro e sulle necessità che ha un cane, avevamo dirottato la nostra attenzione su un gatto: più indipendente, casalingo, per nulla esigente in fatto di passeggiate e necessità fisiologiche varie. Fatta la scelta, avevamo pensato ad una femmina, meno irrequieta e più amabile rispetto ai maschi, dicevano i libri consultati.
La nidiata di gattini disponibile nel negozio era tutta al femminile: bianche, nere, a chiazze bianche e nere, con la sola eccezione di un maschietto dal lungo pelo fulvo e bianco ed una macchia nera sulla zampina. Quando mia figlia li vide sgranò gli occhi dalla contentezza. La invitai a sceglierne uno, ma fra una dozzina come si fa a prenderne uno solo, e con quale criterio? Spiegai alla proprietaria che volevamo un gattino affettuoso, coccolone, tranquillo; senza indugi prese l’unico maschio della cesta, il rosso, e lo mise tra le mani della bimba.
Fu un amore a prima vista, nostro verso quel batuffolo di pelo lungo, e viceversa. Se lo mise delicatamente dentro il cappottino ed uscimmo.
Nella cucina del ristorante mia moglie fece le sue rimostranze di rito, ma anche per lei fu subito attrazione fatale.
La mia piccola non ci mise molto a trovargli il nome che non poteva che essere quello di un aristogatto, Matisse, un gatto geneticamente speciale (raramente i maschi sono tricolori) che ci ha distrutto i divani, rifiutato le leccornie che portavamo dal ristorante per i banali prodotti industriali, ma che ci ha accompagnato in questi lunghi quindic’anni.
Anche per lui è arrivata l’ora di partire. Non mi vergogno a confessare che mi viene il groppo alla gola. Ciao, Mati.













Chissà se c’è un Paradiso dei gatti….Io penso di sì, dove possano farsi le unghie su meravigliosi divani, dormire su comode poltrone dai morbidi cuscini, mangiare inenarrabili leccornie feline, ricevere fantastici grattini dietro le orecchie che scatenano fusa tali da essere confuse con tanti motorini…
Matisse, in quel Paradiso troverai ad aspettarti i miei amatissimi Mamao, gattina fascinosa bianca e nera, dal musino rosa confetto, e Nerone, micione compagnone sempre pronto alla gozzoviglia gattesca, grande estimatore del bidone dei rifiuti di casa.
Ho sentito giusto oggi che Matisso è malato.. mi dispiace un sacco. Dagli una grattatina anche per me.
:(
non ti nascondo che penso con terrore al giorno in cui dovra’ accadere anche per i miei due cani…
Ho accompagnato ormai diversi amici a quattro zampe nell’ultimo sonno e tutte le volte è un grande dolore…:(
Mìgola
buongiorno Maurice, anche se quando ci tocca l’ultimo atto di amore verso i nostri animali, non può esserlo… ci sono passata anch’io con una micia della stessa età e tre cani, anche loro 13/14enni, so cosa vuol dire. Se posso solo permettermi di darti un consiglio, non fare come tante persone che dicono: basta, mai più animali, si soffre troppo. Cerca una altro amico fedele che ne prenda il posto, nella vostra casa e nel vostro cuore, anche se può sembrare un tradimento verso chi non c’è più (e NON lo è ) vi aiuterà a lenire il vuoto e il dolore e manterrà di
Matisse un ricordo più sereno
un caro saluto (specie a tua figlia…)
marina
Ti capisco e mi commuovo con te. Ho avuto un’amatissima cagnolina per tredici lunghi anni (dai miei 11) e so cosa vuol dire. Ancora adesso, quando ci penso, mi vengono le lacrime agli occhi.
Un abbraccio
sono arrivata per caso sul tuo blog… e leggo questa amara notizia. E’ duro separarsi da un affetto familiare che ci ha acompagnato per tutti questi anni, ma come dici tu, piuttosto che vederlo ridotto in fin di vita, è meglio accompagnarlo dolcemente alla fine, tenendogli le zampine tra le mani.
ti abbraccio, giulia
chef, secondo me ti sei ibernato
Ci sono, ci sono. Ho solo un po’ di roba da fare. Grazie a tutti.
E’ durissima .. davvero. Ero in cerca di altro sul tuo blog …
http://artetecaskitchen.wordpress.com/2009/09/11/in-loving-memory/
Alla prossima
Fabrizio