Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0


L’errore delle liberalizzazioni, anche a sinistra 0

Scritto il 20 gennaio 2012 da Maurice

Il leitmotiv di chi sostiene le liberalizzazioni, anche nel PD, è che nell'economia moderna esse sono un atto dovuto, non si può farne a meno, perché così vogliono i mercati il cui verbo sacro è "concorrenza", che farebbe risparmiare centinaia di euro (ognuno spara la cifra che preferisce) ad ogni famiglia italiana.
Già su quest'ultimo aspetto c'è molto da discutere. E' proprio vero che la concorrenza abbassa i prezzi? Basta fare un piccolo calcolo: prendete, se ce l'avete ancora, una vecchia bolletta di casa della Telecom o ancor meglio della Sip, e fate il confronto con quanto spendete oggi. Rapportata all'euro, quale famiglia spende oggi al bimestre 20 o 30 euro, tasse comprese? Eppure è questa la bolletta media di una famiglia di qualche anno fa, che non telefonava all'estero e stava attenta a non sbracare con la teleselezione, quando ancora esisteva.
Si dirà che adesso assieme al telefono c'è internet, la possibilità di inviare Sms e MMs e tutto il resto. Ma sono "servizi" in più per gonfiare la bolletta, per giustificare ulteriori profitti, mica per parlare di più a costi minori.
E poi, da chi saranno sopportati i minori costi del consumatore? Non certo dai produttori, non certo dagli intermediari, ma ancora una volta dall'ultimo anello della rete distributiva.

In prima elementare mio figlio subì il diktat della nuova pedagogia "moderna": basta aste e cerchi, basta calligrafia, basta lettere e poi sillabe, basta regole di grammatica, subito con le parole complete a formare le frasi. Ne è risultata una generazione di galline, la cui scrittura è peggio di quella dei medici, senza conoscenza della grammatica e della sintassi.
E' andata meglio a mia figlia, che ha scontato il fallimento della "moderna" pedagogia per ritornare ai vecchi metodi didattici.
Lo stesso è capitato a me nel lavoro, quando il magico verbo "moderno" (ed americano) della rete distributiva era lo scorporo contro le posizioni di rendita. Chi è venuto dopo di me si è visto accorpare, secondo i vecchi metodi, perché nella vendita 2 più 2 non fa quattro, ma quando va bene fa 3.

Ora scontiamo le liberalizzazioni, perché così vuole il mercato. Finché fra qualche anno i guru dell'economia (americana) diranno che le ricerche avranno dimostrato che per il consumatore esse non avranno portato nulla di positivo, ma anzi nuova disoccupazione e grandi profitti per pochi e grandi gruppi.
Ed allora passo indietro a promuovere un nuovo rapporto tra erogatore di beni o servizi ed il cliente, vero destinatario dei benefici.

E' sbagliato il metodo. Hanno ragione i tassisti a dire che non sono le nuove licenze il problema. Il vero nocciolo della questione sono i soldi che mancano. Alle famiglie, che vedono restringersi i margini di spesa. Alle imprese, che non possono investire.
Occorre innovare sì, ma in nuovi prodotti, in qualità della vita, in sviluppo, e qui entra in funzione il cervello, l'inventiva, la ricerca.
Gli ultimi vent'anni di politica hano dimostrato che non basta promettere le riforme per modernizzare il paese: occorrono teste nuove, e giovani. Come diceva Aleardo: è più facile cambiare gli uomini che la testa degli uomini.

Tassisti, banche e foglie di fico 0

Scritto il 18 gennaio 2012 da Maurice

Sono patetici i tassisti in rivolta contro le minacciate liberalizzazioni. "Ho pagato 250 mila euro per la licenza, ed ora vogliono espropriarmela" è la lamentela più diffusa di questa casta politicamente ben posizionata ed organizzata, una sorta di foglia di fico dietro cui nascondere la propria nudità.
Ed allora? Domandate a qualsiasi salumiere o commerciante di bottoni o ristoratore quanto ha dovuto spendere per mettere su la propria attività. Già sotto questo profilo non ci sono proporzioni con chi ha come capitale solo una vettura, acquistata – oltretutto – con mutui a tasso agevolato o contributi a fondo perduto.

Ed una volta che il commerciante o l'esercente vendono l'attività (ammesso che ci riescano), quanto pensate che realizzino della loro licenza? Uno zero bello tondo, dal momento che le licenze da tempo sono state liberalizzate nel commercio ed il cosiddetto avviamento non conta più di una zucchina moscia.
Un tempo esisteva l'avviamento, appunto. Un commerciante poteva sempre vantare il giro di clientela fidelizzata, dimostrare come il proprio negozio o il proprio esercizio potesse contare su una rendita consolidata, frutto di anni e anni di lavoro e di rapporti interpersonali con il cliente. Eppure la liberalizzazione delle licenze commerciali ha cancellato con un colpo di spugna tutto questo (forse anche a ragione, visto che il rapporto di bottega era ed è basato su una stima reciproca).
Ma il tassista quale clientela fidelizzata può proporre? Se vado a Milano o a Roma in treno o in aereo userò poi il primo taxi che trovo libero, non cerco il Giuseppe o il Tonino che mi ha trasportato il mese o l'anno scorso, ammesso che io sappia il suo nome e che lui sia libero.

Il tassista nella sua protesta è nudo, come le banche dopo la crisi dei subprime.
In tempi in cui le banche comperano il denaro alla BCE all'1%, lo versano alla stessa BCE e chiedono l'8-9% ai clienti superfidati, anche i clienti si danno da fare per trovare la banca che dia loro una mano.
Lo ha detto chiaramente – e si sta dando da fare in questo senso – Fiorenza Mursia, dell'omonima casa editrice, ai microfoni di Myrta Merlino a L'aria che tira su La7. Non si può pretendere che l'economia riparta senza soldi: finché le banche non allenteranno i cordoni della borsa, attente più ai vari Basilea 3 e 4 che alle esigenze della propria clientela, ha un bel dire la cancelliera di rimettere i conti a posto.
Senza investimenti non ci sono entrate, se il reddito delle famiglie e delle imprese langue sempre di più, che senso ha presentare un bel bilancio, scritto bene, ma paurosamente in rosso alla voce Entrate?
E' venuto il momento che chi è in proprio si dia una mossa per organizzarsi. Su Facebook Fiorenza Mursia ha appena aperto una pagina, Io conto, che segnalo ed invito a condividere, non solo in maniera virtuale ma fattivamente, organizzandosi assieme agli altri perché l'aria cambi, ed al più presto. Abbiamo bisogno di ossigeno, non di foglie di fico.

Voglia di lavorare poca 2

Scritto il 14 gennaio 2012 da Maurice

Nell'anno appena passato la borsa di Milano ha perso il 25,28%. Chi ha "giocato" 1 milione di euro a Piazza Affari nel 2011 si è ritrovato in saccoccia a fine anno neppure 750 mila euro. Proprio un bel risultato, e spero con tutto il cuore che l'andamento vada avanti così, o anche peggio. So di attirarmi sul capo tutti i fulmini e gli epiteti poco cortesi di chi affida le proprie e le altrui fortune finanziarie all'andamento dei titoli quotati, ma ben gli sta.

La borsa serve – o dovrebbe servire – a capitalizzare o ricapitalizzare le imprese: in termini molto banali, ho bisogno di ingrandire la mia azienda, fare nuovi investimenti, creare occupazione (si spera) ed ecco venirmi incontro la borsa con i suoi investitori che immettono capitale fresco sui miei titoli, e dandomi quindi la possibilità di attuare i miei progetti.
L'anomalia è che al profitto derivante dalla produzione moltissime aziende, per non dire tutte, hanno sostituito la ricerca dello (sperato) guadagno immediato nella speculazione borsistica. Diciamo a chiare lettere che non c'è nulla di male nella speculazione, nel comperare qualcosa che pensiamo salga di valore, ed a quel punto nel vendere il bene rivalutato.
Il grave è che nell'economia attuale il guadagno finanziario è andato sostituendosi a quello industriale. Aziende moderne, innovative, con un prodotto di successo si trovano sull'orlo della crisi perché il proprietario ad un certo punto ha cessato di investire sulla propria idea per tentare la via del guadagno borsistico facile.
Ma, si sa, la madre degli idioti è sempre incinta ed anche una matricola della facoltà di economia sa che più alto è il guadagno, più alto è il rischio. E difatti piazza Affari, in maniera non difforme dalle altre piazze, ha lasciato sul terreno un quarto del suo valore nell'ultimo anno.

Che c'azzecca questo discorso con il nostro piccolo ristorante? C'azzecca, c'accezza, più di quanto si possa pensare.
La mazzata che mi è capitata sul capo (nel vero senso della parola) la notte di Natale ci ha posto di fronte all'urgenza di trovare una soluzione di vendita del nostro locale. Poniamo che mi capiti un'altra ischemia (10% di possibilità a breve termine), stavolta grave, dobbiamo chiudere ed in pratica perdiamo tutto; meglio vendere allora, considerando anche che la pensione è vicina ed i figli hanno preso altre strade.
Rispetto a quanto viene investito ogni ora in borsa, noi chiediamo una piccolissima briciola in cambio di un'azienda – muri compresi – che ha un secolo e mezzo di storia alle spalle, che ha dato da vivere a generazioni, che ha un suo futuro, solo che qualcuno abbia idee e voglia ed entusiasmo di lavorare.
Purtroppo esistono solo due categorie di compratori: quelli che hano tutte queste qualità ma non hanno fondi a disposizione, e quelli che ce li hanno ma preferiscono perderli in borsa (e, ripeto, ben gli sta).

Comunque la si pensi sulle liberalizzazioni (e questo chef non è fra gli entusiasti), esse hanno un importante intento nascosto: incentivare chi ha voglia di lavorare ad industriarsi in settori oggi ridotti a riserva di caste. Il problema è che, una volta fatte, le liberalizzazioni (e con loro la modernizzazione del Paese) rimarranno lettera morta se chi può investire non ha voglia di lavorare, o di far lavorare qualcun altro.
L'Italia non cresce da molti anni e non continuerà a crescere se non ci saranno investimenti nell'economia reale. Questo è poco ma sicuro.

Chi ci capisce qualcosa è bravo 2

Scritto il 12 gennaio 2012 da Maurice

Tutti hanno ragione e tutti hanno torto. Non c'è giorno che passa che non veda l'affermazione o la confutazione nei fatti di una qualche teoria economica, perché di teorie si tratta.
Le borse sono ottimiste e chiudono con il segno positivo, e lo spread va su, il giorno dopo chiudono in ribasso e lo spread va giù. Anche gli addetti ai lavori ammettono di non capirci più nulla, figuriamoci chi non ha mai masticato di economia o chi ha qualche infarinatura da esame universitario fondamentale sì – come si diceva una volta -, ma marginale rispetto al piano di studi.
Se i valenti economisti avessero avuto ragione (nella maggioranza), non sarebbe esplosa la crisi immobiliare Usa e non saremmo qui a leccarci le ferite. Sì, qualcuno l'aveva prevista, ma era sempre una qualche voce isolata – di un'altra scuola di pensiero diversa da quella dominante – e non è stata recepita per tempo.
In Italia si diceva che era Berlusconi l'agente negativo; bene o male è stato messo da parte, ma lo spread continua a salire. Era necessaria una manovra forte per rimettere i conti in sesto, Monti l'ha fatta ma la situazione dei mercati non è cambiata. Ora ci apprestiamo alle riforme strutturali ("Una alla settimana") ma gli investitori non mostrano grande fiducia nel sistema Italia ad ogni asta dei Btp.
Non c'è alcun complotto massonico-giudaico-eccetera-eccetera, ma non è un mistero che tutta l'economia mondiale è dominata da poco più di 160 grandi gruppi finanziari e chi fa alto e basso sono solo una mano di operatori capi mandria. Qualcuno ha calcolato che – dopo le mazzate della borsa – bastano "poche" centinaia di miliardi di euro per portarsi a casa l'intero sistema bancario italiano. Che sia questo il vero obiettivo?
Il denaro non ha colore politico. Lo sanno bene il progressista Zapatero come il conservatore Berlusconi, e ne hanno fatto le spese. Il denaro non ha neppure matrice ideologica, tanto che i liberali Stati Uniti si contendono il primato economico con la comunista Cina o lo scovinismo socialista del Brasile.
L'unica cosa che sappiamo tutti è che non basta cambiare il 4-4-2 per vincere la partita. Occorre una buona squadra di campioni, un bravo allenatore, una società sana, un arbitro senza macchia e senza paura, un pubblico che sostenga ed un pizzico di fortuna. Sperando che nessuno si accordi sotto banco per un pugno di soldi.
Ed anche se si dice "giocare in borsa", l'economia è tutt'altro che un gioco: l'importante non è partecipare, ma vincere tutto il monte premi. Con qualsiasi mezzo e al ogni costo. Umano.

Come i moschettieri 5

Scritto il 10 gennaio 2012 da Maurice

I miei figli mi dicono che sto diventando vecchio perché mi piace Extreme Makeover. Dicono che quando si diventa vecchi si diventa sentimentali. Se fosse per questo sono vecchio da molto tempo, perché mi commuovo a rivedere per la ventesima volta Message in the Bottle o a sentire l'Inno nazionale.
Però un po' hanno ragione.
Ho avuto la fortuna di avere tutta la famiglia riunita dopo molti anni per le festività appena passate.
Un giorno ci siamo trovati mio figlio ed io attorno ai fuochi della cucina, mentre in sala imperavano le donne di casa: moglie, figlia e quasi nuora. E' stato il giorno più importante di tutte le vacanze, come incasso ma anche per l'affiatamento dei e tra i reparti, la coordinazione, l'allegria, l'entusiasmo di tutti. In quel momento ho assaporato il sogno che vorrebbe ogni genitore: un'azienda dove lavorano le diverse generazioni, ognuno con il suo compito, come i moschettieri.
Ma è stato solo un sogno. La figliola ha già ripreso il suo tirocinio universitario, il figlio domani ripartirà per Parigi, con il suo carico di progetti per aprire il suo ristorante con la sua compagna in terra francese. A noi lasciano il magone. C'est la vie.

Se di vecchiaia vogliamo parlare, questa la possiamo misurare in altro modo.
Mio figlio mi ha portato un bel po' di idee e di ricette che ha sviluppato in questi anni. Lo invidio. Invidio il suo entusiasmo, quello che avevo anch'io fino a non molto tempo fa. Oggi, forse anche a causa della sberla che ho preso la notte di Natale, mi sento stanco. Dentro. Basta un attimo per non esserci più, per gettare al vento anni ed anni di lavoro e di progetti. E le prospettive del mondo esterno sono anguste, grigie.
Spero di tener duro fino a vederli realizzare i loro progetti, i loro sogni. In ogni caso qualcosina di me ci sarà comunque.
 

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