Mar 30 2007

Gabbiano della Notte

Scritto da Maurice

mercoledì 28 febbraio 2007

Zaino e troller

Quarant’anni non sono facili da portare. Era solo ieri che si andava in discoteca, si cazzeggiava tra i corridoi della facoltà, si facevano le ore piccole con le amiche guardando il dvd appena scaricato dalla rete. Era l’età dell’amor, degli amici e dell’avventura, come cantava Françoise Hardy negli anni ’60.
Poi di colpo, senza rendersene conto, si ci ritrova con un’altra persona a fianco, uno o più figli da allevare, curare, seguire, far crescere nel migliore dei modi. Ed arriva la crisi, quella che potremmo definire la sindrome da quarant’anni.
Non c’è più il tempo, ma forse neanche la voglia, di mettere insieme due t-shirt e quattro mutande e partire alla volta dell’Irlanda o dell’Olanda, dallo zaino si passa al trolley, più comodo. Kerouac passa nella seconda fila della libreria, oscurato dai più recenti best-sellers di tendenza.

La sindrome colpisce più le donne che gli uomini, impegnati questi ultimi nella guerra aziendale per l’incarico più in alto e più remunerato, nel lasciar un segno del loro passaggio ovunque.
Un tempo la quarantenne rappresentava la donna, senza definizione, la donna punto e basta. Catherine Deneuve era il prototipo: bella, affascinante, vissuta ma non andata, di una bellezza passata ma non trascorsa direbbe il Manzoni. A quarant’anni una era donna. Oggi, che a quattordici uno è ancora definito un bambino, che a sedici si è oggetto di pedofilia, i quaranta sono l’età della gioventù non-gioventù, l’uovo alla coque, non crudo né sodo.
Le donne spesso reagiscono regredendo. Ed allora le vedi rubare la minigonna alla figlia minore senza accorgersi delle prime implacabili vene varicose, o esporre l’ombelico dal top, ma anche le impietose smagliature.
Quando la crisi diventa più profonda cercano un’identità che non hanno ancora trovato, sospirano della routine quotidiana, disilluse di non aver trovato il principe azzurro, convinte che ogni progetto sia ormai finito, se mai c’è stato un progetto.
L’errore di fondo sta proprio in questo: credere nel tutto e subito. Chiariamo: non è tutta colpa nostra. Quando lo scrittore di grido è poco più di un bambino non c’è molto da star allegri se a quarant’anni non si è ancora pubblicato nulla.
Occorre però capire che viviamo in un mondo di falene che nascono alla mattina, brillano per un giorno e muoiono alla sera. Sono le aquile che continuano a volare alto.

lunedì 26 febbraio 2007

A me gli occhi

Si è soliti dire che gli occhi sono lo specchio dell’anima, e per questo tutte le tecniche di vendita impongono di guardare diritto negli occhi l’interlocutore. C’è modo e modo di guardare, però.

Personalmente odio quelli che mi fissano insistentemente, modello interrogatorio di Quantico, quelli che non si capisce se stanno facendomi i raggi X alla scatola cranica o vogliono farmi sentire colpevole di aver stuprato otto vecchiette e di essere la mente occulta della rapina sul Glasgow-Londra.
Normalmente questi tipi sono usciti da qualche business school, quelli che hanno imparato a memoria il manuale del perfetto venditore e non lesinano a metterlo in pratica in qualsiasi occasione, anche se devono solo dire l’ora o acquistare un pacchetto di sigarette. L’effetto che mi fanno è esattamente il contrario di quello che vorrebbero loro: più mi fissano intensamente, più volto lo sguardo da un’altra parte. Mi danno fastidio.

Da qualche anno questa tecnica “di vendita” è usata ed abusata da un certo gruppo di peones del nostro zoo politico. Fateci caso.
Appena si accende la lucetta rossa della telecamera l’intervistato di turno non degna più di uno sguardo il giornalista, e fissa la lente come se stesse scrutando dentro un microscopio.
“Onorevole Pinco Pallino, qual è la sua opinione sui recenti fatti?”
Il microfono del giornalista si sposta sotto le labbra dell’onorevole peone e scatta la tecnica del venditore: occhio fisso all’obiettivo, neppure un battere di palpebre, il giornalista potrebbe anche essere Sharon Stone in solo tanga, ma da quel momento viene ignorato completamente.
Ma cosa vuoi vendere? Pensi forse di essere più credibile? Già è brutto di suo, Ignazio La Russa, e quando mi fissa con quel suo occhio da sgombro lesso mi fa solo venire il voltastomaco, e non riesco proprio a guardarlo (ad ascoltarlo, poi, mi aspetto sempre lo slogan finale dello spot della Fiat, e solo dopo mi accorgo che non c’è Baldini a fare da spalla).

Non riesco a credere che ci sia qualcuno che pensi che questo è un atteggiamento naturale, per cui è naturale anche credere a quello che dicono. Sono come quelli dei call center, ma qualcuno ci cade sempre.

venerdì 23 febbraio 2007

Pulizie di primavera

Tutto è relativo. Per me che riposo al giovedì, il venerdì è lunedì, comincia la settimana, per tutti gli altri venerdì è venerdì. Ed è un giorno bello perchè stasera torna a casa Lassie, la figlia universitaria che mentre scrivo sta sudando freddo di fronte al professore esaminante.
Ed è un giorno bello perchè con lei torna a casa il suo notebook. Gira il mondo. Il secondogenito ha la mission di sfruttare maglioni, pantaloni e t-shirt del fratello maggiore, tutti i figli sfruttano la tecnologia (leggi: il pc) dei genitori, finchè arriva il giorno che i ruoli si invertono. I figli acquistano il notebook più avanzato, ed al genitore la mission di sostituire il proprio organetto con una tastiera più aggiornata.
Non vedo l’ora che arrivi questa sera. Finalmente risetto questa carretta che è intesata di file spersi per l’hd, file che nessuno reclama e piangono come particelle di sodio. Finalmente darò un taglio a tutti i download clandestini: non sono ancora connesso alla rete che qualche programma comincia ad autodaunlodarsi. Ho girato mezza bloggosfera inviando neppure 2 MB, ma l’icona in basso a sinistra continua ad accendersi e spegnersi, 13 MB scaricati. Ma chi vi vuole? Avete pagato il biglietto? Se il software è crakkato, perchè continuate ad aggiornarlo? Io voglio andare in bicicletta, inutile che mi mettiate il motorino sotto il sedere.
Stasera si resetta tutto. Pulizie di primavera. Poi installiamo solo ed unicamente quello che voglio io. Ed il vecchio organetto diventa Linux.

giovedì 22 febbraio 2007

Gli uomini d’onore

Per due, ripeto due, imbecilli, metà degli italiani sta facendo una figura di merda, quella metà che ha votato per questo governo, e sessantamilioni – l’intero Paese – sono la barzelletta di fronte a tutto il mondo.
E non mi si venga a dire che è stato colpa dei tre senatori a vita, perché comunque ci sarebbe stato un voto di parità.

Primo. Non si può tenere il culo su due sedie. Se si accetta di governare, non si può sottoscrivere un accordo e poi andare in piazza a manifestare contro. O l’uno o l’altro, costi quel che costi. Non è possibile pensare di aumentare il proprio manipolo di voti governando e nel contempo fare opposizione, per tener buono il proprio elettorato. Si può dissentire, anche pesantemente, ma al momento di tirare le somme la parola è parola, almeno per uomini d’onore. Vuol dire che qualcuno non è uomo d’onore.

Secondo. E’ troppo facile dire, dopo, che uno è già stato espulso dal partito e l’altro si è dimesso. Troppo facile. Chi li ha messi in lista quei due ha le stesse responsabilità politiche delle loro azioni. E se i segretari dei partiti che li hanno candidati fossero uomini d’onore, se ne andrebbero, ma non sonocertamente uomini d’onore.

Terzo. In tutti i dibattiti i compagni di partito di quei due si sono difesi dicendo che da tempo è in atto un disegno tendente a far fuori la sinistra radicale, per far entrare nel centro sinistra i moderati di Casini & C.
Se ho il vago sentore che mia moglie possa tradirmi, cercherò in tutti i modi di riconquistarla, di tenermela stretta, di fare tutto ciò che ama purchè rimanga con me. Se però non mi interessa, allora posso anche incolparla un giorno sì ed un giorno sì di tradimento: lei avrà tutto il diritto di “macchiarsi di una colpa” che non ha. Anche se è una donna d’onore.

Quarto. La vicenda si è conclusa con due uomini d’onore che hanno mantenuto la parola data, come chiedeva Fini: Prodi e D’Alema. Il ministro degli Esteri, in sintonia con il suo premier, aveva annunciato che o c’era una maggioranza sulla politica estera o tutti a casa. Non c’è stata e se ne sono andati.
La politica è una cosa seria, si amministra lo Stato, si dirigono sessantamilioni di persone. Non si possono sparare cazzate ad ogni pie’ spinto, incolpando magari i giornalisti di aver frainteso, o pensando di essere al bar Sport o allo stadio. Le parole hanno un peso, almeno tra uomini d’onore.

mercoledì 21 febbraio 2007

Nel DNA


Prima o dopo doveva succedere. Tira e tira e la corda si spezza. Se c’è una caratteristica fondamentale della sinistra italiana, come un DNA, è la sua vocazione al masochismo.

martedì 20 febbraio 2007

La casa da piccolo

Abitavamo al terzo ed ultimo piano di una casa che si affacciava sul Canal Vena. Per me, che avevo cinque anni, tutto sembrava grande: avevamo un grande tinello con il tavolo da pranzo al centro, in legno lucido come la credenza su cui poggiava un grande apparecchio radio, anch’esso in legno, con uno schermo che si illuminava di un giallo tenue quando veniva acceso. Ricordo ancora le note della sigla del Giornale Radio che ascoltavamo alla sera, durante la cena, in religioso silenzio, note che nel mio immaginario apparivano sempre drammatiche, foriere di chissà quali catastrofi. Delle notizie che ci giungevano non ricordo nulla, erano così distanti e spesso incomprensibili per me, se non una, relativa a mio padre, con tanto di intervista, per un atto di eroismo professionale che lo aveva portato per qualche decina di secondi alla ribalta nazionale, lui, unico, che aveva sfidato la nebbia della laguna veneziana portando a destinazione, senza radar e con la sola navigazione a memoria, il vaporetto con il suo carico di passeggeri. Eravamo orgogliosi di avere un eroe in famiglia.
Dal tinello, passando per la cucina, si andava in terrazza, grande tanto da poterci giocare, che si affacciava sul giardino interno. Una pianta di glicine si era sviluppata nel tempo in maniera così enorme che da terra si era arrampicata fino al nostro piano, ed io potevo sedermi sui suoi rami che entravano fino alla nostra terrazza. In primavera il glicine era bellissimo, carico di profumati fiori color lillà dal sapore zuccherino, e quando perdeva quei grappoli colorati rimaneva il suo intenso fogliame che ci rinfrescava nei caldi pomeriggi estivi.
Un lungo corridoio percorreva tutta la casa, dal tinello alla camera da letto dei miei genitori, e le sue finestre si affacciavano sulla calle che terminava sul ponte collegante le due sponde del Canal Vena. Da una delle finestre del corridoio vedevo sotto di me il negozio di alimentari della Carla; mi sporgevo e la chiamavo a gran voce storpiandole il nome, perché non riuscivo a pronunciare la erre. Lei allora usciva dal negozio, mi salutava, metteva nel cestino che avevo calato con una cordicella le caramelle alla menta che amavo tanto, e diceva sempre qualcosa di carino, perché ricordo che mi faceva sempre sorridere.
All’altra estremità della casa, sopra il canale, c’era la camera dove, in un piccolo lettino, dormivo in compagnia dei miei genitori. Attorno ai cinque anni più che dormire passavo intere giornate a letto, costretto da una qualche malattia che dev’essere stata grave se ogni giorno, alla mattina ed alla sera, un’infermiera veniva a praticarmi due iniezioni. Erano due appuntamenti molto dolorosi, una volta da una parte, l’altra volta dall’altra, a cui mi sottoponevo con rassegnazione perché mi avrebbero fatto guarire.
Le giornate erano interminabili: per ore rimanevo a guadare il soffitto della camera, illuminato dai riflessi del sole sull’acqua del canale sottostante che arrivavano frammentati dalle imposte semichiuse. Era un caleidoscopio in continuo movimento ed ogni barca che passava creava nuovi giochi di luce sopra la mia testa.
Non conoscevo l’orologio, ma dalle voci, ora concitate, ora tranquille, ora addirittura assenti sapevo se era mattina, o l’ora del pranzo o il primo pomeriggio.
Su quel lettino ho imparato a leggere da solo le prime parole: mia mamma mi aveva portato uno di quei calendari che è sopravissuto a decenni di storia, stampato in nero e con le domeniche in rosso, con le fasi lunari e lo spazio per qualche appunto vicino ad ogni data. Partendo dalla domenica in rosso, sapevo che il giorno dopo era lunedì, poi martedì, e così via, e ricordo il suo sorriso quando rispondevo esattamente alle sue domande su quale giorno della settimana era una certa data. Avevo anche delle matite colorate, con le quali riempivo grandi fogli bianchi; quando non le usavo erano riposte ordinate sul comò della camera, vicino alla scatola in alluminio delle siringhe ed alle confezioni di iniezioni.
Di quella casa ricordo l’odore di pulito e della cera che rendeva lucidi i pavimenti. Era il mio rifugio ed un po’ anche il mio carcere, senza fratelli o piccoli amici che condividessero con me le lunghe ore solitarie, quando la mamma ed il papà erano fuori a lavorare.

Quando si dice informazione

Repubblica di oggi dà notizia degli aumenti tariffari di Trenitalia, che entreranno in vigore ad ottobre.
Non ho ben capito la scelta editoriale di darne notizia oggi, sei mesi prima che entrino in vigore.
Che senso ha anticipare di sei mesi la notizia? Dobbiamo cominciare a risparmiare per i futuri aumenti? Dobbiamo cominciare adesso a protestare? O si tratta solo di creare ulteriore malcontento, visto che abbiamo così poco di cui stare felici?

domenica 18 febbraio 2007

Purtroppo

Alla fine non è successo nulla, purtroppo. Centomila, duecentomila persone (anche la matematica è un’opinione in politica, dipende dai punti di vista) ieri hanno sfilato pacificamente a Vicenza, purtroppo. Non vi sono stati incidenti neppure marginali, purtroppo.

Ce l’avevano smenata per una settimana. Sembrava che a Vicenza sabato 27 febbraio 2007 dovesse succedere la Rivoluzione Francese atto secondo, forse la presa della Bastiglia, forse l’assalto al palazzo d’inverno, ed invece non è successo nulla. Purtroppo.

Nei tg nazionali mancava solo quest’avverbio: purtroppo. Sicuramente lo sperava la destra, in modo da poter mettere alla gogna questo governo e la sua maggioranza, ma ancor più lo sperava lo sciacallaggio giornalistico, che se non c’è il morto, o almeno il casino generale, non ha trippa di cui cibarsi.

L’ordinario, si sa, non fa notizia. C’è stato un solo caso al mondo di quotidiano buonista, senza cioè notizie di nera, ma è durato il tempo di una stella cadente. Il giornalismo, come pure la televisione di intrattenimento, si nutre di carogne, di cadaveri putrefatti, di fatti di ordinaria follia, di scelleratezze di ogni tipo, di personaggi fuori di testa e di ogni canone di normalità. Ricordo i miei primi passi all’ANSA dove ho imparato le basi del giornalismo: un morto non fa notizia, già con tre si cominciava a muoversi.

Facciamoci caso: ogni giorno centinaia di cani un morsicone ad una chiappa del loro padrone lo danno. Ma non fa notizia. Succede invece che un cane abbia i marroni girati più del solito e lasci segni più profondi ad un solo umano, ecco che fa notizia, ma non solo: come per incanto spuntano da tutta la penisola decine di casi simili, come se la razza canina si fosse data appuntamento tutta nello stesso giorno per sfoderare i denti.

Ne risulta un quadro distorto e devastante.
Uno, due, tre neonati vengono abbandonati in un cassonetto? tutte le madri vengono messe sotto accusa. Uno, due, tre casi di videofonini pruriginosi mostrano su You Tube le perfomance sessuali in classe? Tutti i ragazzi sono diventati dei palponi maniaci, e tutti gli insegnanti dei depravati.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Quando l’anormalità diventa fatto quotidiano, non fa più notizia.
C’è qualcuno a cui interessa quanti morti ci sono stati stamani a Bagdad per la solita autobomba o per il solito kamikaze? Ormai è prassi quotidiana, e non interessa più a nessuno.

Viviamo l’età degli scandali. Se non c’è scandalo non c’è notizia, se non c’è notizia non c’è interesse, se non c’è interesse non c’è audience e non ci sono vendite. Se però lo scandalo diventa ordinario, chissenefotte.
Purtroppo.

venerdì 16 febbraio 2007

Nuovi vecchi pirla


Non sono un ragazzino, quindi ho già passato la prima stagione delle BR, i cosiddetti anni di piombo. Ed allora come oggi ho sempre considerato i brigatisti come dei pirla.
Mettiamoci nella loro ottica. Le BR volevano e vogliono abbattere lo Stato borghese, fare la rivoluzione armata, e tutto il resto della loro ideologia. Siccome - e lo sanno bene - nessuno o quasi in Italia è disposto ad imbracciare il mitra per abbattere questo Stato, anche se abbiamo centomila cose su cui recriminare e da contestare, allora la loro strategia è sempre stata quella di colpire i “simboli” dello Stato borghese.
Gambizzare Montanelli, assassinare il direttore del Petrolchimico di Porto Marghera o qualche più o meno insigne professore universitario, che senso ha? Sono questi i “simboli”? E’ come se un ateo, per abbattere la Chiesa Cattolica, andasse in giro a fracassare le statue della Madonna o a far fuori il padre priore di qualche convento. Bisogna essere proprio dei pirla.
L’unica azione “rivoluzionaria” che hanno portato a termine è stato l’omicidio di Aldo Moro, con tutti i chiaroscuri che ancor oggi ci sono attorno a quella efferata vicenda. Lì sì che hanno colpito al cuore dello Stato, in un momento cruciale della nostra democrazia, sul punto di accettare al potere lo spauracchio rosso.
Ora pare che i nuovi obiettivi fossero un altro giuslavorista, il Giornale e Berlusconi. Ho i miei dubbi che c’entri anche l’ex premier, proprio perchè i br sono dei pirla. E’ come se per combattere Bin Laden gli Stati Uniti mandassero in Iraq migliaia di soldati a farsi ammazzare, invece di inviare due squadre di Seal che in mezz’ora centrano l’obiettivo e se ne tornano tranquilli alla base (o l’hanno fatto?).
Sono troppo semplistico? Può darsi, ma non è facendo fuori l’Emilio Fede di turno (lunga vita al comico di Rete4, non fraintendiamoci) che si abbatte lo Stato borghese. Se non fossero dei pirla, saprebbero che gli uomini che contano sono altri, molto più in alto.
Il tg de La7 qualche sera fa ha lanciato il suo solito sondaggio: avete più paura del terrorismo fondamentalista islamico o di quello delle BR? La risposta, scontata, è stata tutta a favore del primo. E lo credo, perchè - per fortuna di tutti noi semplici cittadini - le BR non hanno mai attentato alla massa (le stragi sono sempre dall’altra parte). Non essendo un giuslavorista, un sindacalista, un giornalista o qualcosa del genere, mi permetto di dormire sonni tranquilli.

martedì 13 febbraio 2007

Sine nobilitate

La passione che Matteo Bordone ha messo nello scrivere il suo ultimo post sullo snobismo ha provocato uno tsunami nella Bloggosfera. Al momento in cui ho fatto il mio giro abituale, Matteo aveva raccolto la bellezza di 78 commenti, e l’onda anomala non mi sembra destinata ad esaurirsi, dal momento che trovo sviluppi sul tema un po’ ovunque.
L’epicentro dello tsunami sono stati i centri commerciali, oggetto di un servizio di Matteo alle Invasioni Barbariche, ma investe ora tutta la spazzatura “popolare”, la cui denuncia taccerebbe come snob chi la fa.
Anch’io allora sono molto snob, perché mi fanno venire i calcoli renali (in ordine sparso):
- Alba Parietti ed il prof. Zichichi
- Maurizio Costanzo, il Gabibbo ed Antonio Ricci con tutta la banda di Striscia
- i film di Totò e di Nanni Moretti
- Fabio Fazio che imita Prodi
- Gene Gnocchi che fa il comico
- le parolacce gratuite di Paolo Rossi ed il qualunquismo di Beppe Grillo
- tutte le imitazioni di ER
- il TG1, il TG2, il TG3, il TG4, il TG5 e Studio Aperto
- Mussi, Diliberto e Pecoraro Scanio
- La Prova del Cuoco ed il Grande Fratello
- Al Bano, Gianni Morandi, Claudio Baglioni e Carmen Consoli
- Woitjla, Ratzinger e Ruini
- Berlusconi e Bondi, Calderoli e Castelli, la macabra squadra di AN e tutte le donne di FI
- Milli Carlucci che fa la patriota
- la piadina, il lardo di Colonnata, i pomodori di Pachino, la pasta di Gragnano ed il formaggio di fossa
- AD, il Gambero Rosso, Ville e Giardini
- tutti i rotocalchi di gossip
- tutti i mensili di cucina
- le villette progettate dai geometri
- i cani da concorso
……….
Pensavo di essere un italiano medio, ed invece mi scopro snob. Ne sono felice.

lunedì 12 febbraio 2007

Carneadi

Da un paio d’ore il cielo sta facendosi sempre più lattiginoso. Entro sera comincerà a nevicare. Dalla mia finestra vedo la cima del Roen che sta già scomparendo ad ogni minuto che passa, lì sta già fioccando. Nella stufa ho acceso il fuoco ed il tepore si diffonde nella stanza.
Vivo nel mio castello, isolato dal mondo, se non fosse per l’unico cordone ombelicale che mi collega ad ogni angolo del pianeta tramite fibre ottiche. Da anni ho scelto di non comperare né leggere quotidiani o settimanali, meno che meno rotocalchi di gossip. La mia unica fonte di informazione è la rete: sintetica, stringata, ma nel contempo infinita, perché ho a disposizione tutta la stampa del mondo tramite un click.
Eppure stamani, dopo il primo caffè della giornata, mi ha preso la nausea anche del web. Niente notizie, tanto non mi cambiano la giornata, succeda quel che succeda.
Sul tavolo di cucina da giorni staziona Style, il supplemento del Corrierone; l’ho trafugato al ristorante, attratto dalla foto di copertina di Ferran Adrià, il massimo. Decido di leggerlo, o almeno sfogliarlo, finalmente.
Sandro Bicocchi, Alberto Bassi, Andrew Buurman, Graziano Capponago Del Monte, Rachele Ferrario, Federico Miletto, Matteo Persivale, Costantino Rispoli, Jay McInerney, Stefano Dominella, Frederick Fekkai, Francesco Mondadori, Shirin von Wulffen. Devono ancora arrivare le pagine dei grandi servizi, e la testa mi gira già al turbinio di questi nomi; Rispoli e Mondadori mi ricordano qualcosa, ricordo un conte Rispoli e un giornalista televisivo, o una dinastia di editori, ma per il resto buio pesto.

Carneade, chi era costui?

Mi accorgo di regredire ogni giorno di più, precipitando nell’analfabetismo sociale più profondo.
Già nella musica sono fermo alla pop italiana o ai nomi più gettonati del circo internazionale come Shakira, Celine Dion o Madonna. Non parliamo del cinema: Bordertown, Bobby, Boratt, Blood Diamant, per me potrebbero essere nuovi detersivi o l’ultimo modello di qualche casa automobilistica. E soprassediamo sulla letteratura moderna, specie quella italiana: ho tentato di leggere il Faletti numero 1, ma ho desistito verso la sessantesima pagina, figurarsi se apro i numeri 2 e 3.

Eppure, anche solo girando fra i blog, mi accorgo che ci sono persone che vanno in ufficio, tengono una casa, qualcuno un coniuge e dei figli, vanno al ristorante una sera sì ed una sera no proponendone le recensioni, leggono tre libri e vedono almeno due prime visioni alla settimana, sono informatissimi sulle nuove uscite dei cd della musica rock del Wuttenberg e del sud Wisconsin, non si perdono le vernici dei pittori emergenti della bassa Val Seria né gli appuntamenti golosi del Tavoliere delle Puglie.
Li invidio. Invidio i loro conti correnti che, fra cd, Dvd, libri, cene, prime, voli quotidiani nazionali ed internazionali e soirée fra VIP, non si assottigliano mai. Invidio le loro giornate di settantadue ore, che io per mantenere due blog sacrifico ogni minuto libero dal lavoro, anche dormendo solo cinque ore la notte. Invidio la loro vitalità, pronti a cogliere ogni occasione sociale che si presenti loro, a qualsiasi latitudine o longitudine.
Ho il vago sospetto che dietro ci sia un largo consumo di sostanze bianche, come denunciava qualche giorno fa il nostro ministro dell’Interno.
L’unica cosa bianca che io posso permettermi nel mio castello in cima al mondo è la neve, che ha cominciato a cadere fina fina.

domenica 11 febbraio 2007

Siamo appena all’inizio

Mi piace la politica, ma a volte diventa quanto mai noiosa, quando il dibattito è inficiato alla base dall’imbecillità, dal partito preso, dal rinnegare al cervello di funzionare in maniera autonoma, dal prevalere di interessi (proprio in senso economico) di parte.

Ci aspettano mesi di devastante imbecillità.

Non voglio entrare nel dibattito pro o contro i Dico, perchè ne sentiremo - è appena cominciato e già mi nauseano - di tutti i colori, pro o contro un provvedimento che quando è stato introdotto in Francia, Germania, Spagna, Olanda, non ha scatenato le ire biliose di Ruini e camerati.

L’unico contributo che faccio mio è quello di Eugenio Scalfari, online oggi.

Se vi è sfuggito andatevelo a leggere. Chiarisce molte cose, con la solita lucidità ed acutezza che contraddistingue da sempre il Grande Giornalista. Detto questo, Dico basta a tutte le altre chiacchere.

sabato 10 febbraio 2007

Per non dimenticare

Nella giornata dedicata al ricordo delle foibe butto lì un piccolo consiglio per ricordare, senza annoiarsi con i discorsi ufficiali.

E’ un libro del ‘96, La malga di Sir (pensavo che fosse molto più vecchio) di Carlo Sgorlon, scrittore friulano stimato dalla critica, ma non sufficientemente apprezzato dal grande pubblico.

E’ un bel libro che racconta le vicende di Marianna, una semplice ragazza di paese, che si trova coinvolta senza rendersene conto nella guerra di confine tra titini ed italiani. Un libro che scorre veloce e racconta una guerra “minore” dove l’amore si fonde con le vicende di eventi dimenticati.

venerdì 9 febbraio 2007

I duri di P.O.

 

In un certo modo continuo Giuliana, la mamma in corriera.

Correva l’anno 1971 quando la mia ex parte per la tangente per un collega. Ne discutiamo a lungo finchè inevitabile arriva la separazione, e poi il divorzio.
Io sono un democratico per carattere, prima che per scelta politica. Anche nel rapporto uomo-donna ho sempre cercato di applicare i principi paritari.

Allora avevo molto tempo libero: la mattina scrivevo per il giornale, alla sera insegnavo, quindi mi pareva normale dividere anche i lavori domestici in rapporto proporzionale al tempo disponibile di ognuno. Lei partiva per l’ufficio alle 7 e mezza e tornava quasi alle sei di sera, quindi avevo scelto di rifare il letto io, lavare le tazze della colazione, e tutto quello che comporta lo status di casalinga/o. Al sabato si faceva la spesa per la settimana insieme, lo shopping; anche per stirare ci dividevamo i compiti in parti uguali, senza patti, ma perchè così mi/ci veniva in maniera naturale.

L’altro, unico figlio maschio coccolato da madre e zia, era il signore della casa, servito e riverito, abituato alla bella vita (casinò, vita sulla spiaggia del Lido di Venezia per tutta l’estate, donne, eccetera). Il macho vissuto, insomma. Però era di Potere Operaio, duro e puro, sempre presente ad ogni protesta sindacale. Sinceramente, di fronte a lui il mio moderato progressismo faceva un po’ pena.

Bene, come dicevo qualche giorno fa, con la mia ex siamo rimasti in buoni rapporti, tanto che un anno dopo la separazione, ci incontriamo una sera, forse per parlare delle pratiche di divorzio, mi pare. Prendiamo un aperitivo insieme e il discorso non può che cadere sulle ostre reciproche esperienze di ex.
“Come va con lui?”
“Come vuoi che vada. Torniamo a casa dall’ufficio e mi tocca sgobbare tutta la sera a mettere a posto i suoi calzini e le sue mutande sparpagliate per casa, poi devo far cena perchè non sa fare nemmeno un caffè, lavare i piatti, portargli da bere perchè non si alza neppure dal divano”.
“Con te - aggiunge la ex - avevo tutti i miei diritti di donna. Ora devo lottare ogni momento per prendermeli”.
Se avessi avuto sotto mano l’intera London Symphony Orchestra avrei dato il la per attaccare il più trionfante finale.
“Cazzo - ho pensato fra me - te lo sei voluto e adesso te lo tieni come un fiore all’orecchio. Alla faccia del macho e di Potere Operaio”.

Più fatti, meno parole.

The show must go

“Ritengo che sia lesivo della libertà non consentire agli abbonati di andare a vedere la propria squadra perché un fatto pur dolorosissimo è avvenuto fuori dallo stadio di Catania”.

Ipse dixit.

Umberto Eco molti anni fa ha scritto un saggio sul linguaggio, insegnando ad andare oltre le parole. Allora facciamo un po’ di semantica, prima di vedere chi è l’Ipse bifronte.

Libertà va letta: libertà di far denaro. Qualcuno può obbiettare che gli abbonati allo stadio (perchè di questo si parla) hanno già pagato; sì, ma hanno diritto alla restituzione di quanto non possono usufruire, quindi è una perdita per la squadra ed il suo patron.

Se poi analizziamo la frase nel suo insieme l’Ipse intende: chissenefrega di quello che succede fuori dallo stadio? Crollasse il mondo, venisse il terremoto, facessero saltare in aria il Pirellone e San Petro, chi se ne frega? Sono fatti avvenuti fuori dallo stadio, quindi The show must go, perchè io non posso perdere soldi.

Avrete già capito che l’Ipse è il patron del Milan, nonchè capo di quel governo dove un ministro di nome Pisanu aveva già firmato una buona legge contro la violenza teppistica ed estremistica degli pseudo tifosi. Quel (ex) capo di governo, come capo dell’esecutivo, aveva il diritto-dovere di far eseguire le leggi della Repubblica, per prime - per completare almeno la sua opera - quelle del suo (ex) governo. Cosa ha fatto? Ha firmato la legge, ma non l’ha fatta applicare.

E non occorreva molto, visto che entro le dieci di domani mattina al Meazza-San Siro - dove domenica giocherà il Milan - saranno installati 28 nuovi tornelli agli ingressi.

Ora il Giano mostra l’altra faccia, invece di fare mea culpa ed ammettere le proprie responsabilità omissorie.

La volgarità non ha limiti.

giovedì 8 febbraio 2007

Viva le tasse

A me la Francia sta tanto simpatica. Sarà perché quando si tratta dei principi della Rivoluzione non esiste né destra né sinistra, sarà per il principio dell’assoluta laicità dello Stato, sarà perché da Parigi è partito il ’68, sarà per il foie gras, sarà per il Bordeaux, sarà per i trascorsi torinesi di Platini, Zidane e Deschamps, ma a me la Francia sta simpatica, e continua a stupirmi.
In genere pensiamo ai francesi come gente di sussiego, un po’ démodé, molto snob, ma quando leggo certe notizie mi viene da esclamare: Vive la civilté.

Leggo su Repubblica:
“Per una campagna senza demagogia fiscale” è l’appello del quotidiano francese Liberation a favore delle tasse.
Si tratta di un’adesione convinta alla petizione lanciata dal mensile Alternatives economiques, al quale hanno già aderito economisti, industriali e varie personalità, fra le quali l’ex presidente della Commissione europea Jacques Delors. A essere sotto accusa è l’annuncio del candidato della destra all’Eliseo, Nicolas Sarkozy, di ridurre la pressione fiscale. “Noi siamo d’accordo con le tasse e rifiutiamo delle diminuzioni della pressione fiscale la cui contropartita - si legge nella petizione - sarebbe l’insufficienza dei mezzi dati alla protezione sociale dei più poveri, all’educazione, alla ricerca, alla salute, alla casa o all’ambiente. Vedere dei candidati alla magistratura suprema proporre delle misure demagogiche in materia fiscale e giustificare la secessione sociale dei più ricchi ci costerna”. “La spesa pubblica – continua il documento - non è soltanto un costo, è anche un investimento, diretto allo sviluppo della giustizia e del dinamismo”.
Con tutti i suoi difetti è quello che ha fatto Bill Gates, ed altre decine di supercapitalisti americani, contro la proposta di G.W.Bush di detassare le eredità: col cavolo, ha detto, i miei figli devono pagarsi le tasse sul capitale che lascerò loro, tasse che servono al Paese.

E se è vero che negli USA il carico fiscale è sicuramente più leggero del nostro, in Francia invece siamo lì. Avere la forza ed il coraggio di smascherare la demagogia di Sarkozy e della destra non è da tutti. Noi italiani abbiamo ancora qualcosa da imparare dai nostri cugini.

mercoledì 7 febbraio 2007

Con quale permesso?

Al momento che scrivo questo brevissimo post il mio pc ha inviato 633,033 MB contro i 4.819,620 ricevuti. Chi e cosa sta scaricando? Chi ha dato il permesso a qualcuno di scaricare nel mio pc?
Ho disattivato ogni update di Microsoft che all’apertura dice che ho il software illegale. Se è vero che non è originale, perchè continua ad aggiornarlo? IO NON VOGLIO ESSERE AGGIORNATO.
Non è una questione di principio, è che ho il pc bloccato finchè Microsoft non ha fatto i suoi sporchi comodi. Anche il più semplice World ci mette un quarto d’ora per aprire un documento, e poi lo chiude da solo senza salvarlo.
E, dato che ci siamo, chi è che mi scarica i Trojan, uno alla settimana? E’ sempre lo stesso soggetto? Per fortuna che il mio antivirus è sempre vigile.
Non è così che si vende Vista.

Insomma, come lo fanno le donne?

Era il 10 ottobre che i giornali davano notizia di un’indagine Censis sul comportamento sessuale delle donne italiane, dove il 53% delle intervistate definiva ottima la propria vita sessuale, quasi il 40% la definiva buona e solo un 8% circa la definiva mediocre o pessima.
Ora compare un altro studio fatto per conto della Bayer Schering Pharma, dal quale risulta che le donne italiane lo fanno di più fra tutte le europee: il 59% delle italiane ha più di un rapporto sessuale a settimana, la media più alta del Vecchio Continente.
Seguono le ceche (57%), le russe(56%), le francesi (55%) e le spagnole (54%). Ultime le donne austriache, di cui solo il 38% ha dichiarato di fare l’amore una o più di una volta a settimana.
Facciamo un po’ di sociologia spicciola e per nulla scientifica, partendo dall’ultimo dato.
Quando frequentavo Salisburgo, alloggiavo in un albergo dalle parti della stazione; per andare in centro a piedi ci mettevo una ventina di minuti, quindi un paio di chilometri. Nel tragitto incontravo quattro negozi di intimo, uno ogni 500 metri, non negozietti, ma grandi spazi con enormi vetrine dov’erano esposti capi degni di un sexy-shop. Ora, consideravo, se c’è una così ampia e raffinata offerta vuol dire che c’è altrettanta domanda, quindi mi stupisce un po’ il dato sulle austriache.
Venendo alle italiane, 53 donne su cento è soddisfatta della propria vita sessuale e 59 su cento dicono di farlo più di una volta alla settimana. Intrecciando i dati, 6 donne che ci danno dentro tutte le settimane non sarebbero però soddisfatte. Sono le martiri del focolare. In ogni caso più della metà delle donne lo fa spesso, mettiamola così.
La cosa mi insospettisce per diversi motivi. Levando le single (separate, divorziate, vedove, volontarie, in-cerca-di, ed altre categorie non meglio specificate), levando le lesbiche e le suore, mi sa che con le cifre non ci siamo, a meno che – ed i rapporti non lo specificano – l’attività sessuale sia intesa in senso lato, comprendendo quindi anche quella autogestita e quella non etero.
E poi i dati non mi convincono rapportandoli con quelli sulle analoghe pratiche dei maschi che, se ben ricordo, non superavano il 40% del facciamolo spesso. C’è una discrepanza: o qualcuno bara o due donne su dieci tradisce il proprio uomo.
Se mi guardo intorno, infine, io vedo soltanto amiche che – quando lo fanno – va bene se lo fanno una volta ogni quindici giorni, e se è vero che le statistiche fanno una media, vuol dire che una bella fetta femminile non si risparmia.
Al di là di questa sociologia da Bar Sport, resta innegabile un dato: in fatto di sesso molte persone mentono (consumo di Viagra docet).

martedì 6 febbraio 2007

Luna in quadratura

1.
Vogliamo buttarla sul ridere? Colpa di Mercurio e della Luna in quadratura. Sembra che in certi momenti tutto, ma proprio tutto, vada storto. Solo che non c’è niente da ridere.
Sono stato un paio di giorni assente dalla Bloggosfera per rendere accettabile questo nuovo blog e mi trovo tante bloggers in crisi di esistenza e di valori, sopraffatte dal vuoto della vita di tutti i giorni, in preda a tristi ricordi ed ancor più tristi considerazioni.
Cominciamo dai valori.
Qualche giorno fa incontro Marina, ex insegnante, capo della commissione cultura del Comune, una che girava sempre con il Manifesto sotto braccio; è scazzata, ne ha per tutti, soprattutto con i compagni(ex?) di sinistra:
“Dove sono finiti i valori?”
Se una cosa mi hanno insegnato le proto-femministe è che il privato è pubblico, come diceva uno slogan. Dopo gli anni dell’euforia rivoluzionaria, ci siamo tutti ritirati a vita privata, dedicandoci alla famiglia, ai figli, al lavoro, alla carriera, per ritrovarci (in molti) qualche anno dopo magari senza lavoro in nome della mobilità, da soli, chi con progenie a carico, chi no, tutti comunque alla ricerca di un nuovo modo di reinventarsi un lavoro ed una famiglia.
Una piccola parte si è riciclata, mettendosi al servizio dei nuovi padroni del momento, abiurando le convinzioni per le quali hanno lottato in tante occasioni, solo per sistemare sopra un comodo cuscino il fondo schiena. La maggior parte ha riposto in soffitta poster e bandiere senza bruciarle e le ha ritirate fuori (“Mamma, papà, mi parli di quegli anni?”) quando sono arrivate le curiosità dei figli adolescenti su un pezzo recente della nostra storia.
Dopo esserci illusi di portare la fantasia al potere, ci siamo disillusi vedendo l’Andreotti di turno sopravvivere alla prima ed alla seconda repubblica, o il Ferrara di turno saltare di qua e di là. Ma, avendo dei valori, abbiamo continuato a credere e lo abbiamo tramandato ai figli.
Eccoli i valori, cara Piccola Cuoca. Ci girano come mulini a vento quando:
- leggiamo che la democrazia viene esportata con le armi
- vediamo una teppaglia prezzolata che inscena la guerriglia urbana di fronte ad uno stadio
- assistiamo al disprezzo della dignità di una donna spalmata sul quotidiano
- ogni giorno ci passano sotto gli occhi esempi di offesa alla vita umana in nome del denaro
- ecetera eccetera eccetera.
Ogni volta che ci indigniamo emerge un valore: per la pace, la vita umana, la sicurezza della convivenza, del giusto guadagno, di un ambiente accogliente, di un futuro non nero né grigio per i nostri figli.
La mia prof di filosofia una cosa l’ha detta giusta: la storia è fatta di corsi e ricorsi storici, non però secondo la visione circolare di G.B.Vico, ma come un’ellisse virtuale.
Vi sono momenti della storia – collettiva ed individuale – dove sembra di tornare indietro, ma è un’illusione: anche quando sembra che tutto sia perduto, ecco ritornare in corsa, ed accorgerci che siamo di nuovo proiettati in avanti, un pochino più in alto. Come dicono i contadini, che di filosofia ne hanno una tutta loro, spicciola spicciola: dopo l’inverno viene sempre la primavera e poi l’estate, e la pianta che sembrava morta rinasce ancora più bella di prima.

2.
Molti di noi, dicevo prima, si sono trovati soli, ed il rischio rimane ogni giorno.
Annachiara, la Meringa, ha aperto il suo diario virtuale alla pagina triste della sua separazione. Confidenza per confidenza, a me è successo ben due volte.
La prima ha avuto una spiegazione chiara, civile (un terzo incomodo) tanto che a tutt’oggi siamo ancora buoni amici, anche se sono anni che non ci vediamo o ci sentamo.
La seconda, a quasi trent’anni di distanza, è ancora senza risposta: “Un giorno lo capirai”, e sono ancora qui a cercare di capire. Mille risposte, tutte plausibili, ma nessuna ha mai trovato il conforto di una conferma da parte sua.
Oggi non me ne importa più di tanto. Anche a saperlo, oggi non cambierebbe più niente, ma allora, quanto male ha fatto dentro.
La verità rende liberi, ha detto qualcuno, o almeno rende sereni, dico io. Il giorno che le sigarette mi segneranno definitivamente io voglio saperlo, senza giri di parole, se non altro per organizzare i miei ultimi giorni.
Sapere, per esempio, dove ho sbagliato mi permette di cercare di non ripetere più quegli errori. Non saperlo mette in discussione l’intera vita, senza riuscire a darle un senso.
“Il coraggio di guardare l’altro negli occhi. E dirgli che è finita. E spiegargli perché.Questo è il dovuto. Nulla di più e nulla di meno”, dice Annachiara. E come darle torto?
Niente è più assordante del silenzio tra due persone.

lunedì 5 febbraio 2007

Inizia il volo

Noi siamo uccelli

nutriti di anni

per volare

altrove

Ho scelto dei versi di Karl Lubomirski come sottotitolo di questo blog per descrivere il mio volo.

Il Gabbiano della Notte ha una lunga storia alle spalle. Nacque poco dopo la metà degli anni ‘80 nel nido di Novaradio, a Mestre. Solitario, nella notte, emetteva i suoi versi commentando notizie più o meno serie, cercando sempre di accompagnare i suoi ascoltatori verso il riposo notturno.

Purtroppo il blog non consente al Gabbiano di far ascoltare anche quelle musiche, ma mi auguro che la nostra compagnia sia sempre gradita.

Da quassù si vede moltissimo, anche se è buio. Non tutto mi interessa, sono un gabbiano qualunque, ma anche una luce debole o un semplice riflesso mi attirano, sono curioso, e voglio vederli da vicino.

 

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