Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0



Un'idea per la cena, tra bestemmie e speranze 8

Posted on luglio 06, 2010 by Maurice

Sarà il caldo di questo solleone, sarà che da un giorno sono più vecchio di un anno, sarà che – a leggere i giornali – mi sembra di essere in un sogno dove cado nel vuoto e non mi sfracello mai al suolo, sarà, ma stavo meditando che non vale proprio la pena di scrivere alcunché. Tanto, chi mi legge? o cosa incide qualche latrato lontano quando nemmeno i rombi dei cannoni riescono a svegliare chi dorme?
Spiaggia 1930Dopo aver dato una scorsa a giornali e settimanali online, letto diverse analisi e qualche commento, con noia mortale ho cominciato a scorrere i feed. Stavo per cancellare come letti una decina di blog quando un senso di colpa mi ha costretto moralmente a leggere questo prima di levare il grassetto a tutti.
Confesso, caro Loste, che ho fatto un salto sulla mia poltrona a rotelle. Le nostre reciproche confessioni private mi hanno aperto da tempo la tua anima, so come la pensi, sai come la penso io, sappiamo entrambi come la pensiamo sui tamburelli che rompevano i timpani – e non solo quelli – proprio quando decidevi di farti una pennica sotto l’ombrellone. Eppure mi hai stupito perché non sei come lo chef che si intrattiene tra i tavoli virtuali con le sue str…anezze, sbuffando sui migliori tempi andati ed il putridume di quelli attuali.

Tu hai sempre un aplomb molto inglese che ti invidio, come un pellegrino in marcia verso Compostela, mai rancorso contro il cielo che ci rovescia sulle spalle i peggiori temporali degli ultimi quindici anni, attento a dove mettere i piedi fradici ma fiducioso che prima o dopo raggiungeremo il leggendario santuario.
Eppure oggi, anzi ieri, anche tu hai tirato giù due bestemmie su tempora et mores. Quando ci vuole, ci vuole.
Noi siamo figli (io un po’ più di te, per ragioni anagrafiche) di quegli anni che hanno rimesso in discussione tutto, i convincimenti dei nostri genitori e dei nostri fratelli maggiori, le convenzioni imperanti allora, gli schemi fissi, le rigidità. Come Le Corbusier abbiamo cominciato a costruire le nostre case ideologiche (che ritengo ancora una bella parola) ribaltando il concetto millenario del vuoto sul pieno, accorgendoci che mettendo il pieno sul vuoto avevamo uno spazio da vivere maggiore e migliore.
Al dogmatismo (questa sì che è una brutta parola) abbiamo sostituito il relativismo, la caducità, la messa in discussione dei principi, prima di tutto i nostri, per trovare un nuovo centro di gravità. Poi ci si sono messi in tanti ad abbattere le nostre case a piccoli colpi di scalpellino, ed il loro lavoro continua oggi, giorno dopo giorno. Speriamo in cuor nostro che quando si stancheranno, o quando finalmente qualcuno riuscirà a bloccare la loro opera devastatrice, siano rimaste intatte almeno le fondamenta per tirar su nuovi muri per una casa che resista anche a questi uragani.
E’ dura, ti capisco benissimo. Importante è instillare la convinzione nei nostri figli che una fetta di pane con la salsiccia (ricordami di farti provare la nostra) è meglio, molto meglio dell’hamburger. Grazie dell’idea per la cena.

A whiter shadow of pale 1

Posted on dicembre 14, 2009 by Maurice

Di una cosa dobbiamo essere grati – almeno noi che non siamo più dei ragazzini – a chi ci governa di questi tempi, e lo dico senza ironia: visto come vanno le cose, non c’è piacere più grande che rifugiarsi nei tempi passati, in quello che di bello ci hanno lasciato nella memoria.
7Ci pensavo leggendo questo post  e riguardando certe foto di altri tempi. Nonostante tutti i fermenti ideali di allora, eravamo tutti molto naïf, molto più semplici, più schietti, meno artefatti, da una e dall’altra parte. Con i nostri maglioncini a giro collo, il foulard, i jeans attillati o scampanati, l’eskimo o il montgomery, le camicie comperate nei mercatini americani di seconda mano o a righe madras.
Noi che andavamo al liceo con la borsa quando c’era ginnastica e bisognava mettere dentro la tuta in cotonaccio, o quando c’era compito in classe di latino o di greco, ché portarsi in mano il Rocci non era tanto comodo. Non avevamo lo zaino, ma solo l’elastico per i giorni "leggeri" che doveva essere rigorosamente scritto con la biro.
Una volta all’anno c’era la foto di classe, ovviamente in BN, sui gradini d’ingresso alla scuola, con le nostre assurde pettinature ed il professore al centro in giacca e cravatta. Il giorno che ci consegnavano le foto era un passa-passa per lasciare la nostra firma sul retro: Ardigò, Bruni, Mezzina, Scattolin, Viberti, Fiocchi… c’era anche un Gesù Cristo, marchio del solito imbecille per nulla divertente.
Per anni, finché non è arrivato il riflusso, il rapporto tra ragazzi e ragazze era semplice e profondo allo stesso tempo. Se ci si piaceva il gioco era fatto, anche se uno o entrambi si era "occupati": non c’era tradimento, solo un’avventura, come diceva Lucio Battisti, senza tante menate pseudo morali.
A volte però le cose erano più complicate, quando subentrava il sentimento profondo. Allora c’erano i 45 giri dell’Equipe 84 o di Patty Pravo a farci precipitare nella malinconia più profonda. Bastava però un hully gully ballato in gruppo alla festina domenicale per rimetterci su di morale.
E poi tutti in piazza a manifestare. A quei tempi bastava uno sciopero generale per far cadere il governo di turno. Proprio altri tempi.

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