Senza dubbio, la classe più competente, e la meno servile, è quella dei cuochi. (George Orwell)

Bistrot Chez Maurice



Aprire un’impresa? E’ subito fatto (2) 1

Posted on luglio 03, 2010 by Maurice

Denaro, money, argent, geld, dinero, 钱, in qualsiasi modo lo chiamiamo la sostanza è sempre quella, ed è tutto quello che serve per aprire un’attività, anche senza toccare l’art.41 della Costituzione, come dice di voler fare Tremonti.
Volete aprire un ristorante? Mandatemi un’email, meglio ancora un bonifico bancario, e domani mattina siete proprietari del mio locale. Licenze – come dice Berlusconi – permessi ed altre gabole non esistono: a tutto in Italia c’è un escamotage per risolvere la questione. Non serve esperienza, non serve mestiere, tutto si impara. Se va bene siete dei geni, se va male è il mercato che detta le sue regole, come sostengono gli economisti.
EuroPerché pochi "si buttano"? Perché manca il denaro, tutto qui.
Certo, detto così sembra semplice e non servono tanti libri di marketing per aprire un’attività, ma è la verità.
Se avessero ragione i libri, i migliori commercianti (o industriali) sarebbero i professori universitari o gli studiosi di economia; invece fanno i docenti e gli esperti, e si guardano bene dall’investire anche un solo centesimo in un’impresa. Spesso invece sono le persone normali ad iniziare una nuova attività, quelli con pochi o nulli studi, ma con qualche buona idea, tanta volontà di emergere, di mandare a quel paese il proprio datore di lavoro, di cambiar vita, di mettersi in gioco, di affrontare il rischio e l’avventura.
Anthony Bourdain, chef diventato famoso nel mondo non per le sue ricette, nel suo primo libro
Kitchen Confidential – Avventure gastronomiche a New York, porta tutta una serie di esempi di ristoranti falliti, a prescindere dal talento dei suoi cuochi e patron, salvo dimostrare – alla fine – che c’è un fattore X per cui un suo collega ha avuto successo, sempre e comunque.
La base di partenza sono i soldi. Se li avete, ma non avete l’arte, potete sempre assumere chi ce l’ha, e farvi fare il lavoro da costoro. Mario Poletti Polegato, tanto per riprendere un esempio già fatto, dopo aver brevettato i suoi "buchi" ha assunto cinque giovani collaboratori che fanno fatto il lavoro sporco, dal marketing alla creatività.

Il ministro dell’economia, piuttosto che pensare a "riforme" roboanti della libertà d’impresa, dovrebbe pensare di più a come far arrivare soldi alle imprese in essere o in fieri. E’ il denaro che crea le opportunità, lo sviluppo, le possibilità di entrare in nuovi mercati, creare nuova occupazione, creare ricchezza. Se non arriva denaro né alle imprese né alla popolazione non avviene nulla o, meglio, i consumatori non comperano, le aziende non vendono e chiudono, come avviene tutti i giorni.
Come si dice, il denaro non dà la felicità, ma aiuta molto a raggiungerla. Il sorriso a trentadue denti arriva dopo, ed anche questo aiuta, ma arriva dopo.
Lo ha capito bene
Muhammad Yunus, premio Nobel 2006 per la pace, inventore del microcredito per imprenditori troppo poveri per ottenere denaro dalle banche tradizionali. La sua creatura, la

Grameen Bank oggi ha 1.084 filiali in cui lavorano 12.500 persone. I clienti in 37.000 villaggi sono 2.100.000, per il 94 per cento donne. L’organizzazione non è in perdita: il 98 per cento dei prestiti viene restituito.

Yunus non ha cambiato né leggi né costituzioni, ha solo imprestato soldi sulla fiducia. Ed il "mercato" lo sta premiando.

Resistere, ma fino a quando? 42

Posted on gennaio 20, 2010 by Maurice

La signora mi scuserà, ma fino a stamani, quando è apparsa sugli schermi di Rai3 a Cominciamo Bene (il video sarà disponibile nei prossimi giorni), non avevo neanche mai sentito nominare Giuseppina Virgili. Non è una sconosciuta se Google dà oltre 120 mila voci per lei, ed esistono un gruppo di solidarietà su Facebook, un blog ed un sito che raccoglie le Imprese che resistono, come la sua.
Molti ne hanno parlano – fra gli altri qui, qui e l’Espresso qui – e c’è anche un programma per questo movimento al quale possono aderire tutte le piccole e medie aziende che hanno problemi nell’attuale crisi.
Bastano due soli numeri per capire la drammaticità della situazione:

  • sono 1608 i piccoli imprenditori del nordest che dall’inizio della crisi si sono tolti la vita, l’ultimo buttandosi sotto il treno della Venezia-Trento
  • sono 30 le aziende che ogni giorno chiudono in Italia.

Mendicante 1Se i lavoratori dipendenti hanno al loro fianco le organizzazioni sindacali che li tutelano, e se le grandi aziende hanno voce in capitolo in Confindustria, quell’esercito di micro imprese che lavorano nei diversi settori sono gli "invisibili", come ormai sono definiti. Neppure le cosiddette organizzazioni di categoria, Confcommercio in testa, si preoccupano di loro e li hanno da tempo abbandonati, salvo farsi vivi quando c’è da perorare il voto per qualche candidato locale.
Sono quelli che se chiudono non lasciano traccia se non nei libri contabili delle banche e dei fornitori, dell’Agenzia delle Entrate e – spesso – nei libretti neri degli usurai. Sono quelli che una volta venivano additati come l’ossatura portante della nostra economia, quelli che non ricevevano sussidi di nessun tipo dallo Stato, ma che facevano tanto comodo allo Stato per le sue statistiche ed il poderoso prelievo fiscale.
Anche la stampa comincia ad interessarsi di loro non più come evasori fiscali tout court, ma come entità economiche che stanno lottando a denti stretti per tener aperta la saracinesca ogni santa mattina, sperando che succeda qualcosa per raddrizzare la barca.
Sono aziende che occupano spesso marito, moglie, uno o più figli, uno o più dipendenti, nate di recente su un progetto di vita o in tempi passati, con generazioni laboriose che hanno mantenuto famiglie ed economie.
Fino ad ieri i problemi venivano lavati in casa perché la dignità e l’orgoglio di queste persone non permettevano di esternare la loro difficile situazione. Oggi, finalmente, hanno preso coscienza che la loro è una condizione condivisa dalla grande maggioranza delle imprese, che la banca che rifiuta loro credito lo rifiuta anche a centinaia e migliaia di altri "invisibili", che non basta sorridere perché i conti tornino in attivo.
Non c’è ricetta magica che li possa salvare, non c’è innovazione, liberalizzazione o globalizzazione che ridia loro speranza. L’unica cosa che vogliono è tornare a lavorare, per pagarsi i debiti e vivere. Non possono più aspettare.

La cucina è chiusa, punto e basta. 4

Posted on giugno 25, 2009 by Maurice

Non venitemi più a dire: "ma come, la cucina è già chiusa?". Andate alla Malpensa.
Domenica sera, Malpensa appunto, Terminal 2.  Arrivo verso le 9 e mezza e devo aspettare un’oretta abbondante perché l’aereo della figliola è in ritardo. Ho già cenato in autostrada, ma un altro caffè lo berrei molto volentieri; se poi al bar ci fosse anche un televisore, mi piacerebbe vedere se gli undici brocchi in maglietta scolorita rimonteranno (e come) le tre pappine che le merenghe ci hanno rifilato nei primi quarantacinque minuti di gioco.
I saloni sono deserti (ma sono a Malpensa?), sembra che la cara e vecchia Alitalia abbia lasciato i debiti e si sia portato via tutto il resto; al confronto Parigi-Bouvet alle 5 del mattino sembra el souk del Cairo.
Comincio a girare per tutto il terminal. Se fossi un terrorista potrei depositare un pallet di tritolo, fumarmi una sigaretta finché la miccia brucia lenta, uscire dall’aereoporto con tutta tranquillità ed aspettare che salti tutto in aria, senza che nessuno si accorga di niente. Neanche un poliziotto che mi sappia dare un’informazione.
Tutto è chiuso, non solo i giornali, ma anche il bar. L’insegna è spenta.
Esco e vado al terminal 1: stessa scena. Se invece del caffè avessi bisogno di una pillola per una colica improvvisa, dovrei riprendere la macchina ed andare a Varese o a Gallarate per trovare una farmacia aperta.
Trovo una coppia di dipendenti dell’aereoporto che si fumano una sigaretta, li riconoscono dal pass appeso al collo. Mi informano che è tutto chiuso, forse è ancora aperto il Fini. Niente bar, niente caffè, niente partita. Alle dieci e mezza telefonerò a casa per sapere il risultato finale.

Non ricordo se Malpensa era così anche un anno fa, o se il deserto dei tartari sia la conseguenza della cordata italiana. Fatto sta che – se dipendesse da me – metterei sul serio una bella carica di esplosivo a tutto questo cemento inutile, lascerei solo un muro dipinto di verde con tanto di lapide, come monumento al clientelismo della Lega, a futura memoria.
Questo sarebbe l’hub che tanto casino ha scatenato nei mesi scorsi in Italia e mezza Europa? Uno scalo internazionale dove dopo le 9 di sera un caffè è reperibile solo dall’unica macchinetta da 1 euro?
Ma andate a lavorare.

La grande fuga 2

Posted on maggio 12, 2009 by Maurice

Da ladri a vittime, anche noi. Fino ad ieri i ristoranti, come tutti i commercianti, erano la peggior razza che esista sulla faccia della terra: ladri, evasori, truffaldini, nel migliore dei casi levantini. Praticamente dei delinquenti a piede libero.
Finalmente qualcuno comincia ad accorgersi che sono anch’essi lavoratori, con l’aggravante che investono del proprio denaro per metter su un’attività. Le associazioni dei consumatori vorrebbero che lavorassero per la gloria ma, come dice il proverbio, nessun cane muove la coda per niente, purtroppo per loro (forse che loro vanno in televisione senza percepire il cachet?).

La crisi internazionale ha portato sotto i riflettori quella che era già una crisi nazionale, e qualcuno se ne sta accorgendo. E’ antipatico citarsi, ma io l’avevo già detto qui e qui in tempi non sospetti.
Ora, cifre alla mano, se ne accorge anche il sindacato dei commercianti che prevede, a fronte delle chiusure quotidiane di attività, una perdita di 150 mila posti di lavoro nel giro di cinque anni,  150 volte i dipendenti che Alitalia ha lasciato a casa. E’ come se la Fiat chiudesse undici fabbriche come Mirafiori. Minimo che potrebbe capitare è la rivoluzione.

Nessuno dice che, quando un negozio chiude, spessissimo i titolari rimangono disoccupati, non c’è per loro cassa integrazione, e spesso si trovano sulla groppa mutui e debiti con banche e fornitori che vanno onorati. Non a caso Confcommercio rileva un’impennata di ricorso agli strozzini, gli unici disposti a dare dei soldi, con tutte le conseguenze conosciute o immaginabili.

Sono i centri commerciali che hanno seppellito i negozi. La provincia autonoma di Bolzano, nella lungimiranza dei suoi amministratori, ha sempre negato l’apertura dei megashop; risultato: i negozi continuano a vivere, la città è viva ed il centro non è preda della malavita.
Invece di istituire le ronde sarebbe più intelligente sostenere il piccolo commercio, ma questo non sono in grado di capirlo, né a Roma né a Milano.

Ovviamente il consumatore fa i suoi interessi. Se trova su Internet un biglietto low cost per l’aereo, lo compra anche se si è servito fino ad ieri dell’agenzia di viaggi, dimostrando che la famosa fidelizzazione del cliente è una bella parola inventata dagli uffici marketing delle aziende. Oggi succede al negozio sotto casa, domani toccherà anche ai web shop.
Finita la fidelizzazione, è finito anche il rapporto personale tra compratore e venditore. Vai, ti servi e paghi. Null’altro. Non so fino a quando il ristorante che conosciamo oggi resisterà: è probabile che il modello Mc Drive – ordina sulla tastiera, paga e vattene con il tuo cartoccio – sia lo standard futuro. Non ci va? Embeh, ce lo siamo cercati.



↑ Top