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giugno 28, 2010 by
Maurice
I nostri splendidi mezzi e bellimbusti, che ci fanno compagnia sui canali di stato (si fa per dire) dalle 17 a notte inoltrata tutti i giorni in collegamento dal Sud Africa, hanno inaugurato una nuova rubrica: le dieci
domande da porre a Lippi e ad Abete dopo la nostra eliminazione ai mondiali.
Giustamente in un paese libero la stampa libera ha tutto il diritto ed il dovere di mettere sotto accusa il potere, anche calcistico, ma noi "fruitori finali" abbiamo il diritto-dovere di fare altrettanto verso l’informazione, soprattutto se pubblica? Io penso di sì, quindi da cittadino, che non capisce una bella mazza di calcio come loro, pongo anch’io dieci domande ai giornalisti Rai e ai loro accompagnatori.
- Pensate che i vostri giudizi siano più qualificati di quelli fatti al bar Sport?
- Per quale motivo il CT Lippi doveva far sue le vostre indicazioni?
- Visto che a gran voce dite che Lippi doveva aver coraggio a rinnovare la nazionale, perché doveva portare in Sud Africa anche i vecchietti Totti e Del Piero?
- Avete doti di preveggenza per affermare che Cassano e Balotelli avrebbero davvero cambiato le sorti del nostro mondiale?
- Perché di fronte ai vincitori siete così servili, tanto quanto siete boriosi di fronte agli sconfitti?
- Perché non avete mai criticato la sentenza Bosman e la mancanza di politiche per i vivai delle società che dovrebbero garantire il ricambio?
- Quanto siete condizionati dai club e dalle pressioni politiche esterne?
- Quanto vi interessa realmente la crescita sportiva della Nazionale, e quanto invece la polemica a fini audience?
- Non pensate di essere corresponsabili anche voi della disfatta per tutta la pressione psicologica prima e durante la competizione?
- Perché, se siete così bravi, non avete fatto gli allenatori?
Giuro che con questo non parlerò più di calcio, salvo fatti clamorosi ovviamente.
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Mass media
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giugno 25, 2010 by
Maurice
Nessuno degli esperti che si sono succeduti sotto i riflettori delle tv dopo le 18.00 di ieri hanno detto una cosa banalissima, ma per me molto significativa: sui campi del Sud Africa c’erano 57 nazionali stranieri che militano nei nostri campionati di serie A e B, contro i soli nostri Rossi e Macheda (ma ognuno può aggiungere altri nomi, se li sa) che giocano fuori patria. Questo è un fatto incontestabile.
Il ct spagnolo ha potuto cogliere a piene mani dagli organici del Barcellona e del Real, quello tedesco dal Bayer, ma il nostro dove poteva prendere i suoi uomini? Dall’Internazionale, di nome e di fatto, prima classificata? Lippi si è assunto in pieno tutte le responsabilità della disfatta, ma questi erano i saldi rimasti sugli scaffali del discount calcistico italiano. Poteva portare Cassano e Balotelli: giusto, ma avrebbero potuto veramente cambiare il volto di questa nazionale? Ah, saperlo. E comunque questo è quello che offre il mercato.
Si dirà che anche quattro anni fa la situazione era identica, quindi sono sciocche le considerazioni d’apertura che coincidono in parte con quelle di Calderoli (com’é trasversale la passione sportiva!): "Questa prematura eliminazione – ha affermato il ministro – non è altro che il risultato di una demenziale politica sportiva, che ha portato alla cancellazione dei nostri vivai e che ha fatto sì che a vincere il campionato e la Coppa Italia, oltre che la Champions League, sia una squadra che di nostrano non ha neppure l’allenatore. Purtroppo per Lippi, però, in nazionale non possono giocare gli immigrati di lusso dello sport, e questi risultati ne sono la logica conseguenza".
Quello che sbaglia il ministro leghista sono le conclusioni che ne trae: cacciamo i giocatori stranieri. Non è così che cresce il calcio nostrano. Se è vero che la sentenza Bosman ha messo in crisi i nostri vivai giovanili, è anche vero che la presenza di fuoriclasse nelle nostre squadre può aiutare la crescita anche dei nostri giocatori.
Se vogliamo cercare delle colpe – oltre a quelle assodate del ct e dei convocati azzurri – queste partono da lontano, dalla Federazione che, a fronte della libera circolazione dei lavoratori pedestri all’interno dell’Unione Europea, non ha promosso una politica di sviluppo dei nostri settori giovanili.
Abbiamo quattro anni per il prossimi mondiali in Brasile, otto addirittura per quelli da assegnare per il 2018, un periodo sufficientemente lungo per impostare una seria politica sportiva con regole lungimiranti che coniughino i vari interessi in gioco: dei club, dei giocatori, della nazionale, degli sponsor. Perché, in definitiva, mentre noi ci esaltiamo o ci indignamo per la palla rotonda, la sostanza è sempre quella; c’est l’argent.
Il grande Aiax (della grande Olanda) era riuscito nell’intento, facendo crescere dal vivaio una squadra di club, ed una nazionale, che riusciva a creare entrate dalla vendita all’estero dei suoi campioni. Altri tempi, certo, ma non irripetibili.
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Attualità
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giugno 24, 2010 by
Maurice
"Esaltarsi per la vittoria in Champions di un club fatto soltanto di giocatori stranieri con tecnico straniero e poi pretendere che la Nazionale brilli è, per lo meno, ipocrita" scriveva Vittorio Zucconi. Ora che è finita la nostra avventura in terra d’Africa, possiamo anche tirare le somme e dire ognuno la nostra, liberamente, perché di tutti quelli che ne parlano e scrivono nessuno è laureato o ha il master in analisi di tecniche calcistiche o ha fatto un corso veloce a Coverciano. La mia osservazione vale quanto la sua, bellezza.
Non potevamo – al plurale, perché la Nazionale sono anch’io e non solo Lippi e Cannavaro quando perdono – fare il blocco Inter, perché non esiste una squadra "italiana" che si chiama Inter. Potevamo fare il blocco difensivo, invece che con i brocchi della Juve, con i primi in campionato: con la Roma (Cassetti, Motta, Tonetto ed Andreolli), potevamo fare il blocco di centrocampo con il blocco Milan (Gattuso, Pirlo, Ambrosini e basta, gli altri sono stranieri) o della Samp (e qui ce ne sono di più: Franceschini, Guberti, Mannini, Padalino, Palombo, Poli, Semioli e Soriano), potevamo fare un 4-3-3, o un 3-3-1-3 come il Cile, o un 3-4-3, o un 9-1 come la Nuova Zelanda.
Oppure potevamo, per la gioia di Bossi, comperare la partita con la Slovacchia, oppure schierare la formazione fantasma padana, campione del mondo dei bar sport. Potevamo…
Col senno di poi potevamo fare molto, ma la realtà è che non l’abbiamo fatto. Sta di fatto che i campioni del mondo in carica se ne tornano a casa come i vice campioni del mondo, come una qualsiasi Serbia o Slovenia, Nigeria o Algeria, dopo 36 anni da un’altra bruciante eliminazione.
Eppure i bookmaker ci davano a 1,55 per la vittoria, 3,75 per un pareggio e a 6 in caso di vittoria della Slovacchia. Lascio a chi se ne intende dire cosa è mancato, dove abbiamo sbagliato, cosa hanno indovinato gli altri, e tutti gli altri sproloqui del caso.
La Nazionale riflette esattamente la Nazione: una compagine allo sbando, senza progetti, che va avanti cullandosi delle stellette (passate) cucite sul petto, rassegnata per la mancanza di prospettive. Speriamo, come Nazionale e come paese, nello stellone e nel fattore C che tante gioie ci hanno dato nel passato, ma ora – in mancanza di uomini dalle grandi capacità – stiamo decisamente e inesorabilmente andando verso la decadenza in tutti i campi, anche non sudafricani.
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Attualità
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giugno 20, 2010 by
Maurice
I bookmakers ci davano a 1,22, in caso di pareggio la quota saliva a 6,00 e fino a 15,00 in caso di vittoria della Nuova Zelanda, come a dire che non c’era storia per la seconda partita del girone F. Invece è andata come è andata, con la nazionale azzurra generosa ma stitica in fatto di realizzazioni.
Ovviamente tutti a sparare sulla diligenza, esperti e meno esperti, con la sola differenza che i primi sono pagati (e a volte strapagati) per sparare, gli altri nisba. Cosa saggia sarebbe aspettare almeno la fine delle partire del girone, o ancor meglio del campionato, prima di tirare le somme o dare giudizi, tanto Lippi fa comunque quello che vuole; ma, si sa, se i soloni del calcio rimanessero silenti come si riempirebbero ore di trasmissione e pagine intere dei giornali?
Per non smentirmi non voglio quindi dare nessun giudizio tecnico sulla squadra, il CT o i singoli giocatori, ma azzardare qualche risposta a quanto ho sentito dire da lor signori, primo fra tutti Marino Bartoletti, che ho sempre stimato per le sue conoscenze calcistiche e musicali, tornato in auge con la tessera del centrodestra dopo un lungo periodo di silenzio.
Nel dopo partita il buon Marino ha esordito criticando la scelta di Lippi di aver fondato la nazionale sul blocco Juve (5 undicesimi). Sono d’accordo; è un peccato però che non abbiamo potuto portare in Sud Africa Milito, Maicon, Eto’o, Julio Cesar, Zanetti, Samuel o Muntari che hanno vinto Coppa Italia, scudetto e Champions. Saperlo prima, potevamo naturalizzarli tutti per avere un blocco Inter.
"Non posso accettare – ha proseguito Bartoletti – che i campioni del mondo in carica pensino di passare il turno con un altro pareggio contro la Slovacchia". Orbene, prendiamo l’Italia di Bearzot, campione del mondo nell’82, quando nella prima fase incontrammo la Polonia, il Camerum ed il Perù; finimmo secondi del girone con 3 punti, tre pareggi (0-0 con la prima e 1-1 con le altre due), il resto lo conosciamo, con Pertini in tribuna a gridare per la gioia.
E qui passiamo ad una obiezione che fanno tutti gli esperti di calcio: a questa nazionale manca la qualità. Benissimo. In Spagna scesero in campo Zoff, Collovati, Scirea, Gentile, Cabrini, Oriali, Bergomi (per sostituzione disperata), Tardelli, Conti, Graziani, Rossi (reduce da due anni di squalifica per il calcio scommesse), Causio e Altobelli. Bearzot fu aspramente criticato per non aver portato in Spagna Beccalossi e Pruzzo. Dopo, ripeto dopo e solo dopo la vittoria mondiale i nostri furono insigniti del marchio di qualità: prima solo l’1% degli intervistati da Gallup in 19 paesi dava credito agli azzurri (per la serie: facile parlare dopo).
Oggi pomeriggio abbiamo assistito ad una partita di calcio, dove 11 giocatori si contendono la gara contro altri 11 giocatori diretti da un arbitro e da due assistenti che possono anche non vedere fuorigioco e falli vari. Questo è il calcio, non è una gara di tiro al piattello. Nella tabella della Gazzetta dello Sport le statistiche parlano da sole e non occorre essere degli esperti per capire da quale parte stava la qualità.
Non per fare il tremontiano, ma anche l’Inghilterra non è andata oltre il pareggio contro un’Algeria che si difendeva in undici, per non parlare della "grande" Germania che le ha prese dalla Serbia. Per una volta tanto, prima di sputare sentenze aspettiamo almeno la fine del girone.
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febbraio 27, 2010 by
Maurice
Siamo agli sgoccioli, qualcosa potrebbe ancora succedere ma, visto che non crediamo ai miracoli, possiamo dire fin da adesso che le olimpiadi bianche di Vancouver per noi sono state peggio che un disastro. A memoria, penso che una cosa del genere non si sia mai vista.
Su 25 nazioni l’Italia si classifica al 21° posto; peggio di noi il Kazakistan, l’Estonia, la Croazia, il Giappone e – altra sorpresa – la Finlandia, sesta nel medagliere storico. Meglio di noi i sudcoreani che notoriamente vanno a sciare sul mar Giallo, gli australiani che fanno biathlon nel deserto di Gibson, gli olandesi che si dedicano alla libera dai mulini a vento. Stavolta non abbiamo neanche la scusante che se noi siamo andati male, gli altri sono andati peggio, anche se qualche ottimista dirà che poteva andare in maniera pessima.
D’altra parte, se è vero che lo sport è l’anima di una nazione, la nostra è perfettamente in linea con i tempi che viviamo in questa terra di navigatori, ma non di sciatori o hockeysti.
"Io penso che per segnare bisogna tirare in porta", diceva Vujadin Boskov. Se vogliamo ottenere dei risultati, bisogna investire nel capitale umano che abbiamo, in maniera razionale ed innovativa.
Prendiamo l’esempio degli Stati Uniti (non voglio sentire l’obiezione che loro 270 milioni, noi solo 60: fate le proporzioni e vedrete che siamo sempre molto sotto alla media). Mio figlio, nell’anno che ha studiato colà, mi raccontava che al mattino c’era scuola, al pomeriggio tre ore di allenamento nello sport scelto: lui, italiano, giocava a football e per tre ore tirava calci alla palla ovale. Ogni istituto superiore partecipa ai campionati statali e da lì i migliori vanno al college con la borsa di studio, che viene confermata solo se il giovane dà risultati di studio e sportivi.
Da noi – per rimanere nell’ambito degli sport invernali – chi vuole andare avanti deve avere una famiglia ricca alle spalle. Un ragazzino delle medie, solo per partecipare alle gare regionali, costa alla famiglia non meno di 4-5 mila euro l’anno. Solo più avanti con gli anni può entrare nei gruppi sportivi militari che gli garantiscono una paga mensile e la possibilità di fare sport ad alti livelli.
Non esiste un Milan dello sci, o un’Inter dello slittino o una Juve del pattinaggio: ognuno si arrangia con i propri mezzi.
Sono almeno vent’anni che l’ho detto: occorre costruire una scuola federale nazionale per lo sci e per gli sport bianchi che fornisca un’istruzione media e secondaria, e nel contempo tiri su i ragazzini per essere i campioni di domani. Un collegio sportivo, per tutti coloro che dimostrano di avere qualità e che diano risultati, senza trascurare la formazione scolastica.
Non parliamo di miliardi di euro, forse qualche milione che, comunque, è sempre un investimento per il futuro. Ovvio che è una bella utopia per un paese in cui ai giovani viene inculcato l’ideale di fare il tronista, andare al Grande Fratello o a X-Factor; male che vada c’è sempre un posto a Montecitorio come ex velina, escort più o meno professionista, o igienista dentale dell’ultima ora.
Non lamentiamoci.
Update delle 23.35
Con la stupenda vittoria nello slalom di Giuliano Razzoli risaliamo di qualche posto nel medagliere per nazioni. Complimenti al nostro ragazzo emiliano, ma il giudizio complessivo non cambia.
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