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giugno 01, 2011 by
Maurice
Quale criterio adottino i programmatori di Real Time è un mistero: spesso ho l'impressione che le varie serie vadano in onda a random, sia nella sequenza temporale che negli orari. Chi si interessa in maniera professionale (o altamente amatoriale) di ristorazione non può perdere Gordon Ramsay e le sue Cucine da incubo, tutti i giorni alle 12.10 o alle 19.10 o anche alle 23.10 o all'1.10, ma a volte a sorpresa anche al pomeriggio, mescolando episodi già trasmessi con nuove puntate.
Chi vuole seguire Gordon non deve far altro che seguire la programmazione di giorno in giorno, o affidarsi a jonnydoppiapiastra che le registra e le mette su YouTube. I nuovi episodi riguardano i ristoranti inglesi, una serie andata in onda non da noi tra il 2004 ed il 2007.
Gli amanti delle ricette non seguono lo chef scozzese ma, come dicevo, chi cucina per professione ha sempre del materiale con cui confrontarsi. Ed ogni volta c'è un motivo di riflessione diverso.
Intendiamoci: per quante stelle abbia, Gordon Ramsay non è il vangelo: anche mettendo insieme tutti i suoi consigli nessuno riuscirà mai a fare il ristorante perfetto. Già, ma cos'è un ristorante perfetto? Volendo dare una definizione è quello in cui si mescolano la soddisfazione dei clienti, il guadagno del proprietario, la costanza della richiesta, la qualità dei prodotti, la remunerazione morale dei cuochi, il riconoscimento dell'opinione pubblica e, volendo proprio arrivare al massimo, la gratificazione della critica.
Da Ramsay ho ricavato molti punti di riflessione, molte idee, ma una domanda mi rode dentro: è tutta una fiction o esiste un modo reale in cui le cose capitano? Siamo ancora di fronte ad un perfetto montaggio di personaggi e scene ad uso esclusivo del telespettatore, o in effetti il cambiamento – perché questa è la parola chiave – porta ai risultati sperati?
Qualche tempo fa ho chiesto per vie trasversali – amici del web – com'era la situazione dei colleghi in giro per l'Italia: la risposta è stata deludente. Sabato scorso ero al matrimonio di una cara amica; il pranzo era in un albergo, proprio di fronte al ristorante del nostro maggior concorrente (che, tra parentesi, si dice in ricerca urgente di compratori). Bene, alle 8 di sera le luci del ristorante erano spente e le tendine abbassate.
Basta allora, come fa Gordon Ramsay, cambiare il nome, il menu, nuovi ingredienti locali e non pretenziosi, magari l'arredo, per riportare un locale al successo economico?
Dopo tante riflessioni sono arrivato ad una sola conclusione: è impossibile vendere frigoriferi al polo nord. Se non cambia la temperatura attorno a noi il destino è segnato per tutti. Ecco come la politica entra nei nostri piatti come l'ingrediente principale.
Finché non tornerà l'ottimismo, che non è un sorriso forzato ed artefatto ma qualche banconota in più nel portafoglio, c'è ben poco da sperare.
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Politica e democrazia, Ristorante
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aprile 30, 2010 by
Maurice
L’ottimismo della ditta Berlusconi & Tremonti non attacca, nonostante le campagne propagandistiche sui TG: solo 12 italiani su 100 pensano che la crisi economica è passata. Forse è tempo di pensare a cambiare agenzia pubblicitaria.
In questo sondaggio di SWG per Affaritaliani.it
"Buona parte (45%) sostiene infatti che la crisi è tuttora in corso e, anzi, molti (43%) sono dell’avviso che il peggio debba ancora venire"
Sempre secondo questo sondaggio
"La sensazione è che la gente sia fortemente in difficoltà e preoccupata, incerta su quello che sarà il proprio futuro e sulle economie che sarà costretta a fare per sopravvivere, la maggioranza infatti sostiene che nei prossimi mesi sarà costretta a tirare la cinghia e solo pochissimi (5%) credono che potranno riprendere a spendere come prima. Ed il disagio sembra non esser circoscritto alla propria situazione familiare, poiché quello che emerge è un vissuto di sfiducia in cui Governo ed istituzioni non sono stati capaci di trovare soluzioni in grado di arrestare la crisi, destinata di conseguenza a produrre un ulteriore e generale calo dei consumi, con tutto ciò che ne deriva".
Colpa del governo quindi:
"E anche se il 40%, composto esclusivamente da elettori di centro destra sostiene che la dirigenza politica ha evitato il tracollo il 60% è dell’avviso che non abbia fatto nulla, o, ancor peggio, quando si è mossa abbia adottato provvedimenti addirittura dannosi".
Ma chi è quel 12% che fa spallucce alla crisi? Credo che non ci siano dubbi che sono tutti quelli che con la crisi – e con le crisi in generale – si ingrassano, quelli che ne approfittano per alzare i prezzi, per "delocalizzare" la produzione, che altro non vuol dire che licenziare i dipendenti, chiudere le fabbriche per riaprirle nell’est europeo, salvo mettere il bollino del Made in Italy sui prodotti in tutto e per tutto stranieri.
Sono quelli che comprano Gucci e Versace, e poi fanno le poveracce nei negozi di scambio delle borsette in coccodrillo e dei "vestitini" in seta. Quelli che hanno deciso di disertare i ristoranti stellati per le trattorie fuori porta, non perché sono venuti meno i contanti, ma perché è più saggio e chic non esibire i milioni portati all’estero. Quelli che vogliono fuori dai piedi tutti quelli di colore diverso, ma che sono anche disponibili ad accettarli se non chiedono più di 2 euro all’ora, ovviamente in nero. Quelli che disprezzano la scuola pubblica e tagliano i fondi alla ricerca, ma mandano i figli dai Salesiani o dalle Orsoline. Quelli che si riempono la bocca di prodotti italiani, ma viaggiano in Suv BMW e Mercedes. Quelli che inneggiano alla sana moralità del popolo, ma consumano coca ed escort come fossero pane e Nutella.
Insomma, i soliti noti, ignoti solo alle Agenzie delle Entrate.
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Politica e democrazia
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gennaio 26, 2010 by
Maurice

Anche a me piacerebbe ritrovare l’ispirazione. Con la differenza che anche oggi io devo riaprire, come tutti i giorni.
A parte questa, trovate le altre differenze (vietato consultare la settimana Enigmistica). La discussione verrà chiusa al 2° commento.
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Ristorante
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gennaio 20, 2010 by
Maurice
La signora mi scuserà, ma fino a stamani, quando è apparsa sugli schermi di Rai3 a Cominciamo Bene (il video sarà disponibile nei prossimi giorni), non avevo neanche mai sentito nominare Giuseppina Virgili. Non è una sconosciuta se Google dà oltre 120 mila voci per lei, ed esistono un gruppo di solidarietà su Facebook, un blog ed un sito che raccoglie le Imprese che resistono, come la sua.
Molti ne hanno parlano – fra gli altri qui, qui e l’Espresso qui – e c’è anche un programma per questo movimento al quale possono aderire tutte le piccole e medie aziende che hanno problemi nell’attuale crisi.
Bastano due soli numeri per capire la drammaticità della situazione:
- sono 1608 i piccoli imprenditori del nordest che dall’inizio della crisi si sono tolti la vita, l’ultimo buttandosi sotto il treno della Venezia-Trento
- sono 30 le aziende che ogni giorno chiudono in Italia.
Se i lavoratori dipendenti hanno al loro fianco le organizzazioni sindacali che li tutelano, e se le grandi aziende hanno voce in capitolo in Confindustria, quell’esercito di micro imprese che lavorano nei diversi settori sono gli "invisibili", come ormai sono definiti. Neppure le cosiddette organizzazioni di categoria, Confcommercio in testa, si preoccupano di loro e li hanno da tempo abbandonati, salvo farsi vivi quando c’è da perorare il voto per qualche candidato locale.
Sono quelli che se chiudono non lasciano traccia se non nei libri contabili delle banche e dei fornitori, dell’Agenzia delle Entrate e – spesso – nei libretti neri degli usurai. Sono quelli che una volta venivano additati come l’ossatura portante della nostra economia, quelli che non ricevevano sussidi di nessun tipo dallo Stato, ma che facevano tanto comodo allo Stato per le sue statistiche ed il poderoso prelievo fiscale.
Anche la stampa comincia ad interessarsi di loro non più come evasori fiscali tout court, ma come entità economiche che stanno lottando a denti stretti per tener aperta la saracinesca ogni santa mattina, sperando che succeda qualcosa per raddrizzare la barca.
Sono aziende che occupano spesso marito, moglie, uno o più figli, uno o più dipendenti, nate di recente su un progetto di vita o in tempi passati, con generazioni laboriose che hanno mantenuto famiglie ed economie.
Fino ad ieri i problemi venivano lavati in casa perché la dignità e l’orgoglio di queste persone non permettevano di esternare la loro difficile situazione. Oggi, finalmente, hanno preso coscienza che la loro è una condizione condivisa dalla grande maggioranza delle imprese, che la banca che rifiuta loro credito lo rifiuta anche a centinaia e migliaia di altri "invisibili", che non basta sorridere perché i conti tornino in attivo.
Non c’è ricetta magica che li possa salvare, non c’è innovazione, liberalizzazione o globalizzazione che ridia loro speranza. L’unica cosa che vogliono è tornare a lavorare, per pagarsi i debiti e vivere. Non possono più aspettare.

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Ristorante
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dicembre 10, 2009 by
Maurice
Incentivi a tutto spiano per rilanciare l’economia ed i consumi sono stati annunciati dal ministro Scajola per gennaio, dopo la bocciatura del maxi emendamento in finanziaria. Tra parentesi: ma se i redditi rimangono gli stessi, a che servono gli incentivi? Non sarebbe più razionale aumentare gli stipendi? Chiusa la parentesi.
Sia come sia, da tutti gli incentivi sono sempre comunque escluse le aziende, soprattutto le piccole aziende, quelle che si reggono sul lavoro prevalente o esclusivo di una famiglia.
Prendiamo un ristorante, uno fra le tante migliaia che vengono portate avanti dal marito in cucina e la moglie in sala – o viceversa – magari una figlia anche in sala ed un dipendente come aiuto in cucina.
Magari questo ristorante avrebbe bisogno di qualche ritocco tecnologico, come mettere l’induzione in cucina, sostituire i frighi ed i congelatori con altri di classe A+ o superiori, cambiare il forno, installare dei pannelli solari o fotovoltaici per l’acqua calda, cambiare la caldaia per il riscaldamento del locale. Ci sono, cioè, tanti piccoli grandi interventi che costano soldi, a volte molti soldi, che potrebbero però far risparmiare grandi somme, rendendo l’azienda competitiva sul mercato, ma per questi gli incentivi non ci sono.
Al tempo stesso si andrebbe nella direzione del minor consumo energetico, della salvaguardia del clima del pianeta; insomma anche in questo l’azienda-ristorante potrebbe dare una mano all’ecologia e all’economia, considerando che essa consuma moltissimo rispetto ad una famiglia normale.
Ma la cucina italiana, tanto osannata quando serve, tanto conclamata ma solo per riempirsi la bocca, resta la cerentola nelle preoccupazioni dei nostri governanti non solo ora, ma da sempre. Quando va bene la ristorazione è vista – l’ho già ribadito altre volte – come una voragine di evasione fiscale (se i conti non tornano come vorrebbero gli studi di settore del ministero) o come una vacca da mungere se le cose vanno bene perché, per assioma, dar fuori piatti è sempre e comunque remunerativo.
E’ da sempre un luogo comune dei governi, ma anche della gente comune, tanto che chi non ha né arte né parte e non sa cosa fare nella vita apre un ristorante. Quest’anno, da gennaio a settembre in 15.738 hanno aperto bottega, ma 16.372 l’hanno chiusa: un controsenso, se va così bene come tutti pensano.
Diciamocela invece con tutta onestà (e qualcuno anche a sinistra comincia a capirlo): chi tiene ancora duro in queste condizioni è da considerarsi un eroe, o un miracolato.
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Economia, Ristorante