Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0



Epigrafe per una pellicola 2

Posted on gennaio 23, 2012 by Maurice

E' passata sotto silenzio, o al massimo le abbiamo dato un'occhiata, presi come siamo in questi giorni tra navi incagliate, tassisti e forconi. Ma la notizia è una di quelle che segnano un'epoca, anzi la fine di un'era durata esattamente due secoli.
Era il 1813 quando

Niépce iniziò a studiare i possibili perfezionamenti alle tecniche litografiche, interessandosi poi anche alla registrazione diretta di immagini sulla lastra litografica, senza l'intervento dell'incisore. In collaborazione con il fratello Claude, Niépce cominciò a studiare la sensibilità alla luce del cloruro d'argento e nel 1816 ottenne la sua prima immagine fotografica (che ritraeva un angolo della sua stanza di lavoro) utilizzando un foglio di carta sensibilizzato, forse, con cloruro d'argento.

Dovettero passare ancora alcuni decenni prima che George Eastman inventasse nel 1884 la pellicola in celluloide e, otto anni dopo, creasse quel colosso che tutti abbiamo conosciuto come Kodak che ha avuto il merito di fare diventare democratica la fotografia, sia come mezzo che come supporto.

Bene, o meglio male, dopo due secoli la Kodak è al fallimento. Si chiude un'era, e sulla tomba della Kodak potremo scrivere: tanto poté l'elettronica.
Dalla mia prima Kodak Retina a soffietto, magnanimo dono di mio padre per l'ingresso alle medie, ho cambiato tante macchine dai nomi prestigiosi – Nikon, Pentax, Zenza Bronica, per citare i marchi più famosi – ma il rullino era sempre quello: Ektachrome Kodak. Dai 64 ai 400 ASA, a seconda delle necessità, ma sempre e soltanto dia Ektachrome Kodak. La insuperabile. Non esistevano Ferrania o Fuji che potessero competere.
L'arrivo della tecnologia giapponese nel campo delle fotocamere impresse un nuovo impulso alla democratizzazione della fotografia. La mia prima macchina "seria" è stata una Canon, 110 mila lire all'inizio degli anni '70, ma era questione di gusti e di portafoglio: nel nostro fotoclub c'erano le Nikkormat, le Asahi Pentax, le Olimpus, ma tutti a scattare con la Kodak. E poi via a sviluppare in camera oscura con la tank Patterson, gli acidi Ilford, e a stampare in B/N ancora sulla carta Kodak, o al massimo sull'Agfa.

Si chiude un'era. Addio a Robert Capa, a Cartier Bresson, a Tina Modotti. Oggi basta uno squallidissmo telefonino per immortalare su una manciata di pixel l'attimo fuggente. E' un bene o un male? Diciamo che è, punto e basta.
 

La7, chi l’ha vista? 5

Posted on gennaio 08, 2011 by Maurice

In cucina non è inusuale ricorrere allo strumento di Faenza: quando non c'è si fa senza. E ci si inventa qualcos'altro, conosciuta anche come la legge dell'arraggiarsi. Quando però non c'è alternativa, la vita si fa dura, come fare la maionese senza uova o senza olio.
Enrico MentanaIn Trentino, una delle prime zone passate al digitale terrestre, si beccano circa 150 canali tv, ma da un paio di settimane è scomparsa La7. Io stesso ho segnalato al sito dell'emittente della Telecom la mancanza di segnale, ed ora sulla stampa locale piovono proteste a raffica, anche se a questo punto non capisco se il pagamento del canone mi dia il sacrosanto diritto di ricevere anche tutte le altre tv, o se esse siano un surplus di cui essere grati a viale Mazzini.
Era naturale alle 19.56, finito di spremersi le meningi per trovare la parola nascosta della ghigliottina, passare immediatamente su Chicco Mentana per non incorrere sull'imbonimento di regime di Minzolini. Ma ora, dove andare a parare? Scartate a priori le succursali minzoliniane di Mediaset, il meno peggio è ancora Blob, che rimane un quarto d'ora d'aria pulita, ma non è informazione.
Che fine ha fatto La7? E' un fatto solo trentino o è un fenomeno nazionale? Aspetto notizie al riguardo da altri. Fatto sta che, con tutte le riserve del caso, il tg de La7 era un appuntamento ed un rito a cui non si poteva mancare. Che l'assenza di Mentana – ma anche di Gruber e tutti gli altri – sia circoscritta o generale, è un fatto importante e solleva un interogativo: che cavolo sta succedendo in Telecom?
Dopo la rottamazione di Belen perché, secondo Tim, i suoi spot hanno fatto perdere clienti, l'assenza de La7 come canale indipendente è un chiaro sintomo di un profondo malessere che c'è nell'azienda telefonica: possibile che non riescano a dotarsi di un efficiente servizio di assistenza tecnica agli impianti? Se in Trentino prendiamo le emittenti siciliane, com'è possibile non ricevere nessun segnale da Roma?
Non basta vendere un prodotto, bisogna dare anche il servizio post-vendita per mantenere ed aumentare le proprie quote di mercato (provare al riguardo i differenti call center di Telecom e Vodafone). Il guadagno immediato di oggi può diventare una pietra al collo che porta a fondo domani.

Il mio foliage 2

Posted on novembre 19, 2009 by Maurice

C’è chi, come gli americani, si fa centinaia di chilometri per andare ad ammirare il foliage nel New England. E c’è chi, come chi scrive, che ce l’ha sotto casa.

Non è male, non trovi?

UCAS 0

Posted on ottobre 05, 2009 by Maurice

Premessa. Il mio professore di latino alle medie aveva inventato un acronimo che tirava fuori ogni volta che la traduzione si discostava dal testo originale per delle costruzioni fantasiose ed impossibili: UCAS, Ufficio Complicazioni Affari Semplici.

3824342927_d520cd27d0Dalla prima Canon FT Ql nel corso degli anni sono passato attraverso modelli, marche e formati diversi: Zenza Bronica, Asahi Pentax, Minolta, con obiettivi e filtri di tutti i tipi. Allo stesso modo ho percorso tutte le tappe che in genere un fotografo amatoriale fa prima di arrivare al suo genere preferito: istantanee, paesaggi, architettura, still life, macro, ritratti, nudo. Senza presunzione credo di padroneggiare bene il mezzo che ho tra le mani, sfruttando luci, tempi, aperture di diaframma.
Recentemente, nell’illusione di riuscire a fare dei ritratti almeno avvicinabili a quelle di grandi fotografi attuali russi, ho deciso di passare al digitale dopo un pluridecennale onorato servizio in analogico.

Il digitale ha moltissimi vantaggi rispetto all’analogico, primo fra tutti la possibilità di vedere subito la foto (tipo Polaroid, se vogliamo) senza dispendio di pellicola e stampa. Il sistema computerizzato di una digitale permette inoltre di scegliere tra una miriade di impostazioni che renderebbe facile la fotografia sia al neofita sia all’amatore evoluto, un po’ come se si usasse una Instamatic o una reflex super automatica.
Ma qui cadono gli asini dei programmatori digitali, tutti dell’UCAS.
Il fotografo pigro può usare la macchina in maniera totalmente automatica in base al principio "inquadra e scatta". Tutto il resto lo fa lei. E vabbè. Però posso anche scegliere la modalità P, che sta per programmato, cioè in pratica come nel modo precedente se non si cambia nessun parametro. Ma posso anche scegliere la modalità Scena, cioè una delle diverse casistiche già preimpostate, tipo panorama. Anche in questo caso, se non si cambia nessun parametro, la macchina fa tutto da sola come nei casi precedenti. Dove sta la differenza? La risposta la sanno solo quelli dell’UCAS.
Oltre alle citate ci sono poi le modalità S,A,M, soggetti in movimento, con tutte le varianti di sensibilità ISO, luce diurna, mattutina, serale, notturna, neon, flash, luce piena o ridotta, e chi ha più fantasia più ne metta.
Molto più semplicemente, non bastava programmare quattro modalità, come nelle automatiche analogiche: completamente automatica (inquadra e scatta), a priorità di tempi, a priorità di diaframmi e completamente manuale? In compenso non c’è la possibilità di inserire il cavetto per un flash ausiliario.

Un solo esempio per capire come, per usare una digitale, bisogna aver almeno un master in fisica: la messa a fuoco. Con la digitale c’è la possibilità della messa a fuoco in automatico (autofocus), ma anche solo sul volto, ma anche bilanciato sull’intera area inquadrata, o solo sulla zona centrale o infine sul punto centrale dell’inquadratura (spot). Ecchecavolo. Datemi una lettura e che sia quella una volta per tutte, non che debba continuamente cambiare perché, se dopo un panorama inquadro una persona, mi sballa tutto. Progressi della tecnologia o perversione UCAS?

La voglia di accontentare tutti finisce con lo scontentare molti.
Con il prescatto la fotocamera "legge" tutto quello che gli serve e con il secondo scatto finalmente faccio la foto. La conseguenza è che la digitale è sconsigliata ai genitori, agli sportivi e ai macrofotografi: dal momento che inquadro il bambino o l’atleta che salta o la farfalla sul fiore, al momento che faccio il secondo scatto passa un’eternità, il bambino se n’è già andato, l’atleta è già nello spogliatoio e la farfalla è su un altro prato.
Esagero, ma l’attimo fuggente si perde inesorabilmente tra il prescatto e lo scatto.

Capiti due concetti di fisica ottica, fotografare è facile, anche se fare una bella fotografia è difficile. Con la digitale non è facile nemmeno la teoria: da quando l’ho comperata, sto studiando il manuale come fosse un testo universitario, con tanto di appunti e sottolineature. Ho già passato due volte la guida, e dovrò darle una terza ripassata per memorizzare le varie funzioni.
Nonostante ciò, a detta anche di altri rimarrà qualche zona di buio e dovrò intervenire nella "camera oscura" di qualche foto ritocco per avere al computer l’effetto desiderato. Resto dell’opinione che all’UCAS abbiano tralasciato (o sopravvalutato?) l’elemento fondamentale di ogni foto: l’elemento umano che, tra le altre cose, vorrebbe anche fare una foto.

I ricordi non vanno in pensione 0

Posted on luglio 30, 2009 by Maurice

La decisione della Kodak di mandare in pensione, dopo tre quarti di secolo di onorato servizio, la sua pellicola a colori mi ha indotto a riporre in armadio le vecchie macchine fotografiche analogiche (e rigorosamente manuali) per passare alla camera digitale.
Già non si poteva più dire macchina fotografica digitale (ma perché usare per forza il termine anglosassone? che oltretutto in italiano ha tutt’altro significato), ora per forza di cose bisogna convertirsi ai plasticoni elettronici – anche se, come per il vinile, sono sicuro fra un po’ di anni tornerà di moda la pellicola.
Ad onor del vero rimane ancora in produzione la mitica Etkachrome, la cara vecchia dia che non ha paragoni in fatto di qualità, con la quale ho riempito ripiani di scaffalature. blowup460Ma il mondo va così, e bisogna star al passo con i tempi.
Basta allora alle scelte rompicapo sugli ASA (e prima ancora sui Din): per una seduta di ritratto meglio un 64 ASA o ci spariamo un 400, con tutta la sua grana che ora si chiama "rumore di fondo"? Oppure optiamo per un valido compromesso con un 200 ASA? Erano interrogativi che presupponevano delle scelte conseguenti sull’ambientazione (ora set), sulle luci da adottare (naturale, flash, alogene).
Ora tutto è demandato al computer di bordo che decide lui se, come e quando scattare. Sì, anche quando scattare, perché c’è perfino il sensore che "vede" se il soggetto chiude gli occhi o non sorride, ed aspetta che la posa sia perfetta – secondo i suoi canoni – per immortalare il viso. Ma se io volessi ritrarre un bambino che piange o che dorme? Bel problema. Bisogna annullare le impostazioni predefinite.
Ci sono anche i vantaggi, diciamolo onestamente. Adesso non serve più lavorare con due macchine, una caricata con il colore ed una col bianco e nero: si fa tutto a colori e poi ci pensa Photoshop a trasformare in BW (e ridaje con l’inglese).
A proposito di Photoshop, molti ne parlano in modo schifato, più che altro perché i maldestri manipolatori, oltre a far scomparire smagliature, rughe e cellulite in eccesso, riescono a spostare braccia, mani, dimenticandosene ogni tanto qualcuna in più. A parte questo, Photoshop è la vecchia camera oscura dove creavamo il flou che ci eravamo dimenticati in fase di ripresa, rischiaravamo un volto sottoesposto o oscuravamo un cielo per rendere la scena più drammatica.
Si sa che alcuni grandi fotografi devono la loro fama ai tecnici della camera oscura, perché non tutti se la cavavano egregiamente con sviluppo e fissaggio come con lo scatto. Io, per esempio, ho sempre avuto grossi problemi con la polvere che immancabilmente – nonostante tutta la cura e le abbondanti spruzzate di aria, prima con la peretta poi con le bombolette apposite – mi ritrovavo nelle stampe. E dagli allora di pennello e china per correggere il meraviglioso ritratto.
Tutte storie di altri tempi che già i miei figli conoscono per aver visto il padre, non per esperienza propria, perché loro girano da tempo con la digitale compatta (ex Instamatic) nel marsupio o nella borsa. Da buon romantico, e non potendomi permettere la reflex, io ho optato per una bridge: non è così elaborata e non ha la possibilità del cambio obiettivi come la reflex, ma ne ricorda la forma, senza una coda perché non serve più l’alloggiamento per il rullino.
Una cosa, poi, tira l’altra. Non basta la fotocamera, perché tre scatti ed è finita la memoria: allora bisogna acquistare una memory card (ancora!), ed ecco l’ultima arrivata – per il momento – da 8 giga, ed un’ottima stampante laser perché quella che serve per i documenti lascia le righe.
Vabbè, adeguiamoci. Ma un giorno tirerò giù dal ripiano più alto del magazzino la mia Paterson, le vaschette, il Durst, la Canon, le Pentax e dirò ai miei nipotini, se ne avrò: ai miei tempi…

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