Il mio foliage 2
C’è chi, come gli americani, si fa centinaia di chilometri per andare ad ammirare il foliage nel New England. E c’è chi, come chi scrive, che ce l’ha sotto casa.
Non è male, non trovi?
C’è chi, come gli americani, si fa centinaia di chilometri per andare ad ammirare il foliage nel New England. E c’è chi, come chi scrive, che ce l’ha sotto casa.
Non è male, non trovi?
Premessa. Il mio professore di latino alle medie aveva inventato un acronimo che tirava fuori ogni volta che la traduzione si discostava dal testo originale per delle costruzioni fantasiose ed impossibili: UCAS, Ufficio Complicazioni Affari Semplici.
Dalla prima Canon FT Ql nel corso degli anni sono passato attraverso modelli, marche e formati diversi: Zenza Bronica, Asahi Pentax, Minolta, con obiettivi e filtri di tutti i tipi. Allo stesso modo ho percorso tutte le tappe che in genere un fotografo amatoriale fa prima di arrivare al suo genere preferito: istantanee, paesaggi, architettura, still life, macro, ritratti, nudo. Senza presunzione credo di padroneggiare bene il mezzo che ho tra le mani, sfruttando luci, tempi, aperture di diaframma.
Recentemente, nell’illusione di riuscire a fare dei ritratti almeno avvicinabili a quelle di grandi fotografi attuali russi, ho deciso di passare al digitale dopo un pluridecennale onorato servizio in analogico.
Il digitale ha moltissimi vantaggi rispetto all’analogico, primo fra tutti la possibilità di vedere subito la foto (tipo Polaroid, se vogliamo) senza dispendio di pellicola e stampa. Il sistema computerizzato di una digitale permette inoltre di scegliere tra una miriade di impostazioni che renderebbe facile la fotografia sia al neofita sia all’amatore evoluto, un po’ come se si usasse una Instamatic o una reflex super automatica.
Ma qui cadono gli asini dei programmatori digitali, tutti dell’UCAS.
Il fotografo pigro può usare la macchina in maniera totalmente automatica in base al principio "inquadra e scatta". Tutto il resto lo fa lei. E vabbè. Però posso anche scegliere la modalità P, che sta per programmato, cioè in pratica come nel modo precedente se non si cambia nessun parametro. Ma posso anche scegliere la modalità Scena, cioè una delle diverse casistiche già preimpostate, tipo panorama. Anche in questo caso, se non si cambia nessun parametro, la macchina fa tutto da sola come nei casi precedenti. Dove sta la differenza? La risposta la sanno solo quelli dell’UCAS.
Oltre alle citate ci sono poi le modalità S,A,M, soggetti in movimento, con tutte le varianti di sensibilità ISO, luce diurna, mattutina, serale, notturna, neon, flash, luce piena o ridotta, e chi ha più fantasia più ne metta.
Molto più semplicemente, non bastava programmare quattro modalità, come nelle automatiche analogiche: completamente automatica (inquadra e scatta), a priorità di tempi, a priorità di diaframmi e completamente manuale? In compenso non c’è la possibilità di inserire il cavetto per un flash ausiliario.
Un solo esempio per capire come, per usare una digitale, bisogna aver almeno un master in fisica: la messa a fuoco. Con la digitale c’è la possibilità della messa a fuoco in automatico (autofocus), ma anche solo sul volto, ma anche bilanciato sull’intera area inquadrata, o solo sulla zona centrale o infine sul punto centrale dell’inquadratura (spot). Ecchecavolo. Datemi una lettura e che sia quella una volta per tutte, non che debba continuamente cambiare perché, se dopo un panorama inquadro una persona, mi sballa tutto. Progressi della tecnologia o perversione UCAS?
La voglia di accontentare tutti finisce con lo scontentare molti.
Con il prescatto la fotocamera "legge" tutto quello che gli serve e con il secondo scatto finalmente faccio la foto. La conseguenza è che la digitale è sconsigliata ai genitori, agli sportivi e ai macrofotografi: dal momento che inquadro il bambino o l’atleta che salta o la farfalla sul fiore, al momento che faccio il secondo scatto passa un’eternità, il bambino se n’è già andato, l’atleta è già nello spogliatoio e la farfalla è su un altro prato.
Esagero, ma l’attimo fuggente si perde inesorabilmente tra il prescatto e lo scatto.
Capiti due concetti di fisica ottica, fotografare è facile, anche se fare una bella fotografia è difficile. Con la digitale non è facile nemmeno la teoria: da quando l’ho comperata, sto studiando il manuale come fosse un testo universitario, con tanto di appunti e sottolineature. Ho già passato due volte la guida, e dovrò darle una terza ripassata per memorizzare le varie funzioni.
Nonostante ciò, a detta anche di altri rimarrà qualche zona di buio e dovrò intervenire nella "camera oscura" di qualche foto ritocco per avere al computer l’effetto desiderato. Resto dell’opinione che all’UCAS abbiano tralasciato (o sopravvalutato?) l’elemento fondamentale di ogni foto: l’elemento umano che, tra le altre cose, vorrebbe anche fare una foto.
La decisione della Kodak di mandare in pensione, dopo tre quarti di secolo di onorato servizio, la sua pellicola a colori mi ha indotto a riporre in armadio le vecchie macchine fotografiche analogiche (e rigorosamente manuali) per passare alla camera digitale.
Già non si poteva più dire macchina fotografica digitale (ma perché usare per forza il termine anglosassone? che oltretutto in italiano ha tutt’altro significato), ora per forza di cose bisogna convertirsi ai plasticoni elettronici – anche se, come per il vinile, sono sicuro fra un po’ di anni tornerà di moda la pellicola.
Ad onor del vero rimane ancora in produzione la mitica Etkachrome, la cara vecchia dia che non ha paragoni in fatto di qualità, con la quale ho riempito ripiani di scaffalature.
Ma il mondo va così, e bisogna star al passo con i tempi.
Basta allora alle scelte rompicapo sugli ASA (e prima ancora sui Din): per una seduta di ritratto meglio un 64 ASA o ci spariamo un 400, con tutta la sua grana che ora si chiama "rumore di fondo"? Oppure optiamo per un valido compromesso con un 200 ASA? Erano interrogativi che presupponevano delle scelte conseguenti sull’ambientazione (ora set), sulle luci da adottare (naturale, flash, alogene).
Ora tutto è demandato al computer di bordo che decide lui se, come e quando scattare. Sì, anche quando scattare, perché c’è perfino il sensore che "vede" se il soggetto chiude gli occhi o non sorride, ed aspetta che la posa sia perfetta – secondo i suoi canoni – per immortalare il viso. Ma se io volessi ritrarre un bambino che piange o che dorme? Bel problema. Bisogna annullare le impostazioni predefinite.
Ci sono anche i vantaggi, diciamolo onestamente. Adesso non serve più lavorare con due macchine, una caricata con il colore ed una col bianco e nero: si fa tutto a colori e poi ci pensa Photoshop a trasformare in BW (e ridaje con l’inglese).
A proposito di Photoshop, molti ne parlano in modo schifato, più che altro perché i maldestri manipolatori, oltre a far scomparire smagliature, rughe e cellulite in eccesso, riescono a spostare braccia, mani, dimenticandosene ogni tanto qualcuna in più. A parte questo, Photoshop è la vecchia camera oscura dove creavamo il flou che ci eravamo dimenticati in fase di ripresa, rischiaravamo un volto sottoesposto o oscuravamo un cielo per rendere la scena più drammatica.
Si sa che alcuni grandi fotografi devono la loro fama ai tecnici della camera oscura, perché non tutti se la cavavano egregiamente con sviluppo e fissaggio come con lo scatto. Io, per esempio, ho sempre avuto grossi problemi con la polvere che immancabilmente – nonostante tutta la cura e le abbondanti spruzzate di aria, prima con la peretta poi con le bombolette apposite – mi ritrovavo nelle stampe. E dagli allora di pennello e china per correggere il meraviglioso ritratto.
Tutte storie di altri tempi che già i miei figli conoscono per aver visto il padre, non per esperienza propria, perché loro girano da tempo con la digitale compatta (ex Instamatic) nel marsupio o nella borsa. Da buon romantico, e non potendomi permettere la reflex, io ho optato per una bridge: non è così elaborata e non ha la possibilità del cambio obiettivi come la reflex, ma ne ricorda la forma, senza una coda perché non serve più l’alloggiamento per il rullino.
Una cosa, poi, tira l’altra. Non basta la fotocamera, perché tre scatti ed è finita la memoria: allora bisogna acquistare una memory card (ancora!), ed ecco l’ultima arrivata – per il momento – da 8 giga, ed un’ottima stampante laser perché quella che serve per i documenti lascia le righe.
Vabbè, adeguiamoci. Ma un giorno tirerò giù dal ripiano più alto del magazzino la mia Paterson, le vaschette, il Durst, la Canon, le Pentax e dirò ai miei nipotini, se ne avrò: ai miei tempi…