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febbraio 07, 2010 by
Maurice
Le ultime settimane non sono state proprio tranquille. La malattia del nostro piccolo ospite ha coinvolto tutta la famiglia: l’andirivieni dalla veterinaria per diagnosticare, prima, la causa del suo comportamento anomalo ed il seguirlo poi nel rapido consumarsi di ogni linfa vitale – fino alla sua inevitabile partenza – ha assorbito tutta la nostra attenzione. Sembra inverosimile quanto un esserino occupi così prepotentemente la nostra esistenza: ora che non sentiamo più il suo miagolio di saluto ogni volta che qualcuno di noi rientrava a casa, o non ce lo ritroviamo più tra i piedi alla ricerca di una carezza o di una attenzione, le stanze sono stranamente vuote.
Insomma, quindici anni non si cancellano facilmente.

Negli stessi giorni ha preso forma la decisione di cambiare l’attrezzo con cui sto dando vita a questo post.
Il vecchio computer dimostrava tutti gli acciacchi dell’età, anche lui. Non sono un fanatico della novità a tutti i costi, non solo uno di quelli che se non vede la prima di un film non è contento o che corre in concessionaria a prenotarsi il nuovo modello presentato all’ultimo salone dell’auto. Preferisco sempre che le novità siano testate dagli altri ed affidarmi a cose ormai sicure.
Oltretutto ne va in costi: l’uscita di Windows 7 era stata annunciata per l’autunno, come è stato, ma l’hardware giacente nelle case con il bidone targato Vista doveva prima essere smaltito. Ora anche i prezzi sono scesi ed il momento era opportuno per dare una rinfrescata al sistema informatico casalingo, e questo ha sconvolto anche la sistemazione dell’arredamento.
Qualcuno potrà obiettare: che necessità c’è di cambiare l’intera disposizione di un soggiorno – che è qui dove digito – solo perché va cambiato un computer?
Il ritorno dal laptop al desktop mi ha rivoluzionato tutto. Non avevo più posto per la stampante sopra il tavolo ed un abile lavoro di bricolage mi ha permesso di recuperare un mobiletto Kartell sottoutilizzato; se la nuova soluzione era ottimale, non così il posizionamento della stampante nella stanza.
Un lampo di genio mi ha fornito la soluzione: spostiamo il pianoforte al posto del mobile piccolo, questo lo mettiamo al posto della mia scrivania che va dov’era il pianoforte. Sul mobile piccolo spostiamo la televisione e tutti i collegati, giriamo il mobile grande dov’era prima la tele, ed il gioco è fatto. Convinte della soluzione le mie donne, in tre e con una buona dose di muscoli abbiamo fatto fare un giro di valzer all’arredamento ed, oplà, ne è venuta fuori una stanza nuova, più aperta, più spaziosa, adesso sì distribuita razionalmente.
Le rifiniture al processo di cambiamento mi hanno infine occupata l’intera giornata libera: risistemare quadri e foto alle pareti, riposizionare la lampada a soffitto vicino ai divani (perché anche questi hanno dovuto essere spostati in conseguenza della nuova disposizione della tele), ah papà, visto che ci sei perché non mi attacchi le mie foto sopra il letto?, installare una chiavetta wireless per il collegamento al router al posto del cavo ethernet che non poteva correre per la stanza e, ciliegina sulla torta, una nuova webcam ad alta risoluzione per il collegamento via Skype con il figliolo parigino.
E’ tutta un’altra vita adesso.
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Cazzeggiamenti
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gennaio 28, 2010 by
Maurice
Questa potrebbe essere l’ultima notte per il mio gatto, domani decideremo per la sua eutanasia dopo aver sentito la veterinaria. Non è una decisione facile.
E’ vero che all’ultima visita ci ha in un certo senso sollevato dicendo che la sua fine sarà indolore, perché la malattia lo porterà lentamente dal sopore al sonno, al coma e quindi alla morte. Non soffrirà, ma pensare di vederlo aggirarsi per casa ancora per qualche settimana, forse, con quell’aria stranita e lo sguardo assente, ridotto a sole ossa e pelo, e rifiutare il cibo e bere ogni tanto un po’ di latte o di acqua dal rubinetto, senza nemmeno la voglia di essere grattato dietro le orecchie o sotto il mento, è uno strazio.
Era nato da poche settimane – quindici anni fa esatti – quando portai mia figlia dall’uscita della scuola elementare dentro il negozio di animali. All’inizio volevamo un cane, ma la madre non era rimasta incinta; poi, riflettendo meglio sui nostri impegni di lavoro e sulle necessità che ha un cane, avevamo dirottato la nostra attenzione su un gatto: più indipendente, casalingo, per nulla esigente in fatto di passeggiate e necessità fisiologiche varie. Fatta la scelta, avevamo pensato ad una femmina, meno irrequieta e più amabile rispetto ai maschi, dicevano i libri consultati.
La nidiata di gattini disponibile nel negozio era tutta al femminile: bianche, nere, a chiazze bianche e nere, con la sola eccezione di un maschietto dal lungo pelo fulvo e bianco ed una macchia nera sulla zampina. Quando mia figlia li vide sgranò gli occhi dalla contentezza. La invitai a sceglierne uno, ma fra una dozzina come si fa a prenderne uno solo, e con quale criterio? Spiegai alla proprietaria che volevamo un gattino affettuoso, coccolone, tranquillo; senza indugi prese l’unico maschio della cesta, il rosso, e lo mise tra le mani della bimba.
Fu un amore a prima vista, nostro verso quel batuffolo di pelo lungo, e viceversa. Se lo mise delicatamente dentro il cappottino ed uscimmo.
Nella cucina del ristorante mia moglie fece le sue rimostranze di rito, ma anche per lei fu subito attrazione fatale.
La mia piccola non ci mise molto a trovargli il nome che non poteva che essere quello di un aristogatto, Matisse, un gatto geneticamente speciale (raramente i maschi sono tricolori) che ci ha distrutto i divani, rifiutato le leccornie che portavamo dal ristorante per i banali prodotti industriali, ma che ci ha accompagnato in questi lunghi quindic’anni.
Anche per lui è arrivata l’ora di partire. Non mi vergogno a confessare che mi viene il groppo alla gola. Ciao, Mati.
Tags: doloremalattiamorte
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Cazzeggiamenti
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gennaio 25, 2010 by
Maurice

Ci sono situazioni in cui qualsiasi parola io cerchi di usare mi sembra una banalità. Una banalità che non esprime quello che sento dentro, il dolore che ho dentro. Un dolore che è esterno a chi lo sta vivendo dall’interno.
Inutile chiedersi perché. La risposta, se c’è, è sempre di parte. Io credo una cosa: lei c’è, ancora, libera ormai dalla gabbia fisica così a lungo provata.
Non ti ho mai conosciuta di persona, ma ero vicino alla tua mamma, e quindi ero vicino anche a te. Ci conosceremo di persona, non dubitare. Aspetta che finisca anche il nostro tempo.
Tags: doloremorte
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Temps perdu