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dicembre 02, 2011 by
Maurice
Gli americani sono molto pratici, in tutto e prima di tutto. Se devono farsi la casa, che deve durare per i prossimi quarant'anni, quanti sono quelli che più o meno li separano dalla morte, non la fanno in mattoni, ma in legno; se nel tempo hanno bisogno di ingrandirla, aggiungono un pezzo con altri elementi prefabbricati.
Chi mette su un ristorante bada prima di tutto alla spesa ed alla praticità. Le nostre splendide cucine in acciaio inox le lasciano a noi, loro fanno tutto in alluminio che costa il 40% e serve allo stesso modo. Non si sa mai che il business fallisca, ed allora è meglio non investire troppo.
Il pensiero economico domina tutto. Chi va al ristorante paga per avere del cibo, anche quello che non riesce a consumare. Ecco quindi l'usanza di chiedere un contenitore per riporre quanto è rimasto nel piatto e portarselo a casa.
Da noi tutto questo è inconcepibile. "Mi sembra di fare la figura del morto di fame", è il commento più comune degli italiani. Così mi vedo rientrare in cucina, destinati al bidone dell'umido, stinchi pressoché interi, preziosi filetti di manzo, mezze tagliate da mezzo chilo. I casi sono due: o il piatto non è piaciuto, o non ce la fanno a finirlo.
Più di una volta sono uscito in sala per accertarmi direttamente dal cliente sulla motivazione; se non è piaciuto vedo se ho sbagliato qualcosa, se è troppo gli propongo di metterlo in una borsa e portarselo a casa. Nel 99% dei casi rifiuta. Come per il vino in bottiglia che non riesce a scolare completamente.
C'è solo un caso in cui il commensale chiede di portarsi via la roba: quando ha spolpato per bene lo stinco e chiede l'osso da portare al cane domestico.
Complice forse la crisi, la Provincia Autonoma di Trento per prima in Italia ha deciso di cambiare modo di ragionare.
Da agosto è partita l'iniziativa "Rigustami a casa". Ha approntato 40 mila ecovaschette distribuendole alle Comunità di Valle dove il ristoratore può ritirarle gratuitamente (per il momento). La sicurezza – come si legge sul sito – e la regolarità della pratica dal punto di vista igienico-sanitario sono garantite dall'Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari, appositamente interpellata e coinvolta nell'iniziativa.
E' il progetto “Ecoristorazione Trentino” – sostiene la Provincia – che coinvolgerà ristoranti, ristohotel, pizzerie e agriturismi. Quelli che dimostreranno di attuare azioni per l’ambiente riceveranno un eco-marchio di qualità. L'azione simbolo dell’accordo sarà appunto la possibilità per il cliente di portare a casa il cibo avanzato, per ridurre il rifiuto organico e gli sprechi alimentari.
Per quanto ci riguarda l'iniziativa per noi parte già vecchia. Da anni sosteniamo questo modo di fare ecologia e ci eravamo già attrezzati con le vaschette della Cuki. Oggi che ci sono quelle della Provincia meglio ancora, perché sono più belle, realizzate in materiale biodegradabile, con tanto di logo ed istruzioni per rigenerare il cibo in microonde o in forno tradizionale.
Per il cuoco che ha cucinato è anche una bella soddisfazione: sapere se il cliente ha apprezzato il cibo e vuole completare a casa sua il pasto è un bel complimento. E per il locale è una forma di ulteriore pubblicità, un prolungamento del piacere goduto a tavola.
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Cucina, Ristorante
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luglio 29, 2010 by
Maurice
La politica italiana sta alla tecnologia come Arrigo Boito sta a Jeffery Deaver. Tanta è la noia e la stomachevolezza delle moine che provengono dal palazzo, quanto sono entusiasmanti le notizie di nuove invenzioni che ogni giorno i media ci forniscono, soprattutto nel campo energetico.
Pare scontato che nel giro di relativamente pochi anni ci affrancheremo dalla dipendenza del petrolio per produrre energia, con tutto quello che ne consegue: abbattimento radicale dell’inquinamento atmosferico e marino (BP e Cina docent), venir meno di tante guerre per il controllo dei pozzi mediorientali, riscatto dalla povertà millenaria dei paesi africani, di sicuro nuove abitudini di vita.
Siamo ancora agli albori della green economy, e dobbiamo aspettarci invenzioni sempre più sensazionali nel campo dell’energia pulita. Già c’è il consorzio, di cui l’Italia fa parte, per lo sfruttamento del deserto africano con una mega centrale fotovoltaica – con relative coltivazioni agricole nelle sottostanti zone d’ombra – dopo che è stato messo a punto con successo un sistema di trasporto dell’energia su lunghe distanze senza apprezzabili perdite per strada. In Sicilia, grazie all’intuizione di Carlo Rubbia, è entrata in funzione Archimede, la prima centrale a specchi che permette di produrre energia anche quando manca il sole, grazie ad un nuovo olio per l’accumulazione del calore.
Nel nostro Paese la produzione di energia pulita ha già raggiunto il fabbisogno del consumo domestico, e siamo solo agli inizi. C’è chi impianta centrali fotovoltaiche nelle ex discariche, come l’Emilia Romagna, e le stesse aziende (forse sulla scia del nuovo verbo di Obama) hanno capito l’importanza economica delle fonti rinnovabili: così a Marghera è già entrata in funzione la prima centrale ad idrogeno.
E’ un susseguirsi di grandi e piccole invenzioni, dalla discoteca che sfrutta il movimento prodotto in pista, ai privati che possono installare piccole turbine nelle canne fumarie (sfruttando le emissioni o il semplice passaggio continuo di aria) o negli scarichi di acqua sporca, come il recentissimo HyDro-Power. E’ proprio il caso di dire con De André che dal letame nascono i fiori.
Ed il nucleare? Beh, pare proprio che sia destinato ad andare in soffitta, almeno nei paesi teconologicamente più avanzati, non in Italia (che non rientra in questo novero) dove Berlusconi è fermo ad una trentina di anni fa.
Nuovi studi, economici stavolta, svolti da John Blackburn, docente di economia alla Duke University, hanno dimostrato che il costo di produzione del fotovoltaico è oggi inferiore a quello del nucleare, destinato quest’ultimo a crescere ulteriormente nei prossimi anni, tanto che lo stesso Google ha sottoscritto un contratto per l’uso di energia pulita dell’Iowa che prevede la fornitura a prezzo fisso per i prossimi vent’anni.
Questo impone una seria riflessione tra le forze politiche nostrane non sull’opportunità o meno di mettere Umberto Veronesi a capo dell’agenzia per il nucleare, ma sulla convenienza economica – tralasciando tutti gli altri aspetti – di imboccare la strada atomica. Se il popolo italiano si è già espresso in maniera univoca in tal senso, ributtarci oggi su questa scelta è non solo antistorico, ma soprattutto antieconomico.
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Economia
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marzo 09, 2010 by
Maurice
Un programma come Presa Diretta di Riccardo Iacona mi fa solo incazzare. Prendiamo l’ultima puntata su "Sole vento alberi" dove è stata presa in esame la situazione delle energie alternative in Germania. Più scorrono le immagini sullo schermo e più mi incazzo.
In soli dieci anni, da quando cioè il parlamento tedesco ha approvato a larghissima maggioranza la legge sulle energie rinnovabili, il paese sta rivoluzionando nei fatti e nelle menti dei cittadini il concetto di approvigionamento energetico. Abbandonata la via nucleare, la Germania sta affrancandosi anche dalla dipendenza del petrolio, dopo aver creato dal nulla 750 mila nuovi posti di lavoro.
La domanda che mi pongo è molto semplice: perché loro sì e noi no? Perché il governo tedesco di centrodestra lo ha fatto e noi no?
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Politica e democrazia
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marzo 03, 2010 by
Maurice
In tempi in cui si sdogana ormai tutto, dai fasci littori alle foibe, non poteva non essere sdoganata anche la patata OGM. L’Unione Europea, dopo 12 anni di dibattiti, ha detto sì alla coltivazione della patata geneticamente modificata Amflora "per uso industriale", nonché l’utilizzo dei prodotti dell’amido della stessa Amflora come mangime per gli animali. Aspettiamoci i soliti tre giorni di dibattiti impestati sui no (tantissimi) agli OGM, contro i (pochissimi) sì, senza sapere in effetti di cosa si parla.
Come tutte le cose all’italiana, anche questo argomento viene affrontato "per sentito dire" e sulla base di preconcetti ideologici, con la differenza che in questo caso c’è una buona compagnia contraria agli OGM che va dall’estrema destra all’estrema sinistra (vedi qui, qui e qui, ma anche qui).
Prepariamoci a sentire le cose più esilaranti del tipo: gli OGM fanno ingrassare le aziende chimiche e farmaceutiche. Il problema non è sulla liceità che gli OGM siano brevettati, ma sui profitti che derivano da questi brevetti. Come dire: non è giusto che le industrie che costruiscono armi guadagnino, ma non mettiamo in discussione che è lecito costruire armi.
O ancora: no alla chimica nel cibo. Come se l’acqua di fonte che beviamo non fosse costituita da due atomi di idrogeno ed uno di ossigeno (per i talebani anti chimica segnalo questo).
Nessuno, però, mi dice – dati non contraffatti alla mano – perché gli OGM sono pericolosi, o non lo sono affatto. E’ sempre per sentito dire, probabilmente, forse, potrebbe darsi che nel lungo andare, chi lo sa.
Il primo OGM moderno fu ottenuto nel 1973 da Stanley Cohen (Stanford University School of Medicine) e Herbert Boyer (University of California, San Francisco). I due ricercatori, grazie all’uso combinato delle nuove tecniche di biologia molecolare che si stavano sviluppando in diversi laboratori, come l’uso dell’enzima ligasi (1967), degli enzimi di restrizione e della trasformazione batterica1970-72), riuscirono per primi a clonare un gene di rana all’interno del batterio Escherichia coli, dimostrando che era possibile trasferire materiale genetico da un organismo ad un altro tramite l’utilizzo di vettori plasmidici in grado di autoreplicarsi, abbattendo di fatto le barriere specie-specifiche (wikipedia).
Bene, dopo quasi quarant’anni nessuno porta cifre, dati, numeri che ci dicano cosa fa bene e cosa fa male. Insomma, cosa ci vuole – e qui mi riferisco all’Europa e all’Italia – a prendere un campo, recintarlo con il doppio filo spinato, coltivarlo a patate Amflora, darle in pasto a bestie e uomini volontari (né più né meno di quanto si fa con i nuovi prodotti farmaceutici) per un bel po’ di anni… e vedere l’effetto che fa?
In questo gioco nichilista, ma un po’ in tutto quello che si riferisce all’ambiente, è interessante la posizione della sinistra, sempre e comunque negativa e priva di idee alternative: è come se dicessimo no all’automobile, ma non potessimo in alternativa usare il treno. Se ci sono dubbi su una soluzione, è serio perlomeno proporre qualcos’altro di altrettanto valido: se un contadino produce sottocosto e negli OGM vede una maniera per poter essere redditizio, una volta detto no, cosa gli offriamo in cambio? La battaglia è sempre di retroguardia, segno della debolezza delle idee.
Non si tratta di essere a favore o contro la manipolazione, ma essere contro – comunque – al pressapochismo ed alla propaganda di parte, di qualsiasi parte.
Tags: ecologiaricercasalute
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Alimenti
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settembre 25, 2009 by
Maurice
Da mezzanotte "la cittadina rurale di Bundanoon (2.500 abitanti), 150 km a sudovest di Sydney, diventa la prima in Australia, e probabilmente nel mondo, a mettere al bando l’acqua imbottigliata commercialmente". Lo afferma Blitz Quotidiano, perché l’acqua con le bollicine industriali inquina il globo. Al suo posto saranno installati rubinetti ad alta tecnologia che permetteranno di spillare a casa propria l’acqua del sindaco già con le bollicine.
Quest’acqua mi sa di marcio lontano un chilometro.
Tutto sommato sono fatti degli australiani, ma non è che i rubinetti "tecnologici" rispondono ad una qualche lobby di costruttori in guerra con i "mineralisti"? In Italia – dove le associazioni dei consumatori sono molto forti, a parole – la guerra alle acque minerali è stata tentata più volte, non per motivi ecologici ma solo per bloccare i profitti di Rocchetta, Sangemini & C.
Pensavo che fosse perché l’anidride carbonica addizionata all’acqua inquina il pianeta. No: solo le bottiglie industriali inquinano, tant’è che le bollicine di CO2 usciranno comunque dai rubinetti domestici anche per annaffiare il giardino o lavare la macchina sotto casa.
Chi più chi meno, siamo tutti ecologisti. Siamo consci dei rischi che sta correndo il nostro maltrattato mondo e cerchiamo nel nostro piccolo di ridurre i consumi e gli sprechi. Abbiamo cambiato le lampadine con quelle a basso consumo, facciamo la differenziata (eccetto che a Napoli), chiudiamo i rubinetti dopo lo shampoo o mentre ci laviamo i denti.
Ma certo fondamentalismo verde rompe i marroni. Come il lavarsi di meno per non sprecare: e se domani i clienti si beccano una salmonella perché non ho lavato bene le verdure, come la mettiamo? Come il consegnare al Centro Recupero Materiali le latte ben lavate (ma come la mettiamo con l’acqua ed il detersivo impiegati?) o l’impossibilità di riciclare le vaschette di polistirolo, perché macchiate di sangue della carne? Forse che i forni usati per riciclarle non le accettano se non sono come nuove?
Da un estremo all’altro. C’è chi muore di sete e di malattie perché beve l’acqua delle pozzanghere infette, e noi per salvarli (o per diventare come loro) non dobbiamo usare l’acqua.
Va bene, ognuno – è proprio il caso di dirlo – tira l’acqua al suo mulino, ma quando è troppo è troppo. Come il Papa, secondo il quale i figli dei divorziati sono già rovinati. Personalmente non ho ancora dovuto ricorrere allo psicanalista ed i Carabinieri non mi cercano.
Se vogliamo essere seri, dobbiamo portare dati, non parole.
Tags: consumatoriecologia
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Costume & Società