Senza dubbio, la classe più competente, e la meno servile, è quella dei cuochi. (George Orwell)

Bistrot Chez Maurice



Non la solita Parigi 2

Posted on novembre 25, 2009 by Maurice

Ritorno dopo qualche giorno passato a Parigi a trovare il figliolo chef e la sua amata compagna. Non è la prima volta, quindi abbiamo di proposito tralasciato le mete turistiche per quella città nascosta o conosciuta ai pochi; solo domenica sera ci siamo concessi una capatina a Nôtre Dame, ma siamo fuggiti subito dal quartiere latino ché sembrava di essere in Galleria, a Milano.
Già. Capisco benissimo quelli che approfittano dei low cost della Ryan Air per conoscere per la prima volta la capitale francese, e quindi vanno bene gli Champs Elysées, la Tour Eiffel e via discorrendo, ma chi si vuole dare un’aria da uomo di mondo farebbe bene a guardarsi un po’ più attorno.
Per esempio, la domenica mattina a Montparnasse c’è un bel mercato alimentare dove ho acquistato il mio adorato sale di Guerande che finirà sui piatti dei miei clienti, e dove ci siamo riforniti di formaggi caprini e vaccini (non il solito Camembert), di ostriche di diverse specie, di salumi, di verdure bio. In una boulangerie vicino a casa, specializzata in pane e dolci assolutamente bio, abbiamo acquistato delle baguettes al papavero e ai semi di girasole e, voilà, il pranzo ce lo siamo servito con doveroso accompagnamento di champagne.
Per arrivare a Montparnasse si può prendere la metrò, ma ancora più bello è percorrere la strada dei teatri dove i locali si susseguono uno all’altro. Ci sono quelli a luci rosse (e come potrebbero mancare a Parigi?), ma ci sono anche quelli tradizionali o moderni, compreso uno goldoniano che mette in scena tutto l’anno commedie del celebre veneziano.
Una volta arrivati al mercato c’è solo l’imbarazzo della scelta, stando però attenti al portafoglio perché anche qui il biologico è diventato un business. Due giovani ragazzi hanno cominciato l’anno scorso con qualche prodotto ed oggi hanno un enorme banco di specialità che spazia dai risi alle spezie, dalle verdure ai mieli, dai formaggi ai salumi, fino ai prodotti per l’igiene personale.
Se poi vi interessa l’aspetto umano, avete solo l’imbarazzo della scelta tra clienti delle più disparate nazionalità e commercianti dalle più diverse personalità. Non a caso mi sono divertito a scaricare Mb di immagini che vi regalo qui.

 

Il mio foliage 2

Posted on novembre 19, 2009 by Maurice

C’è chi, come gli americani, si fa centinaia di chilometri per andare ad ammirare il foliage nel New England. E c’è chi, come chi scrive, che ce l’ha sotto casa.

Non è male, non trovi?

UCAS 2

Posted on ottobre 05, 2009 by Maurice

Premessa. Il mio professore di latino alle medie aveva inventato un acronimo che tirava fuori ogni volta che la traduzione si discostava dal testo originale per delle costruzioni fantasiose ed impossibili: UCAS, Ufficio Complicazioni Affari Semplici.

3824342927_d520cd27d0Dalla prima Canon FT Ql nel corso degli anni sono passato attraverso modelli, marche e formati diversi: Zenza Bronica, Asahi Pentax, Minolta, con obiettivi e filtri di tutti i tipi. Allo stesso modo ho percorso tutte le tappe che in genere un fotografo amatoriale fa prima di arrivare al suo genere preferito: istantanee, paesaggi, architettura, still life, macro, ritratti, nudo. Senza presunzione credo di padroneggiare bene il mezzo che ho tra le mani, sfruttando luci, tempi, aperture di diaframma.
Recentemente, nell’illusione di riuscire a fare dei ritratti almeno avvicinabili a quelle di grandi fotografi attuali russi, ho deciso di passare al digitale dopo un pluridecennale onorato servizio in analogico.

Il digitale ha moltissimi vantaggi rispetto all’analogico, primo fra tutti la possibilità di vedere subito la foto (tipo Polaroid, se vogliamo) senza dispendio di pellicola e stampa. Il sistema computerizzato di una digitale permette inoltre di scegliere tra una miriade di impostazioni che renderebbe facile la fotografia sia al neofita sia all’amatore evoluto, un po’ come se si usasse una Instamatic o una reflex super automatica.
Ma qui cadono gli asini dei programmatori digitali, tutti dell’UCAS.
Il fotografo pigro può usare la macchina in maniera totalmente automatica in base al principio "inquadra e scatta". Tutto il resto lo fa lei. E vabbè. Però posso anche scegliere la modalità P, che sta per programmato, cioè in pratica come nel modo precedente se non si cambia nessun parametro. Ma posso anche scegliere la modalità Scena, cioè una delle diverse casistiche già preimpostate, tipo panorama. Anche in questo caso, se non si cambia nessun parametro, la macchina fa tutto da sola come nei casi precedenti. Dove sta la differenza? La risposta la sanno solo quelli dell’UCAS.
Oltre alle citate ci sono poi le modalità S,A,M, soggetti in movimento, con tutte le varianti di sensibilità ISO, luce diurna, mattutina, serale, notturna, neon, flash, luce piena o ridotta, e chi ha più fantasia più ne metta.
Molto più semplicemente, non bastava programmare quattro modalità, come nelle automatiche analogiche: completamente automatica (inquadra e scatta), a priorità di tempi, a priorità di diaframmi e completamente manuale? In compenso non c’è la possibilità di inserire il cavetto per un flash ausiliario.

Un solo esempio per capire come, per usare una digitale, bisogna aver almeno un master in fisica: la messa a fuoco. Con la digitale c’è la possibilità della messa a fuoco in automatico (autofocus), ma anche solo sul volto, ma anche bilanciato sull’intera area inquadrata, o solo sulla zona centrale o infine sul punto centrale dell’inquadratura (spot). Ecchecavolo. Datemi una lettura e che sia quella una volta per tutte, non che debba continuamente cambiare perché, se dopo un panorama inquadro una persona, mi sballa tutto. Progressi della tecnologia o perversione UCAS?

La voglia di accontentare tutti finisce con lo scontentare molti.
Con il prescatto la fotocamera "legge" tutto quello che gli serve e con il secondo scatto finalmente faccio la foto. La conseguenza è che la digitale è sconsigliata ai genitori, agli sportivi e ai macrofotografi: dal momento che inquadro il bambino o l’atleta che salta o la farfalla sul fiore, al momento che faccio il secondo scatto passa un’eternità, il bambino se n’è già andato, l’atleta è già nello spogliatoio e la farfalla è su un altro prato.
Esagero, ma l’attimo fuggente si perde inesorabilmente tra il prescatto e lo scatto.

Capiti due concetti di fisica ottica, fotografare è facile, anche se fare una bella fotografia è difficile. Con la digitale non è facile nemmeno la teoria: da quando l’ho comperata, sto studiando il manuale come fosse un testo universitario, con tanto di appunti e sottolineature. Ho già passato due volte la guida, e dovrò darle una terza ripassata per memorizzare le varie funzioni.
Nonostante ciò, a detta anche di altri rimarrà qualche zona di buio e dovrò intervenire nella "camera oscura" di qualche foto ritocco per avere al computer l’effetto desiderato. Resto dell’opinione che all’UCAS abbiano tralasciato (o sopravvalutato?) l’elemento fondamentale di ogni foto: l’elemento umano che, tra le altre cose, vorrebbe anche fare una foto.

Privacy o non privacy? 0

Posted on luglio 31, 2009 by Maurice

Nella tristissima latitanza di una qualsivoglia novità politica, mi lascio coinvolgere volentieri e con entusiasmo dai mondiali di nuoto di Roma con tanta voglia di vacanze e di mare.
Quando i cameramen non inquadrano i fisici da far invidia dei pallanuotisti o delle nuotatrici, l’obiettivo si sposta sul pubblico e non di rado capita di vedere bambini e ragazzini di entrambi i sessi, più o meno interessati a quanto succede in vasca. Tutti senza sfocature o mascherature, di prassi invece quando un qualsiasi tg manda in onda un servizio sui minori.
6Ma, allora, esiste o non esiste la privacy?
Ha fatto scalpore la notizia di quel padre che stava fotografando il proprio figlio in piscina a Trento, allontanato di prepotenza dal personale di sorveglianza in nome della privacy. Come sanno bene molti fotografi che rischiano il linciaggio fisico, oltre che morale, se per caso fanno delle foto ai bambini in spiaggia.
In tempi di paranoia come questi, in cui in nome della libertà è tutto vietato, esiste una regola a cui attenersi?

Con le mie modelle (molto poche, in verità) ho un patto che ci vincola e che trova fondamento nella legge: io ho il diritto d’autore sulla foto, il copyright, loro hanno il diritto alla privacy per la pubblicazione di una loro immagine. Tutto qui.
Non è vero che non si possono fotografare le persone, purché siano in pubblico. Quindi, se cammino per strada, vado al mercato o ad una manifestazione di qualsiasi tipo, vedo una bella ragazza (o un bel uomo) e lo fotografo, non faccio nulla di illecito, e la persona in questione non può opporre nessun veto, anche se si tratta di minori.
Il discorso è diverso se quelle foto le voglio pubblicare o esporre, per esempio, ad una mostra fotografica: devo avere l’autorizzazione dell’interessato che a sua volta, se vuole pubblicarle, deve avere la mia autorizzazione che normalmente pregiudica l’obbligo della citazione dell’autore.
Fin qui la legge, che è molto chiara in proposito.
La prassi è ben diversa. Per fotografare un bambino è sempre bene chiedere il permesso verbale ai genitori, chiarendo che è solo per passione fotografica; in caso contrario si rischia – è già successo – si essere prelevati da un paio di carabinieri per fare una capatina in caserma dove hai voglia di spiegare che non sei un pedofilo.
Analogo è il discorso con le modelle o i modelli: è frustrante, oltre che imbarazzante, spiegare alla persona che hai puntato che il tuo interesse al suo viso o al suo corpo (nudo) è solo di natura "professionale". Spesso si viene scambiati per porchi maniaci sessuali, o gay se si tratta di maschietti.
Anche in questo campo l’onestà non è più creduta.

I ricordi non vanno in pensione 1

Posted on luglio 30, 2009 by Maurice

La decisione della Kodak di mandare in pensione, dopo tre quarti di secolo di onorato servizio, la sua pellicola a colori mi ha indotto a riporre in armadio le vecchie macchine fotografiche analogiche (e rigorosamente manuali) per passare alla camera digitale.
Già non si poteva più dire macchina fotografica digitale (ma perché usare per forza il termine anglosassone? che oltretutto in italiano ha tutt’altro significato), ora per forza di cose bisogna convertirsi ai plasticoni elettronici – anche se, come per il vinile, sono sicuro fra un po’ di anni tornerà di moda la pellicola.
Ad onor del vero rimane ancora in produzione la mitica Etkachrome, la cara vecchia dia che non ha paragoni in fatto di qualità, con la quale ho riempito ripiani di scaffalature. blowup460Ma il mondo va così, e bisogna star al passo con i tempi.
Basta allora alle scelte rompicapo sugli ASA (e prima ancora sui Din): per una seduta di ritratto meglio un 64 ASA o ci spariamo un 400, con tutta la sua grana che ora si chiama "rumore di fondo"? Oppure optiamo per un valido compromesso con un 200 ASA? Erano interrogativi che presupponevano delle scelte conseguenti sull’ambientazione (ora set), sulle luci da adottare (naturale, flash, alogene).
Ora tutto è demandato al computer di bordo che decide lui se, come e quando scattare. Sì, anche quando scattare, perché c’è perfino il sensore che "vede" se il soggetto chiude gli occhi o non sorride, ed aspetta che la posa sia perfetta – secondo i suoi canoni – per immortalare il viso. Ma se io volessi ritrarre un bambino che piange o che dorme? Bel problema. Bisogna annullare le impostazioni predefinite.
Ci sono anche i vantaggi, diciamolo onestamente. Adesso non serve più lavorare con due macchine, una caricata con il colore ed una col bianco e nero: si fa tutto a colori e poi ci pensa Photoshop a trasformare in BW (e ridaje con l’inglese).
A proposito di Photoshop, molti ne parlano in modo schifato, più che altro perché i maldestri manipolatori, oltre a far scomparire smagliature, rughe e cellulite in eccesso, riescono a spostare braccia, mani, dimenticandosene ogni tanto qualcuna in più. A parte questo, Photoshop è la vecchia camera oscura dove creavamo il flou che ci eravamo dimenticati in fase di ripresa, rischiaravamo un volto sottoesposto o oscuravamo un cielo per rendere la scena più drammatica.
Si sa che alcuni grandi fotografi devono la loro fama ai tecnici della camera oscura, perché non tutti se la cavavano egregiamente con sviluppo e fissaggio come con lo scatto. Io, per esempio, ho sempre avuto grossi problemi con la polvere che immancabilmente – nonostante tutta la cura e le abbondanti spruzzate di aria, prima con la peretta poi con le bombolette apposite – mi ritrovavo nelle stampe. E dagli allora di pennello e china per correggere il meraviglioso ritratto.
Tutte storie di altri tempi che già i miei figli conoscono per aver visto il padre, non per esperienza propria, perché loro girano da tempo con la digitale compatta (ex Instamatic) nel marsupio o nella borsa. Da buon romantico, e non potendomi permettere la reflex, io ho optato per una bridge: non è così elaborata e non ha la possibilità del cambio obiettivi come la reflex, ma ne ricorda la forma, senza una coda perché non serve più l’alloggiamento per il rullino.
Una cosa, poi, tira l’altra. Non basta la fotocamera, perché tre scatti ed è finita la memoria: allora bisogna acquistare una memory card (ancora!), ed ecco l’ultima arrivata – per il momento – da 8 giga, ed un’ottima stampante laser perché quella che serve per i documenti lascia le righe.
Vabbè, adeguiamoci. Ma un giorno tirerò giù dal ripiano più alto del magazzino la mia Paterson, le vaschette, il Durst, la Canon, le Pentax e dirò ai miei nipotini, se ne avrò: ai miei tempi…



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