Senza dubbio, la classe più competente, e la meno servile, è quella dei cuochi. (George Orwell)

Bistrot Chez Maurice



We are the champions 0

Posted on marzo 02, 2010 by Maurice

La chiamavano egemonia culturale della sinistra, in effetti succedeva che i pochi intellettuali di destra avevano il ritegno di stare zitti. Montanelli era una delle pochissime voci fuori dal coro, ma forse – alla luce odierna – non si può neppure definirlo uno di destra: era una voce ed una coscienza libera, cosa che manca alla destra di oggi (non parlo di intellettuali di destra, perché quelli mancano tuttora).
234464601_f6671cae42Una volta che la destra storica è stata sdoganata, anche gli intellettuali di sinistra si sono dati alla macchia in ordine sparso, con il risultato che la pseudo cultura di destra ha invaso tutti i campi.
Giustamente e furbescamente il signor B sa che non è necessario controllare i telegiornali (anche se è cosa buona e giusta alla causa): molto più importante è avere il controllo del palinsesto nazional popolare. Avanti allora con il GF, Amici, Italia Agricoltura e compagnia cantante: qui non serve passare la velina quotidiana di indottrinamento timbrata palazzo Grazioli, basta forgiare le menti a non pensare e ad adeguarsi al modello tette al vento. La tv come una macchina sottovuoto, dove i cervelli non hanno la possibilità di essere infettati dai virus della democrazia, della solidarietà, della giustizia, della libertà no-spot.

Al disimpegno culturale purtoppo si stanno adeguando un po’ tutti: i delusi che non vedono speranze di cambiamento all’orizzonte, i giovani che in cuor loro non accettano questo sistema e lasciano agli altri risolvere i problemi astenendosi dal voto, gli intellettuali in senso lato che preferiscono parlare di ultime notti prime degli esami o di fuochi d’artificio.
Non tutti si chiamano fuori, per fortuna, e a volte rischiano del proprio. In mancanza di una valida spinta da parte dei partiti d’opposizione – dall’Udc all’estrema sinistra – e delle forze storicamente propulsive, movimento studentesco e sindacati, l’iniziativa è lasciata allo spontaneismo di qualche personaggio (Grillo, Moretti e girotondini) o alla rete (popolo viola), salvo fare harakiri al momento decisive delle votazioni, sparpagliandosi tra mille pollai o addirittura andando al mare.
Tutti aspettano che dal cielo scenda l’Obama italiano, capace di risolvere tutto con la bacchetta di Merlino, ma bisogna anche aiutarlo il cielo. Occorre passare dalla fase della speranza alla progettualità. E siccome la partita si gioca prima di tutto sulla cultura occorre ripartire da qui.
Cosa, meglio delle varie espresioni d’arte, riesce ad incidere sull’emozione e sul cervello? C’è bisogno di un nuovo manifesto intellettuale che faccia uscire registi, impresari, compositori, autori, cantanti dal limbo del sole-cuore-amore. Chi ha qualche anno si ricorda la mobilitazione contro la guerra in Vietnam: anche Woodstock fu una tribuna per far riflettere il popolo americano – ma non solo – sull’orrore di quell’operazione. Non occorre scimmiottare gli Inti Illimani, ma tutti uniti tutti insieme per una cultura diversa sì.

A whiter shadow of pale 1

Posted on dicembre 14, 2009 by Maurice

Di una cosa dobbiamo essere grati – almeno noi che non siamo più dei ragazzini – a chi ci governa di questi tempi, e lo dico senza ironia: visto come vanno le cose, non c’è piacere più grande che rifugiarsi nei tempi passati, in quello che di bello ci hanno lasciato nella memoria.
7Ci pensavo leggendo questo post  e riguardando certe foto di altri tempi. Nonostante tutti i fermenti ideali di allora, eravamo tutti molto naïf, molto più semplici, più schietti, meno artefatti, da una e dall’altra parte. Con i nostri maglioncini a giro collo, il foulard, i jeans attillati o scampanati, l’eskimo o il montgomery, le camicie comperate nei mercatini americani di seconda mano o a righe madras.
Noi che andavamo al liceo con la borsa quando c’era ginnastica e bisognava mettere dentro la tuta in cotonaccio, o quando c’era compito in classe di latino o di greco, ché portarsi in mano il Rocci non era tanto comodo. Non avevamo lo zaino, ma solo l’elastico per i giorni "leggeri" che doveva essere rigorosamente scritto con la biro.
Una volta all’anno c’era la foto di classe, ovviamente in BN, sui gradini d’ingresso alla scuola, con le nostre assurde pettinature ed il professore al centro in giacca e cravatta. Il giorno che ci consegnavano le foto era un passa-passa per lasciare la nostra firma sul retro: Ardigò, Bruni, Mezzina, Scattolin, Viberti, Fiocchi… c’era anche un Gesù Cristo, marchio del solito imbecille per nulla divertente.
Per anni, finché non è arrivato il riflusso, il rapporto tra ragazzi e ragazze era semplice e profondo allo stesso tempo. Se ci si piaceva il gioco era fatto, anche se uno o entrambi si era "occupati": non c’era tradimento, solo un’avventura, come diceva Lucio Battisti, senza tante menate pseudo morali.
A volte però le cose erano più complicate, quando subentrava il sentimento profondo. Allora c’erano i 45 giri dell’Equipe 84 o di Patty Pravo a farci precipitare nella malinconia più profonda. Bastava però un hully gully ballato in gruppo alla festina domenicale per rimetterci su di morale.
E poi tutti in piazza a manifestare. A quei tempi bastava uno sciopero generale per far cadere il governo di turno. Proprio altri tempi.

Eravamo quattro amici al bar 5

Posted on novembre 09, 2009 by Maurice

Invito a leggere il post di Ilvo Diamanti sulle sue Bussole. Scrive a proposito dei bar:

"Non sono più quelli di una volta. Dove si passava il tempo – dentro – a parlare, giocare, bere, fumare. Guardare la tivù. Intorno ai tavoli, al biliardo. I bar come riferimento sociale e territoriale, a cui si affidava la propria identità. Perché a ogni bar corrispondevano un gruppo oppure molti gruppi caratterizzati da comuni modelli di valore oppure da comuni gusti – in fatto di musica, motori, calcio. Ma anche da comuni orientamenti politici e ideologici".

43426112_c342566442Mi ha riportato in mente i bar della mia gioventù. Il San Marco, il bar del quartiere, dove la domenica, dopo la messa, si andava a prendere lo spriz e a mettersi d’accordo sul cosa fare al pomeriggio. O, qualche anno dopo, il Teddy Blu nascosto tra piazza Barche e via Mestrina, dove bastava Giovanni con la sua ostentata omosessualità a tirar su il morale. O il bar Centrale nell’entroterra, dove si radunava mezzo paese per giocare a briscola al mattino e a scacchi alla sera.
Ha ragione Diamanti a dire che i bar non esistono più come centro di aggregazione sociale, come i cortili, le corti, i patronati, gli oratori, le sedi di partito. Forse qualche traccia è rimasta nei nostri piccoli paesi, ma non sono più i giovani a frequentarli, ma le signore per il caffè di metà mattina o gli artigiani per il bicerot prima di cena.

"Sono luoghi di passaggio, i bar. Non centri di aggregazione e di socialità. Stazioni disposte lungo itinerari complessi, che raffigurano bene la complessa (ricerca di) identità dei giovani. Un’identità mobile e – necessariamente – incerta. I bar, come i social network, Facebook oppure Twitter, sono pagine dove si cercano amici, con cui si dialoga".

In questo mondo mutato e perennamente mutante uno dei pochi punti abbastanza fermi rimane il ristorante. Se l’ambiente architettonico alla fin fine non è così caratterizzante così come l’offerta di bevande al bar (lo spriz ormai è uscito dal suo ambito natio dei bàcari veneziani per approdare anche nella remota Sicilia), quello che nel ristorante aggrega ancora i giovani – ma non solo loro – è il cibo.
Una volta trovata la sintonia tra una certa cucina ed i gusti personali, il ristorante diventa un punto di riferimento per ritrovarsi insieme periodicamente, passare un paio d’ore fra parenti o amici, parlare, bere, mangiare, ridere, amoreggiare o sedurre, a volte anche lavorare.
Il ristorante riflette quello che la cucina è nella casa di ognuno di noi, il bar potrebbe essere il salotto. Ma mentre nella concezione americana al bar si trova il divano dove sedersi, leggere il giornale o chiaccherare mentre si beve, da noi il bar è strutturato in modo da essere un luogo di passaggio, con qualche sedia, spesso senza comodi tavoli, mai con divani. Più che un salotto un corridoio, dove non ci si leva neppure il cappotto.



↑ Top