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agosto 09, 2011 by
Maurice
La prossima volta che sento o leggo qualcuno che si lamenta di questa società gerontocratica, di questa casta fatta di vecchi rimbambiti, di dare "spazio ai giovani", comprese tutte le variazioni sul tema, giuro che lo prendo a ceffoni, come minimo. 
Stiamo vivendo una crisi economica e politica mai vista prima, da cui ne usciremo – quando ne usciremo – a brandelli.
Giornali e tg riempiono le pagine e gli spazi sull'andamento delle borse, su spread, bonds e bund, indici DJ, Nasdaq e Mib che schizzano in alto ed in basso come palline di gomma (più in basso che in alto), e nei bar i discorsi sull'economia mondiale e nostrana hanno sostituito quelli sul calcio mercato.
Ed i giovani che fanno? Solo a menzionare la parola borsa o crisi si girano dall'altra parte, liquidando tutto con la citazione dell'ultimo video su YouTube, l'ultima canzonetta del gruppo di strafatti d'oltre oceano o le ultime imprese dell'"amica" di Facebook. Tanto "sono tutti uguali", sentenziano dall'alto della loro scemenza.
Ce l'ho con i cosiddetti ggiovani di vent'anni, ma anche di trenta o quaranta, perché loro sono ggiovani, e noi solo vecchi rimbambiti. Talmente rimbambiti che ci preoccupiamo per loro, per il loro futuro, per la loro pensione che mai arriverà. E mentre noi ci incazziamo e protestiamo per il (loro) lavoro precario, loro fanno spallucce e si mettono i tappi dell'Mp3 alle orecchie o smanettano con il T4.
D'accordo, questa scuola che non insegna neppure i fondamentali dell'economia neppure alle superiori l'abbiamo fatta noi (più precisamente quelliche sono venuti prima di noi). Ma non è un buon motivo per fregarsene altamente.
Ancora una volta dobbiamo essere noi ad indignarci, a scendere di fronte ad un albergo a tirare monetine, a prendere a pedate nel sedere questa classe dirigente? Ma loro, i ggiovani, che fanno oltre che digitare sms?
Provocatoriamente un paio di sere fa ho schiaffato in faccia ad un paio di questi rappresentanti un "Ve lo meritate". Estiqaatzi. "Tanto non cambia niente", rispondono. Bene, avanti così allora, muti e contenti davanti a qualche streaming. Ma un giorno – non troppo lontano – non venite a lamentarvi per i soldi della ricarica: Estiqaatzi, muovetevi. Alla vostra età, noi, la nostra parte l'abbiamo fatta.
© Bistrot Chez Maurice e Sound of Silence.
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Economia, Politica e democrazia
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aprile 17, 2011 by
Maurice
E' passato a salutarmi Andrea, caro amico nonché collega. E' stato mio aiuto in un breve lasso di tempo, sufficiente però per apprezzarne le qualità professionali ed umane; l'unico rammarico è di non aver avuto le possibilità di trattenerlo con me per creare un team speciale.
I cuochi dipendenti sono spesso dei precari: chi, come Andrea, lavora in albergo, prima ancora che finisca la stagione cerca un nuovo posto per la stagione seguente. Molti passano dalla montagna al mare e quindi pensavo che anche quest'anno tornasse in un qualche villaggio, come ha fatto nelle due ultime estati. Invece no: andrà in Danimarca, contratto a tempo indeterminato vicino a Copenhagen, con prospettive di diventare chef anche a breve termine.
In cuor mio sono felice per lui, ma ho sentito una stretta al cuore. Stavolta non è un arrivederci, forse è un addio.
I cuochi sono fatti così, un po' zingari, spesso precari. Mio figlio che ha trovato la sua strada in terra di Francia, Claudio che ha lasciato la sua Sardegna e, passando per il Trentino e l'Alto Adige, lascia la stella Michelin per andarsene negli Stati Uniti, ora Andrea che parte per il nord, tanti altri che silenziosamente emigrano, non più con la valigia di cartone, ma con lo zaino ed il trolley: ma la sostanza è sempre la stessa.
Poi leggo le scempiaggini del nostro ministro all'economia non alla convention dei ragionieri brianzoli, ma di fronte ai boss del Fondo Monetario internazionale: "Non mi risulta che tra i giovani immigrati ci sia disoccupazione, è tutta gente che lavora tantissimo", mentre i nostri giovani disoccupati (a febbraio scorso l'Istat li valutava al 28,1%) non sanno adattarsi.
Ecco la strada maestra. Mia figlia che è rimasta in Italia ha un futuro radioso: dopo una laurea che non vale una prugna secca, poteva seguire le indicazioni del nostro premier ed accasarsi con suo figlio. Non l'ha fatto ed ha scelto una seconda laurea che – pare – le assicurerà un lavoro sicuro e ben retribuito nel settore, ma anche come consigliera regionale (spero proprio non come reclutante di prostitute minorenni). Male che vada ha la via-Tremonti al lavoro: vendere accendini davanti ai supermercati.
Come padre e come collega, mi sorge spontanea una domanda: possibile che non ci sia nessuno in questo paese che prenda questi signori e li spedisca a pedate in culo a raccogliere pomodori a Sarno, una volta per tutte?
Tags: cuochigiovaniidiozielavorooccupazione
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Colleghi, Economia
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gennaio 04, 2011 by
Maurice
Ma forse quest'anno no, perché cade di giovedì e si possono prolungare le vacanze in montagna per altri tre giorni, prima di tornare all'amato tavolo d'ufficio. Stringiamo quindi i denti ancora per un po', prima di tornare ai ritmi di lavoro consueti, senza super affollamenti, cenoni, pre-cenoni e post-cenoni.
Le feste natalizie di quest'anno hanno registrato una novità rispetto agli altri anni: è aumentato il numero di clienti giovani o, per converso, sono diminuite la mezza e la terza età. E' un dato per certi versi interessante, tutto da analizzare.
Forse i "vecchietti" hanno preferito le mete assolate alla neve e al gelo. Potrebbe essere. Un po' come in America, dove i pensionati affluiscono in massa in Florida. Lasciati in cantina sci e scarponi, i nostri possessori di carta oro hanno preferito mettere in valigia bermuda e costumi da bagno per andare a festeggiare il Natale forse sui lidi d'Egitto o a Capo Verde.
Ma ha senso il Natale senza neve e soprattutto su una spiaggia, per quanto dorata?
Certo, è solo una questione di convenzione, di tradizioni tramandate nel nostro continente per secoli, per cui Natale significa neve, abeti con tante luci e palline, il presepe, Babbo Natale o Santa Klaus in abito rosso con tanto di occhialini e barba bianca. Se fossimo nati o cresciuti in California avremmo addobbato le palme con le lucine e saremmo andati a fare windsurf prima del gran pranzo del 25 dicembre.
Però, visto che siamo italiani ed europei, ha senso festeggiare in Brasile o in Thailandia la nascita di Gesù? Solo bisogno di caldo o di sensazioni particolari, o smania di esibire uno status sociale diverso dalla massa? Come per il cibo, personalmente preferisco mangiare la paella in Spagna; forse anche a Palermo c'è qualcuno che fa dei buoni canederli, ma mangiarli in Trentino è tutta un'altra cosa.
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Attualità
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ottobre 07, 2010 by
Maurice
C’è sempre tanto interesse attorno ai fuochi delle cucine, tanti ragazzi e ragazze che vogliono indossare la toque, tante "vocazioni tardive" che saltano gli istituti delegati e vogliono abbracciare, dopo, la professione di cuoco, come Teddy.
Esistono nel nostro Paese delle ottime scuole di cucina come, tanto per non fare nomi, la Cast Alimenti e l’Etoile dei miei omonimi. Ottime, con ottimi chef docenti, ma anche costose. Questo non vuol dir nulla: un corso di laurea costa molto di più, però l’università dà una formazione ad ampio spettro, mentre i corsi di cucina sono spesso monotematici.
L’approccio ai corsi può avvenire in momenti, e per esigenze diverse. Può essere il primo passo di introduzione al mondo della cucina, ed allora è importante scegliere i corsi di base: può sembrare una perdita di tempo imparare a fare una salsa di pomodoro, ma da questa dipende una serie di salse "derivate" molto importanti.
Ci sono però corsi a cui partecipano cuochi già praticanti. In genere servono per colmare delle lacune personali o per entrare in settori della cucina fino a quel momento non affrontati. E’ il caso, per esempio, dei corsi di pasticceria a cui partecipano cuochi già bravi nei primi, nei secondi, ma digiuni dell’arte dolce.
Ci sarebbe anche la possibilità di frequentare una scuola di cucina di tipo universitario, la Alma di Gualtiero Marchesi, che dà una formazione a 360 gradi, ma credo che l’accesso sia molto difficile, essendo a numero chiuso e molto limitato.
Come scegliere, quindi?
Molti fattori possono influenzare la scelta: il costo (esistono anche corsi gratuiti finanziati dall’Unione Europea) e la disponibilità economica dell’allievo, la vicinanza alla propria residenza o la disponibilità a sobbarcarsi le spese di soggiorno in località lontane, i tempi di programmazione dei corsi e le proprie disponibilità di tempo.
Per esperienza personale io sceglierei la gradualità. Per un volonteroso aspirante cuoco, ma digiuno di ogni teoria e pratica, io farei dei corsi di base seri, anche senza tante pretese di notorietà; per specializzarmi in seguito farei dei corsi con chef illustri o, comunque, di grande preparazione. Insomma, per imparare a sciare basta un maestro di sci anche così così, per diventare un campione di slalom il massimo è Alberto Tomba.
I migliori corsi sono quelli che insegnano qualcosa, e per imparare bisogna fare. Non mi vanno quei corsi dove il docente fa e gli allievi guardano, prendono appunti, ma stanno a braccia conserte: tanto vale prendersi un buon ricettario. I migliori corsi sono quindi quelli dove lo chef docente non tocca il cibo, ma tutte le preparazioni le fanno i corsisti; al massimo lui interviene alla fine per l’impiattamento.
Nonostante tutte le belle promesse, nessun corso dà automaticamente il semaforo verde all’inserimento nel mondo del lavoro. Questo bisogna tenerlo ben presente fin dall’inizio. Per diventare cuoco bisogna lavorare in una cucina professionale, ma questo è un altro discorso.
Tags: formazionegiovanilavoroscuola di cucina
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Cucina
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marzo 02, 2010 by
Maurice
La chiamavano egemonia culturale della sinistra, in effetti succedeva che i pochi intellettuali di destra avevano il ritegno di stare zitti. Montanelli era una delle pochissime voci fuori dal coro, ma forse – alla luce odierna – non si può neppure definirlo uno di destra: era una voce ed una coscienza libera, cosa che manca alla destra di oggi (non parlo di intellettuali di destra, perché quelli mancano tuttora).
Una volta che la destra storica è stata sdoganata, anche gli intellettuali di sinistra si sono dati alla macchia in ordine sparso, con il risultato che la pseudo cultura di destra ha invaso tutti i campi.
Giustamente e furbescamente il signor B sa che non è necessario controllare i telegiornali (anche se è cosa buona e giusta alla causa): molto più importante è avere il controllo del palinsesto nazional popolare. Avanti allora con il GF, Amici, Italia Agricoltura e compagnia cantante: qui non serve passare la velina quotidiana di indottrinamento timbrata palazzo Grazioli, basta forgiare le menti a non pensare e ad adeguarsi al modello tette al vento. La tv come una macchina sottovuoto, dove i cervelli non hanno la possibilità di essere infettati dai virus della democrazia, della solidarietà, della giustizia, della libertà no-spot.
Al disimpegno culturale purtoppo si stanno adeguando un po’ tutti: i delusi che non vedono speranze di cambiamento all’orizzonte, i giovani che in cuor loro non accettano questo sistema e lasciano agli altri risolvere i problemi astenendosi dal voto, gli intellettuali in senso lato che preferiscono parlare di ultime notti prime degli esami o di fuochi d’artificio.
Non tutti si chiamano fuori, per fortuna, e a volte rischiano del proprio. In mancanza di una valida spinta da parte dei partiti d’opposizione – dall’Udc all’estrema sinistra – e delle forze storicamente propulsive, movimento studentesco e sindacati, l’iniziativa è lasciata allo spontaneismo di qualche personaggio (Grillo, Moretti e girotondini) o alla rete (popolo viola), salvo fare harakiri al momento decisive delle votazioni, sparpagliandosi tra mille pollai o addirittura andando al mare.
Tutti aspettano che dal cielo scenda l’Obama italiano, capace di risolvere tutto con la bacchetta di Merlino, ma bisogna anche aiutarlo il cielo. Occorre passare dalla fase della speranza alla progettualità. E siccome la partita si gioca prima di tutto sulla cultura occorre ripartire da qui.
Cosa, meglio delle varie espresioni d’arte, riesce ad incidere sull’emozione e sul cervello? C’è bisogno di un nuovo manifesto intellettuale che faccia uscire registi, impresari, compositori, autori, cantanti dal limbo del sole-cuore-amore. Chi ha qualche anno si ricorda la mobilitazione contro la guerra in Vietnam: anche Woodstock fu una tribuna per far riflettere il popolo americano – ma non solo – sull’orrore di quell’operazione. Non occorre scimmiottare gli Inti Illimani, ma tutti uniti tutti insieme per una cultura diversa sì.
Tags: coraggiogiovani
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Politica e democrazia