Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0



Tafazzi abita a via XX settembre 2

Posted on agosto 19, 2011 by Maurice

Di primo acchito, se tutti (o quasi) dobbiamo fare qualche sacrificio per salvare la règia economia, è giusto che il Belpaese rinunci alle feste non religiose, e lavori di più. Anche perché nessuno si ricorda, di primo acchito, quante sono queste feste, come i 7 nani, che qualcuno sfugge sempre. Poi scopri che sono solo tre: 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno.
TremontiSembrava la rivoluzione copernicana, ed era invece solo una scoreggina, come dicono i francesi.
Scoperchiata la pentola, ci accorgiamo che il succulento arrosto promesso è soltanto un avanzo ideologico ammuffito. Non è in ballo l'economia di uno dei più grandi paesi industrializzati, ma la semplice manovra nella manovra per sopprimere le feste che stanno sui maroni agli amici di Maroni. La festa della Liberazione partigiana, la festa dei Lavoratori (con annessa promessa di sopprimere anche lo Statuto) e la festa della Repubblica sono come il 4 luglio ed il giorno del Ringraziamento per gli americani, o il 14 luglio per i francesi.
Li sopprimiamo?
Fin qui il fascismo strisciante. Ma, quello che ci interessa qui, è l'aspetto economico della faccenda, visto che come operatori del settore un ponte in più o in meno è importante ai fini del nostro bilancio (per noi forse, e anche senza forse, ancora più valente di quello statale).
Secondo gli "esperti" del Tesoro l'abolizione delle feste laiche porta circa lo 0,1 punto percentuale del Pil: in vile denaro qualcosa come 1,6-1,7 miliardi di euro.
Un bel guadagno. Solo che l'industria turistica (ma gliene frega qualcosa del turismo a chi si interessa di televisioni?) con queste feste ci rimette 6 miliardi. Al saldo, buttiamo dalla finestra la bellezza di 4,3 miliardi di euro, che non sono proprio noccioline.
Nel paese di Tafazzi succede anche questo.
Come dicono gli americani, se menti su una cosa è probabile che menti su tutto. Se la manovra di sangue è fatta di una simile stupidaggine, è probabile che tutta la manovra sia una stupidaggine. Non solo non contiene un solo provvedimento per il rilancio, ma addirittura prevede una perdita economica per l'intero Paese.
Quanto godiamo a darcele sui maroni.

Santoro, quanto mi costi! E Brunetta? 2

Posted on giugno 10, 2010 by Maurice

Dopo i mondiali in chiaro, finalmente anche le buste paga dei mezzibusti Rai in chiaro. Con i voti scontati della maggioranza e di una opposizione obnubilata è passato il commissione l’emendamento alla bozza del nuovo contratto di servizio con la Rai (a firma di Alessio Butti, perito della seta ed "esperto di comunicazione multimediale"), per cui, nei titoli di coda, compariranno i compensi di Santoro e della Gabanelli, di Floris e della Dandini, di Fazio e di Augias. Perché sono questi i nomi del mirino di Berlusconi e di Brunetta,Brunetta dormiente i compagni miliardari da sputtanare coram populi.
Molto argutamente Phastidio.net – vicino alle posizioni del centrodestra – mette in evidenza la falsità e la faziosità di una simile operazione:

indicare solo i compensi dei conduttori ma non i ricavi prodotti dalla trasmissioni (il margine di contribuzione) è un perfetto non senso. Giovanni Floris percepisce 400.000 euro annui? Si, ma sostiene (fino a prova del contrario) che un solo blocco pubblicitario di una puntata di Ballarò copra i suoi compensi.

Ma questo è un discorso che non ha sfiorato nemmeno le eccelse menti dei commisari PD.
Con tutta sincerità non me ne può importare una mazza di quanto prende Santoro. Al limite mi importa di più sapere la misura delle tette di Simona Ventura, se sono sode o cadenti, o la circonferenza del capezzolo: questo sì che andrebbe nei titoli di coda dell’Isola. Per il resto, qualcuno ha mai letto chi è il costumista del Mattino su RaiUno, o la truccatrice di Milly Carlucci? Si dirà che sono due cose diverse, ma l’effetto soporifero e disturbante sarà il medesimo.
Volevano fare un’opera di trasparenza? Bene. C’è un sito Rai, che anche i nonnini possono consultare, dove si possono pubblicare i compensi del microfonista o dell’aiuto cameraman: che necessità c’è di metterlo nei titoli di coda? A meno che il compenso non sia considerato una componente artistica, come i personaggi e gli interpreti, gli autori della colonna sonora e gli studi di Cinecittà.
Stessa trasparenza non sarà – pare – applicata alle altre reti detenute dal padrone di tutte le tv, per cui non sapremo mai quanto prende Emilio Fede nonostante "la stagione delle prediche dal piccolo schermo  – parole del PD Giorgio Merlo – accompagnate dal silenzio sui compensi è definitivamente chiusa". Questo diritto noi cittadini non ce l’abbiamo, nonostante paghiamo tutti il canone Mediaset, spalmato sul prezzo del Dixan e della Barilla.
E se proprio vogliamo parlare di trasparenza, pubblichino sulla Gazzetta Ufficiale quanto costa a noi cittadini un rutto di Bossi od una scoreggia di Gasparri: questo sì che ci interessa, oltre ovviamente a stipendio, indennità varie, chilometri in auto blu ed aereo gratuito, biglietto d’ingresso in tribuna all’Olimpico, gettoni di presenza nei diversi consigli di amministrazione, affitti agevolati della casa a Roma, mutui a tasso zero sulla seconda e terza casa, bruschette alla buffeteria del Transatlantico, parrucchiere parlamentare e chi più ne ha più ne metta.
Voglion fare i moralisti? Comincino da se stessi, tutto il resto è populismo demagogico, anche se viene dall’opposizione.

La zampata del Leone in tempo di crisi 3

Posted on maggio 13, 2010 by Maurice

Le Assicurazioni Generali nei primi tre mesi dell’anno hanno registrato un utile netto di 527 milioni di euro (1.054 miliardi di lire, direbbe Tremonti), il 500%  rispetto allo stesso periodo del 2009 (104 milioni di utile): un bel risultato per essere ancora all’interno della crisi, o comunque non ancora fuori del tutto.
Leone GeneraliNon vorrei essere al posto degli agenti della compagnia alle prese con il budget di produzione, la vera forza di vendita tanto bistrattata quanto la società vorrebbe presentarsi attenta alle persone: "Vedete? – mi par di sentire gli ispettori commerciali – pur nella crisi riusciamo a portare a casa milioni di premi che premiano (mi si passi il gioco di parole) gli azionisti, inclusi i manager. Scarpinare, ragazzi, scarpinare, e fare produzione!". Ma queste sono cose loro.
Come consumatori dobbiamo finalmente capire una cosa fondamentale: alla prima scadenza le compagnie di assicurazione, con le Generali in testa in quanto leader italiano ed europeo, non mancheranno di aumentare le tariffe RCAuto, con le solite scuse ed i soliti piagnistei sugli incidenti che sono aumentati, i costi che lievitano, le truffe, l’inflazione, il rapporto euro-yen, la carenza di castagne sul mercato bengalese e l’annata pessima della pesca delle triglie di fiume.
Ce le racconteranno in tutte le trasmissioni, incalzati dalle associazioni dei consumatori ma spalleggiati dall’Isvap (che dovrebbe controllare ma è sempre cosa loro), e saranno così convincenti che ci dimenticheremo che le tariffe sono aumentate del 15% in un anno e del 300% dall’entrata in vigore dell’euro.
Non ci dicono, però, che è il sistema dei conti che è sbagliato, e lo spieghiamo con un esempio. E’ come se una famiglia, le cui entrate sono di 10 mila euro al mese, diminuisse la busta paga del giardiniere affermando che le sementi sono aumentate.
Le compagnie di assicurazione hanno un bilancio diviso ovviamente fra entrate ed uscite; quando le prime superano le seconde (praticamente sempre) abbiamo un utile. Il trucco sta nei bilanci di ramo, cioè dei vari settori in cui opera una compagnia (vita, RcAuto, incendio, furto, Responsabilità Civile diversi, grandine, prodotti, rischi tecnologici, trasporti, e cento altri). Ogni ramo ha un suo bilancio che è dato da entrate (i premi incassati dai clienti) ed uscite (principalmente i danni pagati): quando i sinistri superano i premi aumentano i tassi di assicurazione, cioè le tariffe. Se un anno, per esempio, aumentano sensibilmente i furti negli appartamenti, l’anno dopo aumentano i premi a carico di coloro che hanno assicurato la casa, indipendentemente se hanno avuto una visita dei ladri o meno.
Il fenomeno inverso non succede mai: se un anno un ramo va bene non è che l’anno dopo le tariffe diminuiscono, un po’ come quello che succede per i carburanti. Questo in maniera molto semplicistica, perché ci sono altri trucchetti (riserve tecniche, riserve straordinarie, e via dicendo) che tralasciamo per non entrare troppo nei tecnicismi.
Il problema è che agli azionisti le compagnie presentano la paginetta finale del bilancio, con evidenziato il dividendo, ma ai propri clienti (gli assicurati, cioè tutti noi) viene presentato solo il bilancio di un ramo, quello in sofferenza, per giustificare i rincari. Non viene detto mai che, se la RcAuto va male, la vita e gli incendi vanno benissimo. Due pesi e due misure, insomma, e guardo caso con la bilancia che pende sempre a sfavore di chi paga.

Comunista sarà lei, parola di squalo 1

Posted on maggio 07, 2010 by Maurice

La parola che più piace alla destra, da Washington a Roma, è "comunista", e ci vorrebbe Freud per dare un’interpretazione psicanalitica del perché questa parola sia intesa come la massima offesa con cui bollare l’avversario. Comunista è chi non la pensa come la destra ufficiale, tanto che perfino il presidente della Camera Gianfranco Fini è diventato "compagno" per il solo fatto di non voler obbedire agli ordini del Capo cofondatore del partito. Da questo punto di vista il comunista è colui che si chiama fuori dal pensiero imposto, chi ragiona con la sua testa e che ha il coraggio di manifestare il proprio dissenso: non mi sembra affatto un’offesa, ma anzi un valore aggiunto.
Grande DepressioneDa noi comunisti sono tutti gli altri, non allineati e alleati contro il governo ed il suo capo; negli Stati Uniti comunista è addirittura il presidente Obama, reo di aver toccato con la sua riformetta sanitaria i santuari del profitto capitalistico come le compagnie di assicurazione e le case farmaceutiche. Se dovesse veramente rifare le regole di Wall Street e dell’alta finanza, non sappiamo quali epiteti saranno scagliati contro di lui.

Penso che tutti, anche a destra, concordino con il fatto che lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria americana – con conseguente crisi mondiale – non sia stata causata da un complotto comunista, ma sia stata un’implosione del sistema capitalistico basato, come ebbe a dire Benedetto XVI, sull’avidità di pochi. Senza andare tanto lontano, tutto è cominciato con la deregulation reaganiana, quando la destra americana diede via libera allo sciaccallaggio selvaggio, perché di questo si è trattato.
Gli "esperti" liberali giurano che solo il libero mercato è capace di autoregolarsi, espellendo dal mercato stesso le aziende che non meritano di starci e premiando solo quelle che rispondono ai canoni d’impresa. Così "giustamente" il mercato ha fatto piazza pulita di colossi come la Pan Am (ve la ricordate?) e tante altre compagnie aeree considerate fuori mercato, per arrivare alla fusione di questi giorni di United e Continental, sopravvissute alla mattanza e certamente esempi tutt’altro che fulgidi di servizio orientato al mercato (altro bello slogan di lor signori).
Più di quarant’anni fa – prima ancora di Reagan, quindi in tempi non sospetti – nella Populorum Progressio Paolo VI andava

"Al di là del liberalismo. Ciò significa che la legge del libero scambio non è più in grado di reggere da sola le relazioni internazionali. I suoi vantaggi sono certo evidenti quando i contraenti si trovino in condizioni di potenza economica non troppo disparate: allora è uno stimolo al progresso e una ricompensa agli sforzi compiuti. Si spiega quindi come i paesi industrialmente sviluppati siano portati a vedervi una legge di giustizia. La cosa cambia, però, quando le condizioni siano divenute troppo disuguali da paese a paese: i prezzi che si formano "liberamente" sul mercato possono, allora, condurre a risultati iniqui. Giova riconoscerlo: è il principio fondamentale del liberalismo come regola degli scambi commerciali che viene qui messo in causa" (il grassetto è dell’Autore).

E’ falso, quindi, che il mercato si autoregola, nel senso che premia i bravi e punisce i cattivi: restano sul mercato solo gli squali, molto spesso i delinquenti, e dietro all’americano "good for you" si cela solo il più bieco egoismo che passa sopra gli individui, le carriere, i problemi delle persone e delle famiglie, i sentimenti.

Portare una critica a questo sistema immondo, prima che avulso da qualsiasi legge matematica (infatti l’economia non è una scienza), è passare per comunisti. Rendersi conto che così non può più andare avanti, pena il collasso del pianeta intero sotto tutti i profili (economico, politico, ambientale, sociale, e gli esempi sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni) è considerato comunista.
E’ ora invece di porre delle regole precise, in ogni paese ed in tutto il mondo, a salvaguardia della legittima ricompensa per chi investe in capitale o in lavoro: non si tratta di portare l’economia sotto il controllo politico, ma di porre dei paletti al libero arbitrio. Perché una cosa è la libertà ed un’altra è il libero arbitrio (andarsi a vedere sant’Agostino per capire la differenza).
Sennò, continuando così e parafrasando Einstein, che sosteneva che la quarta guerra mondiale si combatterà con le clave, la prossima crisi finanziaria mondiale si concluderà con il baratto delle conchiglie. Meglio quindi pensarci prima e darci una regolata.

Un po' di conti in tasca 0

Posted on ottobre 02, 2009 by Maurice

Aldilà della bella divisa, dello charme personale o del locale, della passione professionale e delle ore passate sui banconi, dietro ai fornelli e sui libri di testo, cosa resta in tasca ad uno chef?
Calcolare la retribuzione di un cuoco è un’impresa ardua perché molte sono le variabili. Bisogna considerare innanzitutto se il nostro lavora in un ristorante o in un albergo, stagionale o annuale, a quale livello di fama e di prestigio, in Italia o all’estero. Tentiamo comunque di farlo.

executiveSecondo il contratto nazionale di categoria il cuoco è un "operaio di cucina", e come tale parte da una retribuzione netta che non supera le 900 euro nette mensili. Da qui si sale soltanto, per arrivare all’executive chef degli Stati Uniti che percepisce non meno di 400 mila dollari all’anno. Se entrambi – commis ed executive – beneficiano oltre allo sipendio anche dei pasti gratis (ovviamente), ben diverse solo le loro mansioni: il primo lava le verdure, il secondo non sa nemmeno cosa sia una padella, intento ad intrattenere rapporti "politici" con la proprietà, i fornitori, i grandi clienti (non per la cenetta a due, ma per il buffet della sfilata di Armani a New York o per il pranzo del Presidente con gli altri del G20).

 

In mezzo ci sono tutti gli altri. Diciamo, in linea generale, che un buon stipendio varia tra i 2.500 e i 4.000 euro netti al mese, più o meno in busta paga, perché c’è sempre stato il vezzo dell’"extra", cioè una parte retributiva fuori del contratto elargita e percepita (con uguale disinvoltura) fuori dai parametri sindacali. Forse la crisi ha toccato anche questa usanza, e pochi sono oggi i datori di lavoro che accettano il nero in busta paga.
In contropartita molto spesso ci sono straordinari non riconosciuti (anche oltre le 4 ore giornaliere), festività e malattie non godute, permessi inesistenti, condizioni di lavoro a dir poco precarie e pericolose.

Non facciamoci quindi incantare dalle presenze televisive dei vari chef: non è tutto oro quello che luccica.
Un executive chef (e sono pochissimi) è sullo stesso livello di Paolo Garimberti, il presidente della Rai, che ha una retribuzione di 448 mila euro all’anno, certamente più di Lamberto Gabrielli, amministratore delegato e direttore generale del Poligrafico dello Stato, che denuncia 350.000 euro, ma molto meno del presidente dell’Enel, Roberto Poli, che guadagna 1.131.000 euro annui.
Questo per rimanere nel settore pubblico, perché i manager privati sconfinano largamente dai parametri che abbiamo appena detto. Un Jean-Claude Blanc, AD e direttore generale della Juventus, prende 2.210.000; un Massimo Moratti, nella sua qualità di Ad della Saras e consigliere della Pirelli, guadagna 2.586.000.
A proposito di Pirelli, Marco Tronchetti Provera prende 4.662.000 euro, più di Luca Cordero di Montezemolo (3.328.200) e di Fedele Confalonieri (3.526.825), ma sempre meno di Luca Majocchi, AD di Seat Pagine Gialle, che percepisce 7.958.000 euro all’anno, secondo nella classifica dei manager più pagati.

Certo, uno chef non dà lavoro a migliaia di persone, non produce ricchezza, non incrementa il PIL; dà solo piacere ai sensi e rimane sempre un operaio di cucina.

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