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dicembre 23, 2011 by
Maurice
E' Natale, tempo di cuochi in tv. Ma anche di non cuochi, di gente che non sa quanto sale si mette nell'acqua della pasta. Tutti a dare la propria ricetta, perché a Natale bisogna magna'.
E puntuali – come i consigli su come difendersi dal caldo a ferragosto – arrivano i servizi su quanto della tredicesima andrà in regali, sulla crisi, su quest'anno che sarà un Natale al risparmio, su quanto spenderemo per il Cenone. La solita merda fritta e rifritta. Dai tempi della prima tv in bianco e nero non faccio che sentire i soliti ritornelli, le solite fregnacce. Andate su Rai Teche e ne avrete la conferma, tanto che qualcuno non si è neppure preso il disturbo di aggiungere qualcosa ed ha mandato in onda le interviste di qualche decennio fa, quando per il cenone si spendevano 80 mila lire, tali e quali.
C'è anche chi, come La7, ha abbinato i due temi obbligati – cuochi e crisi – invitando il grande chef a come fare un cenone di quattro portate per quattro persone con 50 euro. Allora si può fare un Natale low cost? chiede esterefatta la Myrta Merlino. Sì, perché la parola d'ordine è non spendete, risparmiate, no al consumismo, no ai regali, no ai cenoni al ristorante, e se proprio dovete scialacquare i pochi soldi, prendetevi una frusta e cominciate a frustarvi di santa ragione: più sangue uscirà dalla vostra carne e più vivrete felici.
Sapete qual'è la differenza tra la Germania e l'Italia? Loro producono per l'esportazione, noi per il mercato interno, prevalentemente. La conseguenza è che se noi non consumiamo, non andremo mai fuori dalla crisi.
Non è questione di ottimismo, è una realtà economica.
Ed addossare la colpa della crisi ai commercianti o ai ristoranti è come il cavolo a merenda, tanto che perfino Massimiliano Dona, segretario generale dell'Unione Nazionale Consumatori, ha affermato pubblicamente che lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi del commercio sono nella medesima situazione (di merda, NdA).
Se la gente non spende non è colpa dei prezzi alti, ma del denaro che non c'è in busta in busta paga – e di conseguenza nel registratore di cassa. Ora, pensare di superare la crisi solo sfoggiando una dentiera lucidata da Nicole Minetti, è una mistificazione ed una presa per i fondelli della gente. Ma addossare tutte le colpe agli altri e piangerci continuamente addosso (*) non aiuta certo a sollevarci di morale e risolvere la situazione. Quindi, per favore, non augurateci Buon Natale: ci basta essere mazziati. Almeno cornuti no.
(*) E lo capiscono anche i bambini.
Tags: cenone di Capodannocrisicucina delle festeipocrisiaNatale
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Costume & Società, Ristorante
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dicembre 05, 2011 by
Maurice
Una manovra "salva-Italia" di lacrime e sangue: il sangue sarà quello degli italiani, le lacrime le ha già versate il ministro Elsa Fornero. Vedere sul teleschermo de La7 – l'unica emittente su sette nazionali che abbia dato la conferenza stampa del governo in diretta: questo sì è uno scandalo – un ministro che non racconta barzellette, non fa le corna o il gesto dell'ombrello, non insulta le donne, non rutta, un ministro che non sa trattenere le lacrime che le scendono sulle rughe non inceronate, questo è il segno di come è cambiato tutto.
Qualcuno dirà che c'è modo e modo di soffrire. C'è chi il dolore lo tiene nel cuore e non lo manifesta, e c'è chi lo esterna. La professoressa Fornero appartiene a questa seconda categoria. Anche nel freddo e cinico mondo della politica si può soffrire. Non per un avvenimento che tocca quella persona, ma come sentimento di solidarietà per gli altri che vengono colpiti dalla mala sorte, dura anche se necessaria.
Ovviamente c'è anche chi è più cinico della cinica politica, chi non gli va mai bene niente, e chi – anche nel caso che questo governo avesse espropriato tutti i capitali al di sopra dei 100mila euro e nazionalizzato Mediaset – non sarebbe stato contento perché si poteva fare di più. Ma questo è il bello della vita: ognuno può dire la sua, anche quando farebbe meglio a tacere.
Le lacrime della Fornero riportano alla mente altre lacrime, quelle di Valerio Occhetto il 12 novembre del 1989 (la svolta della Bolognina). Ieri sera, nelle lacrime del ministro ho rivisto – dopo vent'anni di ipocrisie e falsità – il sentimento riappropriarsi della gestione del bene comune.
Chi ha figli sa quanto è doloroso punire o dire no ad un figlio. E' un sentimento che colpisce prima di tutto il genitore e rimane come una cicatrice indelebile nel cuore e nella testa, per sempre.
Vedere in diretta che chi ci amministra condivide il nostro sentimento non è piacevole; sempre meglio comunque che essere gravati di tasse mentre chi le impone butta 8 mila euro per una botta ad una troietta qualsiasi. O ce lo siamo già dimenticati?
Tags: cinismoFornerogovernoipocrisia
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Politica e democrazia
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marzo 28, 2011 by
Maurice
E bravo Giovanni Rana, così simpatico, così mite, così perbene.
Giovanni nasce a Cologna Veneta nel 1937 da una famiglia di fornai. A 25 anni fonda un laboratorio a San Giovanni Lupatoto per la produzione di tortellini e pasta fresca, gestito insieme alla moglie Laura Murari e con un numero esiguo di dipendenti. Sei anni dopo la prima grande svolta: aquista una macchina che gli produce 10 kg di pasta fresca all'ora, rispetto ai 50-60 kg a settimana di prima. Per pubblicizzare il prodotto si affida ad una piccola agenzia di Verona che gli confeziona una serie di spot pubblicitari; vanno in onda su Mediaset ed è già successo.
La seconda grande svolta avviene quando Rana diventa testimonial di se stesso, con il suo faccione bonario a rassicurare i consumatori sulla bontà dei suoi tortellini, che in seguito saranno accompagnati da una vasta gamma. Gnocchi, Ravioli, Tagliatelle, Pappardelle, Sfogliagrezza, Sfogliavelo, Gnocchi Ripieni, Gioia Verde, Sughi Freschi, Colpo di Fiamma, Basi Pasta, Lasagne e Cannelloni pronti e le sue ultime novità Granfinezza, Paste Liscie Colorate e Frolla al Cioccolato.
Negli ultimi anni l'azienda si è espansa anche nel settore della ristorazione. 21 locali "Da Giovanni" in Italia, 4 in Svizzera, 3 prossime aperture, tutte con lo stesso denominatore comune: offrire al consumatore i prodotti Rana cotti ed impiattati, non più soltanto sottovuoto.
E' bene sapere che quest'ultima idea non proviene dalle menti eccelse di San Giovanni Lupatatoto, dov'è il quartier generale Rana, ma dalla povera ed insignificante ed ingenua intuizione dello chef che qui scrive.
Dieci anni fa, reduce a mani vuote dal mio viaggio negli Stati uniti, mi venne l'idea di farmi sponsorizzare da una ditta del settore per prendere due piccioni con una fava: aprire il mio ristorante in America a spese altrui, visto che a me anche allora mancava la materia prima per il mio grande progetto, i dollaroni.
Ne parlai con un mio amico avvocato, scelsi Rana invece che Barilla perché la trovavo un'azienda dinamica (sponsorizzava allora la squadra di calcio del Verona) ed in via di forte espansione. Presi appuntamento con il direttore commerciale per l'estero, andai in azienda, illustrai la mia idea e consegnai il mio business plan che doveva servire ai piani alti.
Un po' di tempo dopo risentii al telefono il direttore commerciale: "L'idea è molto buona" mi rispose, ma per realizzarla dovevo partire io, aprire il ristorante e – se fosse andato bene – Rana mi avrebbe seguito. Ero quindi punto e a capo, e lasciai perdere.
Non lasciò perdere invece Rana che si appropriò del mio progetto e cominciò a realizzarlo in Italia, quindi in Svizzera per arrivare nel tempo – statene certi – negli Stati Uniti.
Ogni volta che mi viene in mente questa vicenda vado in bagno, mi guardo allo specchio e mi dico: quanto sei fesso, Maurì.
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Ristorante
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gennaio 19, 2011 by
Maurice
E come potevamo noi cantare, diceva Salvatore Quasimodo in una delle sue liriche più toccanti e sublimi. E, come lui "Alle fronde dei salici, per voto,/ anche le nostre cetre erano appese,/ oscillavano lievi al triste vento."
Come possiamo noi parlare di cucina, di ristoranti, di cibo, di alimenti, quando attorno a noi si sta consumando la tragedia, non di un uomo vecchio e malato, ossessionato dalle sue perversioni immorali, ma di un intero Paese, di una nazione che non ha più la forza di risorgere?
Leggo e condivido Papero Giallo e penso a mio figlio che lavora a testa bassa, vergognandosi oggi più di ieri di essere italiano, cercando solo dentro di sè i valori della morale che gli abbiamo insegnato, mettendo nella maestria dei suoi piatti quella italianità per cui si fa onore all'estero.
Ma all'altra mia figlia, che ha appena iniziato a camminare per le strade di questo Paese, cosa posso indicare, quale futuro posso promettere, quali valori posso mostrare? Che il suo futuro radioso sia da valente igienista dentale con part-time da escort e magari da parlamentare o addirittura da ministra? Magari un cazzo!
Penso a paesi seri come la Tunisia e l'Egitto. Seri e civili, dove la gente si dà fuoco per il pane che manca nel proprio ristorante, per uscire dalla dittatura e dal degrado. Da noi ormai possiamo fare tutto e di più, urlare il nostro basta fino a sgolarci, ma nulla si muove. Tutti muti e corresponsabili, che nel codice penale si chiama concorso in reato o, ancor peggio, associazione a delinquere.
E come potevamo noi cantare di cibi, quando non ci divertiamo affatto ed abbiamo invece la disperazione nel cuore?
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Politica e democrazia
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giugno 10, 2010 by
Maurice
Dopo i mondiali in chiaro, finalmente anche le buste paga dei mezzibusti Rai in chiaro. Con i voti scontati della maggioranza e di una opposizione obnubilata è passato il commissione l’emendamento alla bozza del nuovo contratto di servizio con la Rai (a firma di Alessio Butti, perito della seta ed "esperto di comunicazione multimediale"), per cui, nei titoli di coda, compariranno i compensi di Santoro e della Gabanelli, di Floris e della Dandini, di Fazio e di Augias. Perché sono questi i nomi del mirino di Berlusconi e di Brunetta,
i compagni miliardari da sputtanare coram populi.
Molto argutamente Phastidio.net – vicino alle posizioni del centrodestra – mette in evidenza la falsità e la faziosità di una simile operazione:
indicare solo i compensi dei conduttori ma non i ricavi prodotti dalla trasmissioni (il margine di contribuzione) è un perfetto non senso. Giovanni Floris percepisce 400.000 euro annui? Si, ma sostiene (fino a prova del contrario) che un solo blocco pubblicitario di una puntata di Ballarò copra i suoi compensi.
Ma questo è un discorso che non ha sfiorato nemmeno le eccelse menti dei commisari PD.
Con tutta sincerità non me ne può importare una mazza di quanto prende Santoro. Al limite mi importa di più sapere la misura delle tette di Simona Ventura, se sono sode o cadenti, o la circonferenza del capezzolo: questo sì che andrebbe nei titoli di coda dell’Isola. Per il resto, qualcuno ha mai letto chi è il costumista del Mattino su RaiUno, o la truccatrice di Milly Carlucci? Si dirà che sono due cose diverse, ma l’effetto soporifero e disturbante sarà il medesimo.
Volevano fare un’opera di trasparenza? Bene. C’è un sito Rai, che anche i nonnini possono consultare, dove si possono pubblicare i compensi del microfonista o dell’aiuto cameraman: che necessità c’è di metterlo nei titoli di coda? A meno che il compenso non sia considerato una componente artistica, come i personaggi e gli interpreti, gli autori della colonna sonora e gli studi di Cinecittà.
Stessa trasparenza non sarà – pare – applicata alle altre reti detenute dal padrone di tutte le tv, per cui non sapremo mai quanto prende Emilio Fede nonostante "la stagione delle prediche dal piccolo schermo – parole del PD Giorgio Merlo – accompagnate dal silenzio sui compensi è definitivamente chiusa". Questo diritto noi cittadini non ce l’abbiamo, nonostante paghiamo tutti il canone Mediaset, spalmato sul prezzo del Dixan e della Barilla.
E se proprio vogliamo parlare di trasparenza, pubblichino sulla Gazzetta Ufficiale quanto costa a noi cittadini un rutto di Bossi od una scoreggia di Gasparri: questo sì che ci interessa, oltre ovviamente a stipendio, indennità varie, chilometri in auto blu ed aereo gratuito, biglietto d’ingresso in tribuna all’Olimpico, gettoni di presenza nei diversi consigli di amministrazione, affitti agevolati della casa a Roma, mutui a tasso zero sulla seconda e terza casa, bruschette alla buffeteria del Transatlantico, parrucchiere parlamentare e chi più ne ha più ne metta.
Voglion fare i moralisti? Comincino da se stessi, tutto il resto è populismo demagogico, anche se viene dall’opposizione.
Tags: castaguadagniipocrisiaRai
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Politica e democrazia