Debolezze e paura a dire sì 3
La maggioranza degli italiani ha fiducia nel governo Monti, anche se quasi la totalità si aspetta un periodo di dolorosi sacrifici per il bene della nazione. Stando ai numeri del Senato (25 no contro 281 sì) la percentuale dei favorevoli potrebbe essere anche più alta. C'è però chi dice no, e chi dice ni; alla prima categoria appartengono i leghisti e Vendola, alla seconda il PdL e Di Pietro. Non a caso.
Affondato Berlusconi, nel PdL ognuno cerca una scialuppa di salvataggio. La balcanizzazione del partito è cominciata ancor prima dell'uscita di scena del cavaliere ed avrà il suo massimo nei prossimi mesi, quando assisteremo alla diaspora personale e di gruppo. Sono sintomatiche le parole pronunciate ieri dall'ex premier: "Monti durerà finché lo vogliamo noi".
Più che una minaccia è una dichiarazione di resa. L'ala ex democristiana ha già espresso il suo favore al gabinetto Monti, ma gli ex AN tirano la giacca del capo perché si vada ad elezioni anticipate subito. Bisogna tener unito il partito, questo è l'obiettivo principale. Ecco quindi il ni di Berlusconi: sì al nuovo esecutivo con buona pace dei vari Frattini e Pisanu, ma crisi e voto se la minestra non piace per tener buoni i post fascisti.
Bisognerà vedere quanto è forte il cavaliere a tener ancora insieme la truppa dopo la ritirata. Il fronte è rotto; lasciamo passare questa settimana di cerimonie di rito e, passata la festa, cominceranno a chiarirsi le diverse posizioni, con chi andrà con Casini, chi si attaccherà ai vari gruppi e gruppetti parlamentari (21!, e per fortuna che eravamo in un sistema bipolare), e chi rimarrà attaccato con pervicacia alla barca di Arcore, illudendosi che la fine della bella vita non sia mai arrivata.
Ma il declino può colpire anche chi della lotta personale a Silvio ne ha fatto la propria ragion d'essere, come Di Pietro. Venuta meno la causa del contendere, l'Italia dei Valori deve trovare un nuovo spazio politico in cui muoversi, pena la sua evaporizzazione.
L'ex magistrato deve differenziarsi dal centro e dalla sinistra, impegnati in blocco – senza se e senza ma – nell'appoggio a Monti. Se addirittura il professore fosse a capo di una große Koalition di centro e sinistra alle prossime elezioni, come ha improvvidamente anticipato Bocchino, per lui gli spazi di sopravvivenza politica sarebbero pressoché nulli. Ecco spiegato il suo ni, come il burlone che nella foto di gruppo deve fare le corna per mettersi in mostra.
Gli unici partiti basati ancora sulle ideologie, anche se agli estremi opposti, sono la Lega e Sel che si sono dichiarati contrari al governo Monti. Bossi, che ai tempi della successione di Draghi in Bankitalia si era speso per la "nordicità" dell'incarico, ora non ha neppure l'alibi del governo del sud, visto che un solo ministro proviene dal meridione.
Vendola, anche di fronte ad ipotesi di patrimoniale, Ici, tasse su chi ha più case e promesse di equità nei sacrifici, ha già pronunciato il proprio no. Come mai?
La risposta è semplice: entrambi se ne fregano del bene comune e guardano al proprio orticello elettorale, incapaci di dettare una linea alla propria base elettorale, totalmente inermi a comunicare un messaggio sgradito ma necessario. Le capacità di un condottiero si misurano anche dall'abilità nel gestire i malumori della truppa: in questo frangente Bossi e Vendola dimostrano la debolezza della loro guida, fatta più di vuote parole d'ordine che di reali progetti.















