Posted on
settembre 05, 2010 by
Maurice
Due mine anti-uomo, tre kalashnikov, tre bombe a mano M52, due pistole mitragliatrici Skorpion
(«lo stesso modello utilizzato dalle Brigate Rosse per uccidere Aldo Moro» hanno sottolineato gli investigatori), due etti di tritolo con detonatori, una pistola calibro 9, un revolver 357 Magnum, varie scatole di cartucce, anche di grosso calibro nonché 13,2 chili di cocaina purissima, valutata sul mercato almeno 600mila euro: tutto questo è stato trovato nella dispensa di un insospettabile pizzaiolo di Gazzo Veronese, Denis Daniele Toso, casualmente omonimo del sindaco leghista di Verona.
Era a questo arsenale che si riferiva Bossi, nel suo comizio di metà agosto, a pochi chilometri da qui?
Tags: BossiLega
Category
Politica e democrazia
Posted on
agosto 19, 2010 by
Maurice
Litania di panzanate, degne di Spinoza.it, profferite da Umberto Bossi in canotta vacanziera d’ordinanza e probabilmente sotto l’effetto di sostanze strane. Così si è espresso: "Per uscire dai pasticci, per avere stabilità nel Paese occorre avere forze politiche che hanno anche una grande forza in Parlamento".
E difatti questa maggioranza, mai così forte numericamente in Parlamento, ha dimostrato e sta dimostrando come riesce a far uscire l’Italia dai "pasticci" della disoccupazione, del declino economico, sociale e morale, della ripresa che non decolla ("Ne usciremo meglio degli altri", Tremonti dixit), del pessimismo delle famiglie, delle imprese, dei giovani. Probabilmente Bossi si riferiva alla stabilità di una classe politica distante dalla realtà di tutti i giorni, intoccabile nei suoi interessi di casta ed impunibile per la corruzione esondata fuori dei limiti della decenza. O forse pensava ai suoi sostenitori padani, stabili nell’evasione fiscale e nello sfruttamento della manodopera clandestina.
Altra perla del Bossi pensiero (?) è: il PD e Fini "hanno una paura boia del voto e quindi fanno di tutto per mettersi di traverso sulla linea del voto". Ma è proprio vero che sia l’opposizione ad aver paura delle urne, e non sia invece un monito rivolto ai propri (ex) sostenitori?
Durante un recente incontro con delle persone – di cui conoscevo l’indiscussa fede leghista – sono rimasto sorpreso dalle "nuove" dichiarazioni contro "il covo di corrotti che sono tutti nel PdL" più che ai tempi di tangentopoli, a tutti i problemi economici "che questo governo non risolve", alla rabbia che sta montando tra la gente "per le promesse fatte e non mantenute", e via di questo passo.
Vuoi vedere che anche nel "territorio" leghista sta dilagando la convinzione che anche Bossi & c. abbiano fatto e stiano facendo i loro sporchi interessi, invece che quelli annunciati (ma mai realizzati) ad ogni pie’ sospinto alla gente del nord? Vuoi vedere che la gente sta comprendendo che il federalismo serve solo a sistemare amici e parenti, come ha fatto papà Umberto con il Trota?
Se questa sensazione fosse vera, gli appelli di Bossi al voto sarebbero solo una chiamate alle armi per i suoi caporali. Come d’altra parte sta facendo Berlusconi con vertici e riunioni più o meno segrete e gli ordini alla campagna acquisti, tutti segni di debolezza di una squadra che comincia a dubitare del proprio allenatore.
Tags: BossicorruzionefederalismoLegamoralitàpropaganda
Category
Politica e democrazia
Posted on
agosto 10, 2010 by
Maurice
Non rientra nello stile di questo blog rincorrere il gossip, anche perché lo chef è fuori dai salotti e dai circuiti che contano. Però succede che i "cittadini" che si accomodano ai tavoli del bistrot portino dalle metropoli notizie scontate, risapute da tutti meno che da noi, sempliciotta gente di montagna. E questo fa notizia, qui.
Già aveva fatto scalpore a suo tempo la diceria del regalino dei 70 miliardi di Berlusconi a Bossi in cambio della fedeltà perenne (vedi qui, qui con tutti i link collegati, ma anche sul serissimo Corriere); venire ora a sapere perché e percome al senatur gli è venuto un ictus, ci ha lasciato perlomeno sconcertati. Siamo nel campo dei pettegolezzi, ma che "a Milano lo sanno tutti" riporta all’antico adagio che vox populi è vox Dei.
Non riporto i fatti che ognuno può andare a leggere qui con dovizia di particolari, ma anche qui o qui. La Repubblica allora glissò sulle circostanze che provocarono il grave malore di Bossi; certo che attorno all’episodio c’è stata un’accurata opera di pulizia, di cui rimane traccia solo nei blog, che non sono certo una fonte così attendibile da giurarci sopra.
Forse dovremo aspettare che la Lega rompa con Berlusconi perché Vittorio Feltri, sempre bene informato fino alla doverosa rettifica, ci dia i particolari su quella sera particolare, a casa di Luisa Corna.
Sta di fatto che la cocaina, fra i vari danni, provoca anche
- Aumento della frequenza cardiaca
- Aumento della contrattilità del ventricolo sinistro
- Aumento della pressione arteriosa
- Accelerazione del processo arterosclerotico, con rischi considerevoli di trombosi, infarto miocardico e danni permanenti al sistema cardio vascolare
come avviene nel caso di un ictus.
Se la notizia è vera, è ovvio l’imbarazzo in casa leghista (così si spiegherebbe anche la difesa di Berlusconi ai tempi dell’affaire D’Addario ed escort varie). Oltretutto il consumatore di cocaina – così diffusa nei fine settimana a Milano e dintorni - "può subire un’importante alterazione del proprio comportamento sociale fino ad osservare un mutamento (solo a volte reversibile) del proprio orientamento sessuale" (Wikipedia). Insomma, sapere che l’eroe del celodurismo può diventare frocio non è certo piacevole per la causa secessionista.
Tags: BossicorruzionefederalismoLegamoralitàpropaganda
Category
Cazzeggiamenti
Posted on
luglio 28, 2010 by
Maurice
La verità spesso non è tutta bianca o tutta nera, vi sono mille sfumature intermedie per cui bisogna andare cauti. A volte, invece, questo non è possibile, quando per esempio la scelta è tra due opposti, tra il bene ed il male, tra libertà ed oppressione, tra innocenza e colpevolezza, tra il diavolo e l’acquasanta.
Roberto Saviano ha posto un problema: "Dov’era la Lega quando la ‘ndrangheta si infiltrava in Lombardia?", dopo che gli inquirenti hanno scoperto una vasta rete mafiosa radicata da anni nel regno delle camicie verdi. Ovviamente la domanda ha scatenato il putiferio, perché una cosa è ridere delle buffonate e del folclore da sagra paesana del Carroccio, altra cosa è attaccarlo sulle sue reali capacità di governare, soprattutto nel cosiddetto territorio dove vorrebbe essere "ancorato".
Fare spallucce al sindaco di Treviso per le sue insensate stupidaggini è una cosa, mettere in discussione il malgoverno della Lega è minare alle fondamenta la ragion d’essere di questo partito al nord, quello dei puri e duri, quello che da sempre ha tracciato sul Rubicone il confine tra virtù (al nord) e tutti i mali peggiori (al sud).
Saviano ha messo una bomba sotto il culo di Bossi, Zaia e Cota, che hanno già i loro grattacapi, denunciando perlomeno omissioni politiche nelle amministrazioni locali. Il che sottintende altre domande, come: se un sindaco o un presidente di provincia o un presidente di regione non sa che nel suo territorio si è infiltrata la mafia, come farà a scovare gli evasori fiscali se (non quando) dovesse esserci il federalismo fiscale?
Se poi non tutti gli amministratori locali in camicia verde hanno la furbizia di Bossi, qualcuno potrebbe anche avere "le mani in pasta" con la ‘ndrangheta e – se per caso la magistratura potesse un giorno beccarne qualcuno – gli scricchiolii denunciati da Saviano potrebbero trasformarsi nel crollo di tutto il palco, portando con sè attori e figuranti.
Ovvia quindi la reazione tanto scomposta quanto volgare di Castelli: "Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età", ed aggiunge: "Non ci siamo limitati a scrivere quattro cose e a partecipare a quattro conferenze. Né siamo diventati ricchi per questo".
Frasi che possono essere interpretate in molteplici modi, da quello più innocente (I soldi ce li siamo fatti a Roma ladrona e nei consigli di amministrazione) a quelli meno esplicitabili, pena una denuncia per diffamazione.
Comunque sia, questo è un caso in cui non si può stare un po’ di qua ed un po’ di là. O si è con la mafia o si è contro. Saviano sappiamo da che parte sta, su altri la domanda dell’autore di Gomorra ha sollevato qualche dubbio.
Tags: BossifederalismoLegamafiamoralitàpropaganda
Category
Politica e democrazia
Posted on
luglio 05, 2010 by
Maurice
Il comune di Como ha istituito la segreteria telefonica in dialetto comasco, il comune padovano di Battaglia Terme ha previsto l’esame di dialetto veneto per gli aspiranti vigili urbani: due esempi di come l’ideologia leghista arrivi al ridicolo, ma con una grave verità che ne sta alla base.
Il dialetto – che tali sono gli idiomi derivati dalla lingua nazionale di base – è l’espressione colloquiale familiare, quella che si acquisisce naturalmente con il latte materno, e che rimane tale nei rapporti più profondi, come quelli tra consanguinei o tra conterranei fuori dai propri confini. Questo se in famiglia marito e moglie provengono dallo stesso territorio, perché altrimenti viene adottato un linguaggio comune che è la lingua madre italiana e che mette tutti d’accordo – piemontesi e siciliani, fiulani e calabresi – anche quando ci incontriamo all’estero. La lingua nazionale, dunque, come terreno comune di dialogo, mentre il dialetto è un codice interpersonale per distinguersi dagli altri.
Ai tempi del mio liceo a Mestre non esisteva che entro i confini scolastici anche solo si accennasse al dialetto: l’uso dell’italiano al classico non era un’imposizione, quanto una specie di codice per distinguersi – culturalmente e socialmente – dagli altri istituti. Così un giorno decisi di telefonare ad una mia compagna per invitarla fuori; mi rispose la madre in perfetto italiano e, alla mia richiesta di avere all’apparecchio la figlia, la sentii chiamare: "Luisa, i te vol al teefono!". Rimasi di stucco: mai avrei sospettato che la mia compagna conoscesse anche il dialetto.
La guerra tra lingua nazionale e dialetto è sempre vinta dalla prima. Prendete dieci bambini nati e cresciuti in Alto Adige (dove non si parla il tedesco di Bonn, ma il dialetto tirolese), cinque di gruppo italiano e cinque di gruppo tedesco, e metteteli a giocare insieme: pur non conoscendo la lingua dell’altro gruppo a poco a poco tutti impareranno a parlare in italiano.
Lingua e dialetto storicamente hanno rappresentato la stratificazione sociale delle classi. Contro il signore che "parlava forbito" il villano si è rifugiato nella sua "lingua", e lo stesso italiano (il volgare) ha preso il sopravvento sul latino ufficiale quando l’impero romano con tutte le sue gerarchie dominanti si è dissolto. Non è azzardato supporre che nel futuro l’inglese – lingua ufficiale degli scambi commerciali e di Internet – soppianterrà le varie lingue nazionali per un interclassismo globale.
E questo è sempre avvenuto (e avverrà) naturalmente, senza il ricorso a leggi o ad ordinanze comunali: la lingua si evolve da sola, ed in fretta, senza che il potere abbia mai potuto fare alcunché per contrastarne lo sviluppo.
Voler equiparare gli infiniti dialetti locali alla lingua nazionale è dunque, oltre che antistorico, anche sintomo di una grave verità di fondo: il progressivo decadimento culturale di certe zone. Parlare in dialetto per molte persone è l’unica maniera di esprimersi, dal momento che non conoscono la lingua italiana. E’ un sintomo – peraltro accertato anche fra i laureati – della scarsa o nulla conoscenza della lingua di Dante, è un mascherare la propria ignoranza, è la denuncia inconsapevole del fallimento della nostra scuola, in certe zone abbandonata precocemente per rincorrere un guadagno immediato.
Il dialetto sta ritornando ad essere uno strumento di classe, non più per distinguersi oggi dalla classe dominante, quanto perché oltre al dialetto molti non sanno andare. Per chi ne ha fatto una bandiera ideologica non è un grande onore.
Tags: dialettoidiozieLegalingua
Category
Costume & Società, Politica e democrazia