Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0



Ma quale rif d'Egitto 0

Posted on novembre 13, 2009 by Maurice

Mars Alam, 13 novembre
Se non fosse per il sole cocente a novembre, per lo starsene tutto il giorno in costume da bagno (che la maglietta già dà fastidio) o con l’aria condizionata in camera, per la sabbia fine come sull’Adriatico ed il mare, per i menu ed i conti lasciati a casa, per le beghe della politica nostrana lontane mille miglia, se non fosse per tutto questo, basterebbe una mezza giornata sulla barriera corallina per giustificare il prezzo di una vacanza sul Mar Rosso egiziano.
DSCN0120_2Lasciata Sharm El Sheik (letteralmente Il Porto del Prete) a chi ama la vita chiassosa e notturna dei grandi centri, abbiamo scelto uno dei tanti villaggi turistici lungo la costa africana giù, verso il Tropico, sorti sulla riva orientale del Mar Rosso, in prossimità già dell’Oceano Indiano, con alle spalle lo sconfinato deserto. Qui i paesi praticamente non esistono: quattro case, presidiate dai check-in della polizia che controlla eventuali clandestini provenienti dal confinante Sudan. Gli insediamenti più grandi sono i villaggi turistici che si susseguono lungo gran parte della costa, tutti strutturati secondo la tipica architettura araba, un pugno nell’occhio con la loro vegetazione lussureggiante in mezzo alla sabbia ed alle dune del deserto circostanti.
Ieri, dopo più di un’ora di pullman verso sud, siamo scesi a Sharm El Luli, una vasta insenatura formatasi nel corso dei secoli a ridosso della barriera corallina che in origine era parallela alla costa, ma ora si sviluppa perpendicolarmente, quindi accessibile con facilità direttamente dalla spiaggia occidentale. La prima gioia è stata vedere il mio Capo – che nuota sì, ma dove si tocca – armata di pinne, maschera, boccaglio e giubbotto salvagente affrontare il largo e fare snorkeling senza timori.
Descrivere il panorama subacqueo è riduttivo, se non impossibile senza cadere nei luoghi comuni. Già le formazioni coralline sono uno spettacolo da sole, meglio che alle Maldive – ha detto qualcuno – con i loro colori variegati che vanno dal bianco immacolato al marron, dal nocciola al rosa, dal verde all’azzurro al nero. Una sequenza ed una varietà di forme e sfumatura che lasciano senza fiato, per chilometri. E nelle grotte formate dai coralli, nelle insenature, sui fondali, nelle acque tranquille delle insenature migliaia di pesci che nuotano in tutta tranquillità, incuranti della nostra presenza, qualche volta così curiosi da avvicinarsi tanto da farsi quasi accarezzare.
Bisognerebbe essere degli ittiologi per dar loro dei nomi, noi che siamo abituati tutt’al più alle nostre varietà commestibili. L’unica che siamo riusciti a classificare è stata la cernia; per il resto ci affidiamo alla descrizione visiva. I pesci juventini a strisce bianche a nere, quelli mezzi bianchi e mezzi neri, quelli gialli, quelli gialli ed azzurri, quelli rossi, quelli rossi e blu, quelli verdi ed azzurri, quelli azzurri fosforescenti, quelli minuscoli, quelli piccoli, quelli grossi, quelli da almeno cinque chili.
Sopra tutto questo mondo incontaminato il mare si dilata in sfumature che vanno dal celeste pallido al blu più profondo. Un paradiso che, ringraziando Iddio, gli egiziani si sono imposti di rispettare e far rispettare: non solo è super vietato asportare i coralli, ma ci sono multe salatissime – oltre alla confisca dei pezzi – per chi tenta di esportare qualsiasi cosa naturale, sia anche una banale conchiglia raccolta sulla battigia.
Che poi le anfore per la raccolta differenziata siano state poste più che altro per bellezza, che per un uso reale, questo è un altro discorso.

Il passaggio del Mar Rosso 4

Posted on novembre 11, 2009 by Maurice

Mars Alam, 11 novembre

Già ero partito prevenuto, Imodium ed integratori della flora batterica in valigia, a debellare sul nascere quanto si racconta sull’alimentazione e le sue conseguenze nei paesi caldi, ed arabi in particolare.
DSCN0125_2Di fronte agli enormi buffet invitanti non ho saputo resistere ed ho fatto man bassa di verdure cotte e crude, in barba alla salmonella ed affini, condite con vinaigrette à la moûtarde o alla menta. Non mi è capitato niente di strano, ma mi sono beato con cetrioli freschi, melanzane, pomodori, insalata a foglie larghe e un altro ortaggio che dal colore sembrava melone, ma che non sono riuscito a decifrare.
Fortuna? Non credo: al secondo giorno ho assistito nel bel mezzo del servizio di pranzo ad una ispezione sanitaria, non so se interna all’organizzazione o statale. Termometri a sonda registravano le temperature dei cibi esposti nel buffet, mentre altri ufficiali sanitari armeggiavano con provette, tamponi e reagenti. Per essere in un paese arabo niente male, anzi potrebbero insegnare parecchio anche a noi, che ci definiamo un popolo civile.

Sarà perché il villaggio era quasi totalmente pieno di italiani, ma se dovessi dare un voto complessivo sulla cucina non potrei scendere sotto il sette. Certo, due spaghetti al pomodoro e basilico o una bella carbonara ce la siamo sognata, ma anche nei villaggi più osannati non si può pretendere più di tanto.
Un 9 abbondante va al pane, o se preferiamo ai pani, di tutti i tipi, forme, e materie: dalle focaccine non lievitate che somigliavano più alla pasta da pizza tirata sottilissima, ai panini al sesamo, ai semi di finocchio, all’olio, e via discorrendo, passando per le mini focaccine con i peperoni, le melanzane o i pomodori. Il tutto fatto rigorosamente in casa, ogni giorno, freschissimo anche alla sera.

Ho già detto delle verdure. Non ho assaggiato le patate Mussolini, ma chi le ha provate ha detto che era un buon purè. Io promuovo a pieni voti la caponata, i cavolfiori gratinati, i vari ortaggi al forno e l’immancabile riso dai chicchi piccoli e per nulla stracotto, anche dopo mezz’ora di permanenza al caldo nella campana.

Non tutto è andato bene. Il collega della griglia non ci sapeva proprio fare. La carne, che non ho assaggiato e quindi mi fido del parere altrui, era troppo cotta per rimanere tenera. Il pesce, che invece ho provato, una specie di via di mezzo tra le sarde e lo sgombro, era stato impanato nelle erbe che non hanno aggiunto niente al sapore scolorito della carne. Assolutamente niente di eccezionale.

In realtà grandi come i villaggi la pecca della cucina è l’abbondanza delle proposte. Diventa una pecca perché alla fine della giornata è sempre tanto il cibo che avanza e che bisogna riciclare, per forza. Io amo la cucina degli avanzi, perché mette alla prova la bravura e l’estro del cuoco, ma anche perché permette di proporre piatti completamente diversi da quelli di partenza, spesso – se appunto lo chef ci sa fare – con risultati molto appetitosi. Per esempio, ho molto apprezzato un’insalata di seppie ed un’altra insalata di mare al finocchio selvatico, senza aggiunte della solita maionese per amalgamare tutto come un’insalata russa.

Il mio barometro digestivo – che mi sa dire esattamente sulla leggerezza dei cibi – si è sempre mantenuto sui valori alti. Mai una volta ho avuto problemi a digerire, eccezion fatta per i cetrioli che si sentono fino alla sera, anche a casa nostra. La riprova è che sono tornato a casa con qualche chilo in surplus: nulla di preoccupante perché basteranno due giorni di lavoro per bruciare tutto il sovrappeso.

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