Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0



Le liberalizzazioni che creano recessione 1

Posted on gennaio 26, 2012 by Maurice

Per la prima volta qualcuno, anche liberista, dice chiaramente che le liberalizzazioni e la concorrenza non sempre creano sviluppo economico, anzi. Lo hanno sostenuto a Matrix di ieri sera Oscar Giannino (di cui si può dire tutto, ma non che sia di sinistra), Leonardo Becchetti economista dell'Università Tor Vergata di Roma e Giuseppe Bortoluzzi della CGA di Mestre, con grande incazzatura di Rosario Trefiletti di Federconsumatori, ovviamente attento solo al prezzo di prodotti e servizi.

E' da tempo che il vostro chef sostiene qui l'inconguenza delle liberalizzazioni all'italiana, fin dai tempi del Bersani ministro.
Vi sono settori in cui è indispensabile abbattere i monopoli (o duopoli o oligopoli) con una concorrenza, vigilando che la competizione sia reale e non mascheri invece un cartello fra i soliti conosciuti. E' il caso delle assicurazioni o del settore petrolifero, dove sappiamo tutti che i prezzi sono concordati dalle società ed imposti al cittadino in condizioni di falsa concorrenza.
Aumentare il numero dei taxi non è liberalizzare il trasporto pubblico. Anche in Cile, ha ricordato qualcuno, fu data facoltà a chiunque di trasformarsi in taxista, con la conseguenza che la qualità del servizio improvvisato portava il passeggero a trovarsi a piedi spesso e volentieri, con rottami di auto trasformate in mezzi di trasporto pubblico, senza sicurezza né garanzia di essere portati a destinazione.
L'abbassamento dei prezzi non può essere l'unico parametro di valutazione. Eppure continuiamo a fare le gare pubbliche d'appalto, prescindendo dalla qualità del prodotto o del servizio offerto: oltre un certo limite (inferiore) di prezzo la qualità non è assolutamente garantita, e lo sappiamo bene tutti, guardando certi cantieri aperti e mai chiusi.

Prima che una legge economica è una legge fisica: ogni albero fa la sua ombra. A fronte di una domanda bloccata – o carente, come in tempi come questi – aumentare l'offerta è aprire i rubinetti all'assenza di qualità o a prodotti che nascondono qualcosa di poco pulito, come nel caso della Apple.
Ogni cosa ha un suo costo. La deleregulation reaganiana, madre di tutte le liberalizzazioni, ha fatto chiudere i battenti alla mitica Pan Am; consentire a tutti di aprire un'attività apre la porta solo ad altre chiusure. Occhio, quindi, ai prezzi stracciati: prima o dopo viene fuori la truffa.

Nessuno l'ha detto, ma per abbassare i prezzi al commercio c'è un'unica strada: intervenire sulla filiera, accorciarla, eliminare chi specula e non produce né vende alcunché. Non sono i fruttivendoli sotto casa o del mercatino rionale che in questi giorni stanno facendo il bello ed il cattivo tempo. C'è qualcuno più a monte (e più forte della signora Nannina) che manipola a suo piacimento costi e ricavi.
Questi sono i veri poteri forti. Prendersela con i commercianti è non aver capito nulla di come gira il mondo.
 

L’errore delle liberalizzazioni, anche a sinistra 0

Posted on gennaio 20, 2012 by Maurice

Il leitmotiv di chi sostiene le liberalizzazioni, anche nel PD, è che nell'economia moderna esse sono un atto dovuto, non si può farne a meno, perché così vogliono i mercati il cui verbo sacro è "concorrenza", che farebbe risparmiare centinaia di euro (ognuno spara la cifra che preferisce) ad ogni famiglia italiana.
Già su quest'ultimo aspetto c'è molto da discutere. E' proprio vero che la concorrenza abbassa i prezzi? Basta fare un piccolo calcolo: prendete, se ce l'avete ancora, una vecchia bolletta di casa della Telecom o ancor meglio della Sip, e fate il confronto con quanto spendete oggi. Rapportata all'euro, quale famiglia spende oggi al bimestre 20 o 30 euro, tasse comprese? Eppure è questa la bolletta media di una famiglia di qualche anno fa, che non telefonava all'estero e stava attenta a non sbracare con la teleselezione, quando ancora esisteva.
Si dirà che adesso assieme al telefono c'è internet, la possibilità di inviare Sms e MMs e tutto il resto. Ma sono "servizi" in più per gonfiare la bolletta, per giustificare ulteriori profitti, mica per parlare di più a costi minori.
E poi, da chi saranno sopportati i minori costi del consumatore? Non certo dai produttori, non certo dagli intermediari, ma ancora una volta dall'ultimo anello della rete distributiva.

In prima elementare mio figlio subì il diktat della nuova pedagogia "moderna": basta aste e cerchi, basta calligrafia, basta lettere e poi sillabe, basta regole di grammatica, subito con le parole complete a formare le frasi. Ne è risultata una generazione di galline, la cui scrittura è peggio di quella dei medici, senza conoscenza della grammatica e della sintassi.
E' andata meglio a mia figlia, che ha scontato il fallimento della "moderna" pedagogia per ritornare ai vecchi metodi didattici.
Lo stesso è capitato a me nel lavoro, quando il magico verbo "moderno" (ed americano) della rete distributiva era lo scorporo contro le posizioni di rendita. Chi è venuto dopo di me si è visto accorpare, secondo i vecchi metodi, perché nella vendita 2 più 2 non fa quattro, ma quando va bene fa 3.

Ora scontiamo le liberalizzazioni, perché così vuole il mercato. Finché fra qualche anno i guru dell'economia (americana) diranno che le ricerche avranno dimostrato che per il consumatore esse non avranno portato nulla di positivo, ma anzi nuova disoccupazione e grandi profitti per pochi e grandi gruppi.
Ed allora passo indietro a promuovere un nuovo rapporto tra erogatore di beni o servizi ed il cliente, vero destinatario dei benefici.

E' sbagliato il metodo. Hanno ragione i tassisti a dire che non sono le nuove licenze il problema. Il vero nocciolo della questione sono i soldi che mancano. Alle famiglie, che vedono restringersi i margini di spesa. Alle imprese, che non possono investire.
Occorre innovare sì, ma in nuovi prodotti, in qualità della vita, in sviluppo, e qui entra in funzione il cervello, l'inventiva, la ricerca.
Gli ultimi vent'anni di politica hano dimostrato che non basta promettere le riforme per modernizzare il paese: occorrono teste nuove, e giovani. Come diceva Aleardo: è più facile cambiare gli uomini che la testa degli uomini.

La volontà popolare, trucchetto da seconda repubblica 0

Posted on novembre 10, 2011 by Maurice

La nomina del professore Mario Monti a senatore a vita, prima dell'investitura a nuovo capo del Governo, semplifica anche il quadro politico, non più diviso tra berlusconiani ed antiberlusconiani, ma tra chi ha a cuore le sorti del Paese e chi guarda solo al proprio orticello elettorale (Lega e Idv, soprattutto).
Da Tremonti a Monti, semplificazione e chiarezza, senza inciuci o interessi sottobanco di partito. Quello che ci vuole in questa difficilissima fase. Un "portatore di idee, non di interessi", come lo definisce Ferruccio De Bortoli, sapendo che "non è un freddo tecnocrate, è un italiano appassionato, disposto a svolgere il ruolo di civil servant senza mire personali".
Oh, intendiamoci: non è che con Mario Monti tutto è risolto come d'incanto. "Ci aspetta – ricorda Massimo Giannini – una lunga traversata nel deserto, fatta di sacrifici, di sudore e di sangue. Ma ora che la svolta è vicina, dobbiamo sapere due cose. La prima: nonostante tutto, l'Italia è un grande Paese che ha in sé le energie e le risorse per rialzarsi. La seconda: la responsabilità più grande, del declino italiano di questi anni, pesa sulle spalle del Cavaliere. Dobbiamo ricordarcelo, mentre ci accingiamo a consegnarlo, finalmente, alla notte della Repubblica".

C'è chi storce il naso sulla scelta di Monti come prossimo capo dell'esecutivo d'emergenza, tacciando l'operazione come "un giochetto da Prima Repubblica" (come se la seconda sia stata un esempio di gloriosa politica) ed invocando il ricorso alla "volontà popolare", perché Monti "non è mai stato eletto dagli elettori".
Per fortuna!, aggiungiamo noi, perché i vent'anni appena passati non sono piovuti dal cielo, ma grazie all'insennatezza del voto di una parte della popolazione italiana che si è entusiasmata per la figura dell'imprenditore imprestato alla politica, per difendere i suoi interessi, non certo quello degli italiani.
Riuscirà il senatore bocconiano a far fronte ai mercati? Da come si è comportato a Bruxelles contro la Microsoft, possiamo ben sperare. Vedremo nelle prossime ore se la nostra credibilità sui mercati era solo legata alla persona di Berlusconi.

Più vivi che morti 4

Posted on marzo 24, 2011 by Maurice

Resi noti i dati dal Centro studi Unioncamere sull'andamento demografico delle imprese nel 2010. In Italia è stato registrato un saldo attivo di 13.702 ristoranti, la differenza cioè fra quanti hanno chiuso e quanti hanno aperto; il mio Trentino (e Alto Adige) ha contribuito con 3.129 nuovi esercizi.
For SaleButtata lì così la notizia dovrebbe far piacere agli statistici: nonostante la crisi ci sono più nati che morti, segno di vitalità, di ripresa, di voglia di intrapresa, soprattutto considerando che non c'erano incentivi alla rottamazione, le banche sono stitiche e non è un settore speculativo dove investi oggi, e domani disinvesti guadagnando profumatamente. Chi vuole aprire un'attività sa (o dovrebbe sapere) che bisogna sputare sangue e sperare che tutto vada bene, per raccogliere i frutti con pazienza nel tempo. E sarà il tempo a decretare chi ha avuto ragione.
Per chi lavora da una vita nella ristorazione la notizia non fa piacere: ogni albero fa la sua ombra. La torta della domanda va sempre più assottigliandosi, il consumo di pasti fuori casa si riduce di anno in anno, e dunque una nuova attività porta via lavoro a chi c'è già. E' la legge della giungla del mercato, cara signora, ed ogni mattina bisogna alzarsi e mettersi a correre, se si vuole mangiare.
Le cifre di questa anagrafe dicono anche che c'è una fetta in pareggio (trasferimenti di ristoranti dal venditore all'acquirente) ed un'altra che investe sul nuovo, che è quella che determina il saldo positivo. Esattamente come nel mercato immobiliare: chi compra e vende disperatamente, e chi si costruisce la casa nuova.
Il mio Capo ed io da tempo tentiamo di cedere il ristorante: la data della pensione si avvicina e sarebbe un peccato chiudere senza continuità. Le abbiamo provate quasi tutte: annunci, passaparola, inserzioni sui mezi più disparati, sito Internet, agenzia. Ci manca solo che qualcuno ci presenti l'arabo con i petrodollari o il mafioso in cerca di riciclaggio. Nonostante questo il nostro compratore ha ancora da venire.
Persone interessate ce ne sono state, ma non ci siamo incontrati. C'è anche chi, di fronte ad un'offerta di chiavi in mano subito, ha preferito investire la stessa cifra in qualcosa di nuovo ed ora annaspa freneticamente in cerca di una boccata d'aria. Cavoli suoi, poteva pensarci prima. Sta di fatto che molti pensano che rilevare un'attività sia all'insegna del Fatebenefratelli.
Nonostante la liberalizzazione del settore – che permette a chiunque di improvvisarsi cuoco e ristoratore – l'arredamento e l'attrezzatura già esistenti si dovranno pur pagare. O pensano che si regalino? E se l'attività è in pieno centro piuttosto che in tanta malora, avrà pure un prezzo anche questo, come fra un appartamento in via della Spiga ed uno a Buccinasco. E se, fatto il contratto oggi, domani puoi aprire subito sapendo che entra già gente, avrà pure un valore rispetto al doversi far conoscere prima che si sieda il primo avventore.
Gli aspiranti imprenditori tutto questo fanno finta di non capirlo. Noi continuiamo sulla nostra strada. Oggi arrivano i pittori che rinnovare il dehors, domani ordinerò quello che mi serve per la promozione estiva. Si va avanti, signora, finché abbiamo le forze; quando non ci saranno più canteremo come Marco Masini.

AAA vendesi, perfetto anche senza relook 4

Posted on novembre 18, 2010 by Maurice

Il concetto è anche giusto: per andare ad un appuntamento galante bisogna essere a posto, con la doccia fatta ed i capelli in ordine, pena andare in bianco. Hanno ragione, quindi, quelli che hanno inventato l'home staging e l'home relooking che consiste – strucca strucca – nel passare la casa da vendere dall'estetista e dal parrucchiere per renderla appetibile al potenziale acquirente. Loro fanno il loro mestiere.
Church for sale 3Il punto debole dell'intera questione è che, per restare nella metafora, uno/una si prepara compiutamente per l'incontro galante, ma molto dipende da chi si incontra. Riccioli in ordine, depilazione fatta, vestito adatto con la debita scollatura, sottovestito con pizzi e colore giusti, profumo azzeccato: tutto questo non basta se al cavaliere azzurro non gliene frega niente, perché è fedelmente sposato, o perché è gay, o perché in quel periodo non gli tira, o per centomila altri suoi motivi.
Per fare un buon affare bsogna essere in due, chi vende ma anche chi compra. Tant'è vero che un diamante può avere anche un valore inestimabile, ma se non c'è nessuno che vuole comperarlo il suo valore di mercato è zero. Tondo tondo.
Ne so qualcosa, da quando il Capo ed io ci siamo messi di buon buzzo a cercare compratori per il nostro ristorante.
Gli anni passano inesorabili e si profila l'età del meritato riposo, i figli hanno scelto tutt'altra strada o tutt'altri paesi, chiudere per chiudere non è bello, soprattutto quando qui tre generazioni hanno messo sudore e fatiche per arrivare ad un lusinghiero traguardo. E' logico sperare che ci sia qualcuno che voglia continuare con altrettanto entusiasmo. Ci siamo quindi messi sul mercato, come si dice.
Passaparola, un sito in Internet, annunci vari: la strategia di vendita c'è, del relooking non ce n'è bisogno, mi pare, visto che l'attività continua comunque e l'aspetto di un ristorante dev'essere sempre perfetto. Ma finora la risposta è stata deludente.
Chi vorrebbe fare un "periodo di prova" di uno o due anni, chi vuole andare subito dal notaio ma quando si tratta di staccare l'assegno si eclissa e non saluta più, chi promette una risposta anche negativa appena torna e non torna più, chi passerà quando verrà a trovare la morosa da queste parti, chi pensa che lo regaliamo, chi ha capito male. C'è tutto lo zoo, insomma, nella folla dei presunti acquirenti.
Mi pare che di certo ci siano ben poche cose: molte idee e confuse, poca capacità imprenditoriale, poca voglia di mettersi in gioco, tirarsi su le maniche e tirar fuori gli attributi. Poi dicono che il Pil ristagna, che non c'è innovazione in Italia. Per forza.

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