Giornalisti da copia-incolla 1
Dopo nove anni al Corriere della Sera – contratto a tempo indeterminato di questi tempi!, quindi ormai giornalista con tanto di esame di stato e paga da redattrice ordinaria, che da sola basta a mantenere agiatamente una famiglia – Gabriela Jacomella a 34 anni dà le dimissioni dalla prestigiosa testata per "Lasciare il lavoro dei miei sogni – come afferma sul suo blog -, ricominciare a vivere. Il progetto è, semplicemente, questo".
Non le va più fare le "chiusure" del giornale a mezzanotte, vuole vivere. Che cazzo significhi vivere se non hai un lavoro, lo sa solo lei.
Subito dopo gli esami di riparazione della maturità (l'ultimo anno che è avvenuto, e me lo sono beccato io) sono stato chiamato all'Ansa di Venezia. Alfonso Pacini, il burbero redattore capo, mi ha preso metaforicamente sulle sue ginocchia e mi ha insegnato a dimenticare Manzoni e Leopardi per acquisire il linguaggio stringato ed essenziale dell'agenzia stampa. Le cinque "W" e nient'altro.
L'Ansa è stata la mia West Point giornalistica. Poi è venuto Avvenire appena fondato, la (fu) Gazzetta del Popolo di Torino, il settimanale diocesano La Voce di San Marco, altre collaborazioni a testate varie, fino al Gazzettino di Venezia. Sono stato iscritto all'Ordine dei Giornalisti come pubblicista, ma non sono mai riuscito ad ottenere quella preziosa assunzione per diventare praticante e quindi professionista.
Racconto la mia vita perché quella era la mia vita. Ero disposto anche a fare il patto con il diavolo perché fosse la mia vita. Ricordo per inciso che allora non esisteva il computer e battevo i miei pezzi sulla mia stupenda Valentine Olivetti, non c'era il copia-incolla, non c'era Wikipedia, non c'erano i telefonini: tutto quello che scrivevo era da fonte diretta, sul campo, come si dice.
Avevo già toccato molti temi: la cronaca sindacale, la politica, la nera, lo sport, le inchieste. Un lavoro splendido, faticoso, ma pieno di soddisfazioni morali (le economiche non sono mai arrivate): la gente che commenta i tuoi articoli al bar, il plauso dei colleghi, gli elogi scritti del padronato e del sindacato, qualche minaccia di querela che fa parte della notorietà.
Il diavolo, invece, c'ha sempre messo la coda, e l'ultima esperienza al Gazzettino, con la prospettiva sicura al 99% della sospirata assunzione, si è conclusa con il cambio di guarda del direttore e la mia candidatura trombata ancora una volta.
Che una giornalista, dopo nove anni, dia un calcio a tutto "per godersi la vita", vuol dire semplicemente una cosa: non ha capito niente del giornalismo, non era la sua vita, ed è meglio che abbia sbattuto la porta della redazione. Di questa gente non ha bisogno né il giornale né i lettori.
Troppi, ammaliati dalla laurea in scienza delle comunicazioni, non sanno cosa vuol dire fare "il giro di nera", non conoscono neppure l'appuntato che passa la notizia, non si sono mai seduti sul banco della stampa in un consiglio regionale, non hanno mai inforcato il motorino per fiondarsi a tutta velocità sul luogo di un incendio.
Pensano che fare il giornalista sia dirigere un talk show o fare il pagliaccio su qualche rete a metà pomeriggio. Il massimo del rischio, per questi, è starsene in un lussuoso albergo di Islamabad, aspettando che da qualche parte esploda una bomba e mandare a Milano o a Roma il "pezzo" fresco di aria condizionata.
A lavorare, ragazzi, a lavorare, non fino a mezzanotte con il posacenere pieno di mozziconi (allora), ma in miniera. Questa è la vita che vi meritate.



















