Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0



Lasciateci la parola scritta 0

Posted on luglio 08, 2010 by Maurice

C’è un vezzo che anche i più seri giornali online stanno adottando sempre più frequentemente: i servizi in audio o video (quando funziona il link).  Qualcuno dirà che è il tripudio della tecnologia a 360°: dalla carta stampata siamo passati alla pagina elettronica che permette di inserire file di tutti i tipi, compresa l’odiosa pubblicità che copre l’intero foglio o in formato finestra che si apre proprio sulle righe che vorresti leggere.
Vabbè, gli sponsor sono l’anima del commercio e senza di essi non potremmo avere gratis le notizie sul web, e quindi passino, ma che per sapere una notizia dobbiamo per forza sorbirci il giornale in formato radio o tv, a me rompe parecchio.
Ditemi anacronistico, demodé e tutti sinonimi che vi vengono in mente, ma a me il giornale è quello che si apre scricchiolando, quello che si può piegare. O, nella versione elettronica, quello che mi da il titolo, magari il cappello, l’incipit ed il link per andare a leggere il servizio intero su un’altra pagina. Come il libro, che si sfoglia, si sottolinea o si commenta a margine, a cui si fa l’orecchia o si inserisce il segnalibro per sapere dove siamo arrivati: il tablet – per il momento – non mi affascina affatto.
Ora, se voglio avere le notizie in sonoro o in video, mi ascolto la radio o la tv, magari via Internet, come faccio al mattino con il Ruggito del Coniglio, mentre "sfoglio" Repubblica ed il Corriere, apro la posta elettronica e vedo se ci sono novità sul blog e su Facebook.
A questa idiosincrasia contribuisce un fatto molto banale: la necessità, ovviamente, di accendere i box o di mettere le cuffie. La prima opzione va bene se sono solo in casa, ma se sono le tre di notte o qualcun altro in famiglia sta guardando la televisione nello stesso locale, sono d’obbligo le cuffie. E basta un jack non inserito alla perfezione per avere un filmato stile anni ’20, cioè muto, con relativa incazzatura per capire perché nel videoclip non hanno messo il sonoro fino a scoprire – dopo ripetuti tentativi su Risorse del Computer, programmi vari audio e via dicendo – che è solo lo spinotto non inserito fino in fondo.
Non ho ancora capito perché vengono messi i servizi giornalistici in video, se per una forma di pigrizia nel mettersi alla tastiera (encomiabile Marco Travaglio che dà contemporaneamente le due versioni) o per una forma di vanità dell’autore a cui piace vedere la propria immagine sul web. O probabilmente è il mezzo più veloce, e quindi più economico, per trasmettere un messaggio. Personalmente, quando un tempo mi era venuta l’idea di fare il blog anche in streaming (ricordate?), ho trovato una fatica immane dover scrivere e poi anche leggere il post, un giochetto che non valeva la posta della vanità.
Sia come sia, lasciate i video a YouTube o a YouPorn e dateci le notizie scritte. La parola scritta dà il tempo di essere assimilata e metabolizzata, conservata a futura memoria o sezionata per la critica presente. L’immagine è bella come una rete di Sneijder, ma dopo il fischio dell’arbitro è già passata.

Cosa non si farebbe pur di vendere un iPad 1

Posted on giugno 08, 2010 by Maurice

Splendida notizia dagli antipodi: un ristorante australiano ha sostituito il menu cartaceo con l’iPad. Non occorre essere un esperto di marketing per scoprire una bufala che puzza di marcio a qualche migliaia di chilometri di distanza (il genio di Steve Jobs è senza limiti) e se ne sono accorti anche i bontemponi australiani, vedi i commenti.
Menu su iPadAndiamo con ordine. Lasciamo perdere tutte le motivazioni psico-sociologiche del servizio al cliente, come il rapporto umano tra azienda (cameriere) e consumatore finale, il cibo come comunicazione e trasmissione della cultura di un paese, eccetera eccetera eccetera. Si potrà sempre eccepire che un link ad ogni voce può rimandare a Wikipedia che informa il commensale sul Parmigiano Reggiano o sul lardo della Val Rendena.
Lasciamo anche perdere la bellezza e l’allegria (altro valore aggiunto in un pasto al ristorante) di un tavolo, tutto impegnato fra ordinazione virtuale, link alle qualità wikipediane dei cibi e dei vini: una splendida serata di interazione sociale.
Lasciamo perdere tutto questo e pensiamo ai banali numeri.

A prescindere dai tempi non certo brillanti, quale ristorante anche piccolo può permettersi un investimento in iPad? Prendiamo il modello base, 499 euri o dollari fa lo stesso se ben ricordo, moltiplichiamolo almeno per 30 pezzi, ed abbiamo la bella cifra di 14.970 bigliettoni; mettiamo un pasto medio di 30 euri/dollari, fanno quasi 500 pasti solo per ammortizzare la spesa.
Dobbiamo pensare, poi, al costo di rimpiazzo di quelli che spariranno come souvenir (l’ho fatto anch’io in qualche locale straniero, con quelli cartacei ovviamente) e fatevi i calcoli della bella pensata.
Se il ristoratore non è un filantropo, pensiamo a quanto verrà "spalmato" il loro costo sul cliente: se i costi generali devono rimanere entro il classico 30%, il prezzo medio del pasto dovrà aumentare del relativo 30% per pareggiare i conti. Ok, son cacchi soldi suoi, ed ognuno può farne quello che vuole; personalmente investirei 15 mila euro in altri modi ma, ripeto, ognuno è libero di fare quello che vuole con i propri soldi.
Pensiamo ora al discorso tecnico. Qui non abbiamo un classico "gestionale", in uso da noi da qualche decina d’anni (nulla di nuovo sotto il sole): il cameriere raccoglie le ordinazioni varianti comprese sul proprio computerino portatile e le trasmette alla cucina e al bar i quali tramite stampante le trasformano nelle classiche comande.
Qui abbiamo un’app (ed anche questo è un ulteriore costo per gli sviluppatori) personalizzata, pubblica?, che interagisce con cucina e bar, e solo con quella cucina e quel bar. La cosa è inverosimile sotto molti aspetti.
E’ chiaro che la campagna pubblicitaria della Apple ha centrato il segno: con pochi soldi hanno imbastito su uno pseudo ristorante con pseudo clienti (guarda caso tutte belle donne, nella foto di Ross Schultz) ed il gioco è fatto perché ne parli tutto il mondo e perché qualche gonzo ci caschi e vada in un Apple Store ad acquistare qualche decina di tavolette (sarà compreso negli incentivi statali per l’innovazione tecnologica?).
Grande Steve, ma io resto vetero cartaceo e non me ne vergogno.

Prenota subito e pagherai di più 4

Posted on maggio 19, 2010 by Maurice

Ammiro profondamente chi riesce Ristorante vuotoad inventarsi le baggianate più sensazionali e a venderle alla gente che si crede intelligente. L’ultima l’hanno inventata in America (ma non erano i napoletani i più fantasiosi del mondo? La crisi ha colpito anche le menti effervescenti sotto il Vesuvio), e non viene da uno stupido qualsiasi:

L’idea dell’economista Tyler Cowen è quella di utilizzare una variante dell’asta olandese, ovvero quell’asta che parte da un prezzo alto che si abbassa progressivamente fino all’arrivo di un compratore. Nel caso dei ristoranti, il locale che la applica dovrebbe aggiungere al pagamento del conto una tariffa per il posto occupato (seating fee), che verrà conteggiato solo se il ristorante si riempirà tutto prima della data. L’ammontare della tariffa per il proprio posto a tavola garantito varierà, come nell’asta olandese, a seconda di quando il locale venderà tutti i suoi tavoli, fino ad azzerarsi se i tavoli vengono riempiti la sera stessa. In questo caso, chi non prenota in anticipo sta dichiarando al ristoratore che non è disposto a pagare un prezzo troppo alto per avere la garanzia di sedersi, ma sta anche rischiando appunto di non trovare posto nel ristorante dove avrebbe voluto mangiare. La conseguenza di tale sistema è quella di premiare i ristoranti migliori (ma anche quelli più alla moda) con guadagni maggiori, senza toccare i prezzi del menu.

In pratica il cliente prenota e paga di più; in base ai posti occupati realmente la "tassa sul tavolo" scende proporzionalmente, fino ad azzerarsi con la sala piena. Idea tanto geniale quanto idiota.
Penso alla mia realtà, ma anche i "grandi" come Massimo Bottura la rigetta. Intanto c’è la pessima abitudine, acuitasi in tempo di crisi, di non prenotare, neanche in tempi di sicuro affollamento come a Ferragosto o al cenone di Capodanno: tanto – devono pensare in molti, soprattutti fra i cosiddetti bamboccioni 25-35enni – di questi tempi figurati se fanno il pieno. A volte, nonostante chiediamo sempre un numero di telefono "non si sa mai", la prenotazione non viene onorata o accampando scuse improbabili ("al cane è venuta la dissenteria") o facendo finta di non aver mai prenotato e di aver chiamato il cellulare sbagliato.
Ma penso anche a come fare i calcoli. Se il cliente prenota per mezzogiorno e vuole andarsene all’una, per sapere esattamente a quanto sconto ha diritto deve fermarsi fino alla chiusura del locale per vedere quanta gente arriva?
A parte, inoltre, la capacità di risolvere le equazioni di primo grado (tavoli occupati : tavoli prenotati = 100 : x, o qualcosa del genere) e a parte la difficoltà di far capire al telefono come funziona la "tassa sul tavolo", immagino la reazione del cliente che potrebbe variare dal semplice "grazie, ma allora vado da un’altra parte" alla pernacchia in stereofonia.
Si tratta esattamente dell’inversione della tendenza di mercato che premia invece chi prenota per tempo, dai viaggi in aereo e treno ai villaggi vacanze. Il concetto è semplice: tu cliente ti impegni per tempo, ed io azienda riesco a programmare meglio le vendita e per questo ti premio.
Esiste anche la scelta opposta, il last minute, che si basa sul presupposto che i costi ed il guadagno li ho già raggiunti, quindi tutto quello che viene in più – per quanto poco – è tutto grasso che cola. In questo caso potrebbe essere applicata la teoria di Cowen, ribaltandola: se il punto di pareggio, come lo chiamano gli economisti, lo raggiungo all’80% dei posti occupati, quando si presenta l’ulteriore 20% paga di più, così impara a venire ad orari decenti o a prenotare prima. Analogamente a quanto fanno le farmacie di turno per un’aspirina alle 2 di notte.
Tutto questo dimostra come certe persone, pur con tanti titoli accademici o forse proprio per questo, pensano di risolvere tutto con formule matematiche tanto astratte quanto improbabili; ma dimostra anche quanto il "mercato" sia tanto imbecille quanto disponibile ad essere preso per i fondelli.

Il pelo nell'uovo 3

Posted on marzo 27, 2010 by Maurice

Approfitto del silenzio elettorale per tirare un profondo respiro e fare una parentesi negli argomenti trattati in questo blog. Per una volta lasciamo l’alta cucina e buttiamoci sul piccante, come su un piatto di penne all’arrabbiata. Partendo da lontano diciamo che

"gli Egizi si rasavano con creme a base di olio e miele. E non solo le donne: i sacerdoti, oltre a rasarsi i capelli, si depilavano in segno di rispetto verso le divinità. Corpi maschili depilati erano diffusi in Grecia (gli atleti) e a Roma: per le gambe usavano gusci di noce arroventati.
Ugualmente la pratica depilatoria è stata regolarmente adottata fra le varie popolazioni di cultura islamica. Fin dall’antichità classica, nei hamm?m, la pasta depilatoria più largamente diffusa è stata a lungo la cosiddetta n?ra, oggi sostituita da un impasto lavorato a caldo di succo di limone, zucchero e acqua.
Possono essere oggetto di depilazione tutte le parti del corpo eventualmente ricoperte di peli superflui o ritenuti tali. Tipicamente oggetto di depilazione sono, nell’uomo, oltre al volto, la zona pettorale e le gambe; nella donna, le ascelle, le gambe, le braccia, la c.d. "zona bikini" (ovvero l’inguine). Sempre più frequente è l’uso di depilare, parzialmente o integralmente, anche la zona del pube, sia nell’uomo che nella donna, prevalentemente come abitudine legata alla sessualità" (Wikipedia).

Personalmente mi sono depilato lì tre volte, la prima per l’appendicectomia, le altre due per le ernie inguinali ed onestamente non mi è piaciuta né la pratica né gli effetti estetici; capisco benissimo, quindi, le obiezioni femminili. Tutte le mattine però, nessuna esclusa, mi rado la barba: fa parte del rito quotidiano, come lavarmi i denti o farmi la doccia, non mi pesa, anzi mi mette in pace con me stesso e con gli altri.
30Per una donna è differente. Avevo un aiuto cuoco donna che era più pelosa di me ed ero a disagio io per lei: tirate su le maniche della giacca, per un uomo è normale mostrare un po’ di pelo, meno bello se è una donna ad ostentare due braccia da gorilla. Ma sono casi tutto sommato isolati.
In genere la depilazione femminile si limita a gambe e pube. I pantaloni sono un grande aiuto per coprire la pigrizia o l’avversione alla ceretta. Diverso è il discorso per il pube, zona non esposta se non in particolari situazioni.
Le tendenze sono molteplici. Ci sono quelle "acqua e sapone" o della serie "come mamma m’ha fatta", categoria imperante fino a non molti anni fa. Poi ci sono le "brasiliane" o della serie "come mamma mi ha fatta e come sono stata fino alla pubertà", le cultrici del dopobarba maschile sulla pelle come il culetto dei bambini. C’è poi una terza categoria che definirei delle "artiste", quelle che ne fanno una scultura di vario tipo: la linea sottile verticale, il cespuglietto simbolico, la freccia in giù, la freccia in su, la barba di tre giorni, e chi più ne ha più ne metta.
Mi piacerebbe che a finire questo post fossero gli amici o, meglio, le amiche: la zona bikini va depilata o no? il vostro/la vostra partner come vi preferisce? se vi depilate, come preferite averla? Un suggerimento: non è necessario che parliate di voi, potete sempre parlare di un’amica .

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