Sarò sincero: la prima neve di quest’anno mi ha mandato in depressione. Ho ancora sulla pelle il sale del Mar Rosso e negli occhi le immagini della Parigi di mio figlio, e mi trovo buttato brutalmente dentro la dura realtà dell’inverno montano. Sono contenti gli sciatori (e gli operatori turistici) ma passare dalle vacanze alla piatta realtà del lavoro non è facile. Ho cominciato in surplasse, con le preparazioni, le ultime manutenzioni di cucina e sala, la messa a punto dei piatti, e mi ritrovo a dover già riaprire bottega, con i clienti di tutti i giorni, le facce di tutti i giorni, la routine di tutti i giorni.
Per fortuna abbiamo ancora qualche giorno di "riscaldamento" dei muscoli prima che da sabato salgano i patiti dello sci per il lungo ponte di Sant’Ambrogio. Dalla pigra silenziosità del borgo alpino in qualche ora passeremo alla baraonda cittadina, con le file di macchine che cercano un parcheggio ultracomodo, i clacson che danno sui nervi, gli antifurti che scattano al passaggio di una nuvola per traverso, i vigili municipali che si sbracciano e soffiano ininterrottamente nei fischietti.
Per domenica è prevista altra neve. Passeremo la notte con nelle orecchie il clangore delle pale dei mezzi sgombraneve che vanno su e giù per le vie e le piazze, con i loro bip-bip delle retromarce. E speriamo che sia neve, perché se la temperatura si alza dovrò sistemare le ultime luci degli alberi di Natale sotto l’acqua, bagagnandomi fin dentro le mutande.
Lo so che c’è anche di peggio nella vita. Un piccolo assaggio l’ho avuto stasera, dopo una giornata filata via liscia, troppo liscia: praticamente ultimata la linea di preparazioni, sono venuti i fornitori di vini e bevande a fare il pieno, è arrivato il nuovo POS della banca (cordless, finalmente!), domani verrano a riempire la cisterna di gasolio. Tutto ok. Fino a stasera, quando è partita la pompa del bruciatore. Per fortuna che il tecnico è abituato alle chiamate serali e si è precipitato a riparare l’impianto.
Beh, signori, l’inverno è arrivato, per quattro mesi sarà così.
C’è chi, come gli americani, si fa centinaia di chilometri per andare ad ammirare il foliage nel New England. E c’è chi, come chi scrive, che ce l’ha sotto casa.
Pasolini disse che l’abito non faceva più il monaco, osservando la classe operaia vestirsi come la borghesia. Diciamo che l’ambiente fa ancora il monaco: al mare è difficile abbigliarsi con il parka, come in montagna pare sia obbligatoria la mise da scalatore tedesco.
Se una volta per le passeggiate era sufficiente un paio di jeans e di scarpette da ginnastica, quest’estate imperavano dalle mie parti le pedule con calzino corto – german style, appunto – anche per andare a fare la spesa al supermercato o a visitare la chiesa cinquecentesca. Obbligatori i pantaloni nelle varie misure: sopra il ginocchio per gli pseudo scalatori, alla pinocchio anche per gli over 50, bianchi ed attilatissimi per le signore (possibilmente con filo interdentale sotto, indipendentemente dall’accumulo di cellulite posseduto). Il tutto corredato da canotta per le femmine e t-shirt con le scritte più improbabili per i maschi, nonché zainetto o marsupio dove riporre i telefonini.
Il look montano si trasformava però dopo le nove di sera. Anche per un banale karaoke in piazza le brave signore hanno tirato fuori dalle valigie l’abito lungo e lo scialle, non si sa mai che ci sia un po’ di venticello.
A proposito di pantaloni corti, quest’anno non abbiamo visto le squadriglie di scout e guide con i loro variopinti fazzoletti al collo – avranno scelto altre vallate per i loro campi estivi – né quei pochi distinti signori con l’elegantissimo panama. Cambiano i tempi, e c’era molta difficoltà a distinguere tra italiani e albanesi vestiti a festa.
Scelto l’abito più adatto, vedi sopra, si trattava di come passare le giornate perchè in montagna – a differenza del mare, dove ti sdrai sulla sabbia e non ti muovi più per sei sette ore – nessuno pensa che è già rigenerante stendersi sotto gli alberi o lungo il fiume senza far niente.
Si comincia allora alle 9 e mezza di mattina a fare la passeggiatina in paese o, per dirla meglio, dall’albergo alla panchina della piazza del paese, aspettando che arrivi mezzogiorno per sfollare in massa in direzione inversa, dalla panchina all’albergo.
Sotto il sole cocente delle 2 si vede solo qualche sparuto gruppo di ciclisti o motociclisti, e gli intellettual-digiunatori, quelli cioè che rinunciano al pranzo per ammirare i pinnacoli o il portone della chiesa arcipretale.
Fino alle cinque si può riposare in relativa tranquillità, quando si riversano nuovamente in piazza le orde urlanti dei bambini. E’ il momento delle vasche: tutti su e giù, a piedi o in macchina (meglio non perdere le sacrosante abitudini cittadine), senza una meta precisa, neanche per un aperitivo.
Puntualissimi, ai tre squilli di tromba delle 19.15 tutti di corsa di nuovo in albergo per la cena. E’ il momento per gli organizzatori di sistemare le sedie in piazza per la manifestazione della sera, concerto della band o del coro che sia.
Fra dieci giorni tutto questo sarà finito, improvvisamente come è cominciato.
Chi è e come si atteggia il turista montanaro? Esiste un identikit di chi decide di passare le ferie agostane tra i monti?
Diciamo subito che non tutti sono riconducibili ad una sola categoria, ma alcune caratteristiche sono comuni a grandi fascie di villeggianti, come si definivano una volta quando esistevano ancora le colonie ed avevamo tutti la nostra bella divisa con tanto di berrettino, uguale per tutti. Nelle rare uscite dal mio bunker mi sono divertito ad osservare la fauna circolante e la prima cosa che colpisce sono le tre grandi categorie – con rispettivi parenti o accompagnatori – di anziani, di cani e di bambini tra i meno quattro mesi e i più 4-5 anni.
Degli anziani ti accorgi anche senza vederli per il profumo di borotalco di cui è impregnata l’aria: antica abitudine cosmetica o esigenza di coprire altri odori riconducibili, per esempio, ai pannoloni? Chi lo può dire.
Sarà l’abbigliamento ridotto, ma sembra che le gravidanze scoppino solo d’estate: panciottine, panciottone, pancioni, coperti ma soprattutto – seguendo una moda molto discutibile – scoperti, tutte le future mamme sembrano darsi appuntamento in montagna per gli ultimi mesi di gravidanza. Ci sono anche le pance non ingravidate e per distinguerle bisogna tentare di dare un’età alle portatrici: se hanno meno di 17 o più di 50 anni quasi sicuramente si tratta di adipe, non di figliolanza in arrivo.
Mamme in attesa, ma anche neo mamme, primipare o pluripare. Le prime sono quelle con il bimbo in braccio e marito al seguito con il passeggino vuoto, le seconde hanno sempre il bebè in braccio, ma l’uomo le accompagna con il passeggino carico.
Ho detto marito, ma il termine è impreciso: diciamo presunto marito, perché si sono viste tante unioni di fatto (a proposito, auguri al mio amico Stefano), neo separati (che figura a chiedere dopo un anno: tua moglie come sta?) e amanti, riconoscibili per la differenza d’età e la mano di lui sul lato B di lei all’uscita dal ristorante.
Nonostante il genere umano stia progressivamente migliorando sotto l’aspetto fisico-estetico (dare un’occhiata ai mondiali di atletica per rendersene conto), il turista della montagna estiva ogni anno si imbruttisce sempre di più. Che sia vera la leggenda metropolitana che afferma che al casello autostradale d’uscita rimandano indietro i belli e lasciano passare gli altri?
O forse siamo troppo abituati a vedere in tv liposuzioni, siliconi e botulini a gogò che la realtà quotidiana ci appare imbruttita sotto il sole implacabile d’agosto.
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