Posted on
gennaio 28, 2010 by
Maurice
Questa potrebbe essere l’ultima notte per il mio gatto, domani decideremo per la sua eutanasia dopo aver sentito la veterinaria. Non è una decisione facile.
E’ vero che all’ultima visita ci ha in un certo senso sollevato dicendo che la sua fine sarà indolore, perché la malattia lo porterà lentamente dal sopore al sonno, al coma e quindi alla morte. Non soffrirà, ma pensare di vederlo aggirarsi per casa ancora per qualche settimana, forse, con quell’aria stranita e lo sguardo assente, ridotto a sole ossa e pelo, e rifiutare il cibo e bere ogni tanto un po’ di latte o di acqua dal rubinetto, senza nemmeno la voglia di essere grattato dietro le orecchie o sotto il mento, è uno strazio.
Era nato da poche settimane – quindici anni fa esatti – quando portai mia figlia dall’uscita della scuola elementare dentro il negozio di animali. All’inizio volevamo un cane, ma la madre non era rimasta incinta; poi, riflettendo meglio sui nostri impegni di lavoro e sulle necessità che ha un cane, avevamo dirottato la nostra attenzione su un gatto: più indipendente, casalingo, per nulla esigente in fatto di passeggiate e necessità fisiologiche varie. Fatta la scelta, avevamo pensato ad una femmina, meno irrequieta e più amabile rispetto ai maschi, dicevano i libri consultati.
La nidiata di gattini disponibile nel negozio era tutta al femminile: bianche, nere, a chiazze bianche e nere, con la sola eccezione di un maschietto dal lungo pelo fulvo e bianco ed una macchia nera sulla zampina. Quando mia figlia li vide sgranò gli occhi dalla contentezza. La invitai a sceglierne uno, ma fra una dozzina come si fa a prenderne uno solo, e con quale criterio? Spiegai alla proprietaria che volevamo un gattino affettuoso, coccolone, tranquillo; senza indugi prese l’unico maschio della cesta, il rosso, e lo mise tra le mani della bimba.
Fu un amore a prima vista, nostro verso quel batuffolo di pelo lungo, e viceversa. Se lo mise delicatamente dentro il cappottino ed uscimmo.
Nella cucina del ristorante mia moglie fece le sue rimostranze di rito, ma anche per lei fu subito attrazione fatale.
La mia piccola non ci mise molto a trovargli il nome che non poteva che essere quello di un aristogatto, Matisse, un gatto geneticamente speciale (raramente i maschi sono tricolori) che ci ha distrutto i divani, rifiutato le leccornie che portavamo dal ristorante per i banali prodotti industriali, ma che ci ha accompagnato in questi lunghi quindic’anni.
Anche per lui è arrivata l’ora di partire. Non mi vergogno a confessare che mi viene il groppo alla gola. Ciao, Mati.
Tags: doloremalattiamorte
Category
Cazzeggiamenti
Posted on
gennaio 25, 2010 by
Maurice

Ci sono situazioni in cui qualsiasi parola io cerchi di usare mi sembra una banalità. Una banalità che non esprime quello che sento dentro, il dolore che ho dentro. Un dolore che è esterno a chi lo sta vivendo dall’interno.
Inutile chiedersi perché. La risposta, se c’è, è sempre di parte. Io credo una cosa: lei c’è, ancora, libera ormai dalla gabbia fisica così a lungo provata.
Non ti ho mai conosciuta di persona, ma ero vicino alla tua mamma, e quindi ero vicino anche a te. Ci conosceremo di persona, non dubitare. Aspetta che finisca anche il nostro tempo.
Tags: doloremorte
Category
Temps perdu
Posted on
novembre 05, 2009 by
Maurice
Giorni frenetici questi ultimi nei quali le cose più disparate si sono accavallate l’una sull’altra. Prima la notizia di un grave lutto che mi ha riportato a risentire persone che ho visto per l’ultima volta addirittura 45 anni fa, poi le esequie nella città della mia gioventù, con annessi incontri – anche qui – con luoghi, amici e parenti che non vedevo da 30-35 anni.
Ho avuto un attimo di smarrimento nel perdermi in strade che un tempo conoscevo come le linee delle mie mani: anche le città cambiano pelle, si trasformano come dei rettili ad ogni nuova stagione. Poi ritrovi la strada, ritornano gli accenti della lingua natale, torni indietro con gli anni, anzi i decenni, riaffiorano i ricordi più segreti che sono rimasti incastrati nelle pietre delle strade o nei mattoni delle case. Come un’antica amante abbandonata e dimenticata, che emerge dalla nebbia del passato e porta con sè visioni, odori, suoni, sensazioni nuove, ma che dentro ha ancora un legame che ti lega ancora indissolubilmente, oggi e fino alla fine dei giorni.
E le persone. Alcune portano irrimediabilmente il segno del passare del tempo: i capelli canuti, le spalle piegate dalla vita, il corpo che comincia a rimpicciolirsi, quasi a concentrarsi per l’ultimo sforzo del passare da questa ad un’altra vita. Altre invece sono rimaste tali e quali nello sguardo, nel sorriso, nel modo di porgersi.
Anche ieri ho avuto la conferma di una mia vecchia teoria: nella vita ci si incontra sempre due volte. Il prete che ha officiato le esequie è il Baloo che accolse me, piccolo VP di 8 anni, nel branco dei lupetti, lo stesso che molti anni dopo intervistai durante il mio percorso giornalistico.
Ho ascoltato attentamente le sue parole durante l’omelia, cercavo più che il conforto personale la conferma di come la chiesa, questa società tutta sia cambiata (in peggio) da allora. Ed invece ho ritrovato il mio saggio Baloo, le stesse parole di forza, la stessa fede, addirittura lo stesso tono di voce. Se una fortuna ho avuto nella vita, è l’aver incontrato dei preti che mi hanno dato moltissimo, come uomini prima che come cristiani.
Lasciate le mie radici mentre il sole tramontava in un tripudio vermiglio all’orizzonte – come si vede da quelle parti forse quattro o cinque volte in un anno intero – mi sono ritrovato stamani con i primi fiocchi di neve che annunciavano che l’inverno è qui: ieri era il passato, letteralmente sepolto, oggi è la realtà, la vita dietro ai fuochi della cucina, aspettando che domani la gente venga a sfamarsi o a dilettarsi con il cibo.
L’ultimo servizio a mezzogiorno, prima di chiudere, fare le pulizie e le valigie, prendere l’aereo e lasciare il lavoro ed il freddo alle spalle. Mi gira la testa.
Tags: mortepretiscout
Category
Temps perdu