Senza dubbio, la classe più competente, e la meno servile, è quella dei cuochi. (George Orwell)

Bistrot Chez Maurice



Ritorna la moda stile ‘800 0

Posted on settembre 01, 2010 by Maurice

Per sua ammissione Barack Obama non è Harry Potter, e ci mancherebbe altro. Al limite potrebbe essere san Giorgio contro il drago. Un uomo solo contro un intero sistema Marxche sta riportando il mondo agli albori del capitalismo, condito con altri termini – "non più guerra operai-padrone" ha detto Marchionne – ma la sostanza non cambia.
La bolla immobiliare americana ha prima arricchito pochi speculatori, poi ha mandato sulla strada milioni di famiglie e di lavoratori, irraggiando la crisi in tutto il mondo. Un giovane su quattro in Italia oggi non ha lavoro e vanno ad infoltire l’esercito di 15,8 milioni disoccupati dell’area euro; a questi si aggiungano gli altri milioni di stranieri – regolari o meno – ed abbiamo una massa di forza lavoro, come la chiamava il barbuto Carletto, disponibile ad essere sfruttata in salario e diritti (Fiat docet) per un tozzo di pane.
Si ricomincia da zero o, se preferite, dal 1800. Vale la pena andare a rileggersi il Capitale.

Comunista sarà lei, parola di squalo 1

Posted on maggio 07, 2010 by Maurice

La parola che più piace alla destra, da Washington a Roma, è "comunista", e ci vorrebbe Freud per dare un’interpretazione psicanalitica del perché questa parola sia intesa come la massima offesa con cui bollare l’avversario. Comunista è chi non la pensa come la destra ufficiale, tanto che perfino il presidente della Camera Gianfranco Fini è diventato "compagno" per il solo fatto di non voler obbedire agli ordini del Capo cofondatore del partito. Da questo punto di vista il comunista è colui che si chiama fuori dal pensiero imposto, chi ragiona con la sua testa e che ha il coraggio di manifestare il proprio dissenso: non mi sembra affatto un’offesa, ma anzi un valore aggiunto.
Grande DepressioneDa noi comunisti sono tutti gli altri, non allineati e alleati contro il governo ed il suo capo; negli Stati Uniti comunista è addirittura il presidente Obama, reo di aver toccato con la sua riformetta sanitaria i santuari del profitto capitalistico come le compagnie di assicurazione e le case farmaceutiche. Se dovesse veramente rifare le regole di Wall Street e dell’alta finanza, non sappiamo quali epiteti saranno scagliati contro di lui.

Penso che tutti, anche a destra, concordino con il fatto che lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria americana – con conseguente crisi mondiale – non sia stata causata da un complotto comunista, ma sia stata un’implosione del sistema capitalistico basato, come ebbe a dire Benedetto XVI, sull’avidità di pochi. Senza andare tanto lontano, tutto è cominciato con la deregulation reaganiana, quando la destra americana diede via libera allo sciaccallaggio selvaggio, perché di questo si è trattato.
Gli "esperti" liberali giurano che solo il libero mercato è capace di autoregolarsi, espellendo dal mercato stesso le aziende che non meritano di starci e premiando solo quelle che rispondono ai canoni d’impresa. Così "giustamente" il mercato ha fatto piazza pulita di colossi come la Pan Am (ve la ricordate?) e tante altre compagnie aeree considerate fuori mercato, per arrivare alla fusione di questi giorni di United e Continental, sopravvissute alla mattanza e certamente esempi tutt’altro che fulgidi di servizio orientato al mercato (altro bello slogan di lor signori).
Più di quarant’anni fa – prima ancora di Reagan, quindi in tempi non sospetti – nella Populorum Progressio Paolo VI andava

"Al di là del liberalismo. Ciò significa che la legge del libero scambio non è più in grado di reggere da sola le relazioni internazionali. I suoi vantaggi sono certo evidenti quando i contraenti si trovino in condizioni di potenza economica non troppo disparate: allora è uno stimolo al progresso e una ricompensa agli sforzi compiuti. Si spiega quindi come i paesi industrialmente sviluppati siano portati a vedervi una legge di giustizia. La cosa cambia, però, quando le condizioni siano divenute troppo disuguali da paese a paese: i prezzi che si formano "liberamente" sul mercato possono, allora, condurre a risultati iniqui. Giova riconoscerlo: è il principio fondamentale del liberalismo come regola degli scambi commerciali che viene qui messo in causa" (il grassetto è dell’Autore).

E’ falso, quindi, che il mercato si autoregola, nel senso che premia i bravi e punisce i cattivi: restano sul mercato solo gli squali, molto spesso i delinquenti, e dietro all’americano "good for you" si cela solo il più bieco egoismo che passa sopra gli individui, le carriere, i problemi delle persone e delle famiglie, i sentimenti.

Portare una critica a questo sistema immondo, prima che avulso da qualsiasi legge matematica (infatti l’economia non è una scienza), è passare per comunisti. Rendersi conto che così non può più andare avanti, pena il collasso del pianeta intero sotto tutti i profili (economico, politico, ambientale, sociale, e gli esempi sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni) è considerato comunista.
E’ ora invece di porre delle regole precise, in ogni paese ed in tutto il mondo, a salvaguardia della legittima ricompensa per chi investe in capitale o in lavoro: non si tratta di portare l’economia sotto il controllo politico, ma di porre dei paletti al libero arbitrio. Perché una cosa è la libertà ed un’altra è il libero arbitrio (andarsi a vedere sant’Agostino per capire la differenza).
Sennò, continuando così e parafrasando Einstein, che sosteneva che la quarta guerra mondiale si combatterà con le clave, la prossima crisi finanziaria mondiale si concluderà con il baratto delle conchiglie. Meglio quindi pensarci prima e darci una regolata.

Zeru tituli 0

Posted on giugno 17, 2009 by Maurice

A naso, c’è qualcosa che non mi torna. Partito con un ”Great to see you, my friend”, leggendo gli scarni resoconti provenienti da oltre oceano mi pare che non ci sia nient’altro.
L’incontro del nostro premier con il presidente Usa mi pare sia riassunto tutto in quel "my friend", da non intendersi in senso bushiano (con annesse scorribande nel ranch texano), ma come formale sottolineatura di un rapporto di amicizia tra due paesi alleati da sempre, uno in posizione dominante, l’altro – il friend – obbligato ad accettare le richieste del "fammi un favore".
Non a caso è finito con le parole di Silvio (”Sarei molto contento di potermi augurare un rapporto personale amichevole e diretto con Obama. Saranno i fatti a dire. Credo che abbiamo ben cominciato”), intrise di speranza più che di presa d’atto di un rapporto tutto "pizza e ammore".

Obama con scaltrezza ha messo in saccoccia tutto quello che voleva: altre truppe in Afganistan, qualche detenuto da trasferire da Guantanamo alle patrie galere, e G8. Ufficialmente tutto qui, privatamente non è dato di sapere. Berlusconi, se voleva a tutti i costi fare il piacione con l’ospite americano, non poteva che accettare le richieste di collaborazione ("i nostri accordi bilaterali sono tra i piu’ forti del mondo").

Che la visione politica tra i due sia diametralmente opposta è stato detto tra le righe. Berlusconi ha sottolineato che la linea di Obama si basa su "posizioni non solo innovative e che guardano ad un diverso futuro, ma che sono concrete e di assoluto buon senso". Cioè l’esatto contrario della leadership del nostro, basata sulla restaurazione e la conservazione di privilegi personali.
Gli Stati Uniti non faranno da predellino su cui salire – e di cui il nostro ha estremamente bisogno per uscire "dall’accerchiamento" in cui è venuto a trovarsi di recente – in occasione del G8 dell’Aquila. Il cavaliere ha dovuto prendere realisticamente atto che ”non e’ pensabile che il G8 produca un corpo di regole e principi sulla crisi. Sara’ un primo passo, seguito dal G20 a Pittsburgh per arrivare a soluzioni condivise”. Una passerella, insomma, un passo obbligato che – è già scritto – non produrrà nulla di eclatante né di importante.

La freddezza dell’incontro ha trovato riscontro nella stampa italiana più attenta. Quella padronale, compresi i tg, l’hanno trattata come l’ultima sfilata di moda di Dolce & Gabbana, cioè pressoché nulla. Tale mancanza di enfasi è la cartina tornasole di quanto siano distanti le posizioni di qua e di là dell’Atlantico su tutti i temi.
Se l’imbonitore televisivo Berlusconi pensava di tornare a casa con un bel pacchetto di contratti da esibire ad amici e nemici, nel sacco ha solo le pive. Niente di niente. O meglio, una certezza c’è: con Obama non si scherza.
E’ possibile che qualche "scossone" venga proprio da lui (e Murdoch)? Forse che sì, ma anche forse che no, perché gli Usa hanno dimostrato a chiare lettere che l’Italietta non conta un fico secco.

Alla c.a. del Presidente Obama 1

Posted on giugno 15, 2009 by Maurice

Egregio signor Presidente Barack Obama,

domani mattina lei inconterà alla Casa Bianca il nostro presidente del consiglio. La prego di trattarlo con rispetto, vista la veneranda età, e di non far caso se si metterà a cantare O Sole mio: è malato, come afferma sua ex moglie (a proposito, tenga alla larga le stagiste e le sue collaboratrici femminili, specie se minorenni, non si sa mai).

Non faccia caso a quello che dirà, anzi si ricordi che è tutto il contrario di quello che dice. Noi in Italia ci siamo abituati. Non gli creda, neanche se lo giura sulla testa dei suoi figli.
Se dice che non è amico intimo di Putin o di Gheddafi, che si tratta solo di relazioni politiche, non gli creda: come si dice qui, tutti sanno che è culo e camicia con i personaggi più controversi (non a caso prende così tanti voti al nostro Sud). A noi non stupirebbe se da Washington prendesse un volo diretto per Teheran, per andare a fare i complimenti ad Achmadinejad.

Sappia, signor Presidente, se i suoi servizi non l’hanno informata a dovere, che lui è padrone di tre canali televisivi, ne controlla altri due per legge ed ha stretto amicizia con il proprietario di un sesto canale. Se noi italiani vogliamo sapere qualcosa di non controllato da lui abbiamo a disposizione una sola televisione, ed un solo giornale, in quanto tutti gli altri sono suoi o a lui ossequienti.

Lui non gradisce chi ha la pelle abbronzata o nera o gialla; detesta i giudici, i processi e qualsiasi inchiesta a suo carico. Chiunque accenna anche solo a criticarlo, lo ricordi signor Presidente, è un sovversivo e fa parte di quel complotto internazionale che lo vuole colpire, con a capo Lei ed il sig. Murdoc.

A discapito delle apparenze e dei numeri, non ha alcun potere nel suo governo. Se vuole trattare con chi veramente comanda in Italia si rivolga al sig. Umberto Bossi; in caso di impedimento può parlare anche con il sig. Roberto Maroni o il sig. Roberto Calderoli. Li potrà trovare tutti attorniati da squadracce in camicia verde (sono come quelle che voi americani avete combattuto qui ai tempi di Mussolini, solo che hanno cambiato colore).

Non gli faccia promesse e stia bene attento a quello che firma: potrebbe ritrovarsi con una fornitura di prosciutti o un materasso in lattice da pagare con versamento alle Bahamas o alle Cayman.

Con rispetto.

Corriere? Sveglia! 0

Posted on giugno 07, 2009 by Maurice

Al Corriere qualcuno li ha avvertiti che da qualche mese le cose sono cambiate in America?

Ora capisco come mai il primo quotidiano nazionale da un po’ di tempo sia così distratto anche sui fatti di casa nostra.
O forse, attento a non far innervosire Papi (piaggeria o paura delle minacce?), per non fargli dispiacere gli ricorda che alla Casa Bianca incontrerà ancora l’amico George. I tempi sono cambiati nel mondo, anche se per via Solferino tutto rimane come prima.



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