Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0



Schiacciati dalle tasse e dalla burocrazia 0

Posted on novembre 19, 2010 by Maurice

Che l'Italia sia fra i paesi in Europa e nel mondo più tartassati dal fisco, senza un corrispettivo di servizi erogati dallo Stato, è cosa arci nota. E non occorre essere dipendenti per saperlo: fra tasse nazionali e locali e contributi sociali un'impresa italiana è oppressa per il 68,6%, contro il 44,2% della media europea ed il 47,8% di quella mondiale, secondo quanto emerge dallo studio "Paying Taxes 2011" realizzato dalla Banca Mondiale e dalla società di consulenza PwC (PricewaterhouseCoopers).
CaterpillarMa non basta. "Ogni azienda in Italia – afferma Repubblica -  impiega 285 ore l'anno per adempiere ai propri doveri fiscali, oltre 60 ore in più della media europea". E secondo me sono anche poche, tenendo conto di tutto il tempo perso – ad esempio – per leggere tutte le circolari che arrivano, per attaccare adesivi e cartelli obbligatori per legge, fare e disfare menu dentro e fuori, aggiornare manuali HACCP, seguire corsi di "aggiornamento" obbligatori, e via dicendo.
Ma non c'era un ministro per la semplificazione burocratica? Ed un altro per la riforma della Pubblica Amministrazione? A parte dedicarsi ad ameni passatempi, come le passeggiate con i maialini o il gioco dei piccoli piromani o gli slalom fra i tornelli, cosa hanno cambiato in sedici anni di governi del fare?
Prendiamo il caso di una persona che voglia aprire un ristorante. L'epocale cosiddetta riforma del commercio, introdotta dal DL 114 del 31 marzo 1998, ha cambiato ben poco: al posto della presentazione di una serie di documenti e di una richiesta di autorizzazione (la famosa licenza) oggi basta un'autocertificazione e una comunicazione al Comune, ma i requisiti rimangono gli stessi e devono essere documentati.

Siamo uno dei paesi al mondo con il più alto grado di inefficienza burocratica, e non è tutta colpa dei dipendenti, anzi la loro colpa è la minore, detto francamente.
La prima riforma da fare è l'informatizzazione di tutti i settori della PA, con la messa in rete di tutti in un grande network. Rimanendo nell'esempio del ristorante, uno porta l'autocertificazione in Comune che, seduta stante, si collega alla Camera di Commercio, alla cancelleria del Tribunale, alla scuola frequentata o all'ente che ha rilasciato l'attestato di frequenza al corso, e nel giro di qualche minuto l'impiegato ha sul suo computer tutti i certificati richiesti.
Lo stesso discorso può valere per l'ultima stazione dei Carabinieri, che può accedere in un attimo a tutto lo scibile su un individuo fermato o sospetto, o alla Sanità pubblica che (come in Trentino) mette a disposizione del medico curante vita-morte-miracoli di un paziente in tempo reale. Si potrebbe sapere – ad esempio – se un piemontese coinvolto in un incidente in Sicilia ha delle intolleranze, delle allergie ai farmaci, delle patologie in essere.
La seconda riforma, collegata alla prima, è l'archiviazione informatica di tutto il cartaceo. Pensiamo a quanto patrimonio edilizio lo Stato potrebbe recuperare e vendere, risanando qualche conto, svuotando archivi secolari che non verranno mai consultati.

Solo che per fare questo occorre che ci sia qualcuno al vertice che ci capisca qualcosa, che badi alla sostanza e non alla pubblicità del proprio ego, che pensi al bene pubblico e non alla propaganda di bottega.

La Gelmini sconfessa la Moratti 0

Posted on luglio 02, 2010 by Maurice

Senza citarla direttamente, il ministro dell’Istruzione boccia la ministra che l’ha preceduta stroncando la riforma universitaria che porta la sua firma. Non è che ci volesse molto a capire che il nuovo ordinamento universitario fa acqua da tutte le parti.
Erano sbagliati innanzitutto i presupposti. Siccome l’Italia tra tutti i paesi occidentali aveva il più alto differenziale tra giovani matricole e laureati, la Moratti – ed il governo Berlusconi di allora – pensò che bastava cambiare le regole del gioco per rimettersi al pari degli altri paesi (un po’ quello che sta succedendo in questi giorni con l’indebitamento statale: sì, siamo indebitati come stato, ma risparmiosi come famiglie).
LaureataA distanza di anni si è constatato che la situazione non è cambiata di molto. Chi prima si laureava in quattro anni, oggi – là dove è previsto il 3+2 – si laurea in cinque se può, oppure abbandona dopo il titolo triennale, con la conseguenza che il laureato di primo livello viene considerato un super diplomato o un quasi laureato, e chi raggiunge la specialistica ha in mano un pezzo di carta del valore della vecchia laurea quadriennale, ma con un anno di studi in più.
"La responsabilità – dice il professor Guido Fiegna, membro del Comitato nazionale valutazione sistema universitario — è in parte attribuibile alle università che non hanno ridisegnato i corsi, cambiando la sequenza delle discipline, i tempi e i modi di insegnamento". Può essere. Quello che hanno fatto bene gli atenei è stato riuscire a scatenare la fantasia, inaugurando corsi di laurea che non servivano ad una beata mazza, se non a far cassa con le tasse d’iscrizione e frequenza. Tant’è che molti di quei corsi col tempo sono stati soppressi perché i giovani, resisi conto dell’inutilità degli studi ai fini lavorativi, alla fine li hanno disertati.
Alla riforma Moratti è mancato il passo successivo: collegare la laurea triennale al lavoro, attraverso il riconoscimento legale dei titoli nuovi, attraverso l’equiparazione con vecchi titoli analoghi.
Prendiamo il caso di mia figlia, laureatasi con la triennale a Perugia in Tecniche erboristiche, corso di studi affascinante, dalle belle speranze, a metà strada tra Farmacia e Scienze forestali. Bene, una volta uscita ha verificato che neanche a livello pubblico esiste la figura del dottore erborista, e là dove sono previsti dei posti di lavoro, a tutt’oggi basta esibire un pezzo di carta attestante la frequenza di un qualsiasi corso Radio Elettra di qualche settimana. Nonostante la laurea, un dottore erborista non può vendere una tisana o una crema o un profumo o un liquore a base di erbe officinali di sua creazione, perché la legge – mai modificata – ne dà l’esclusiva ai farmacisti (potenza delle lobbies!).
La presa per i fondelli di tanti giovani si basava, ancora una volta, sullo stile americano della specializzazione, per cui un Nobel in medicina riuscì a dire delle castronate planetarie sul raffreddore, che neanche un nostro studente del secondo anno avrebbe mai detto.
Tutto sommato era meglio quando l’università italiana dava una forte base culturale, riconosciutaci nel mondo intero. Oggi  – come allora – la scuola è totalmente avulsa dal mondo del lavoro che non ha mai voluto rapportarsi con la scuola, ma in più i dottori di oggi di fatto non sono più riconosciuti come detentori di cultura. Però per la prima volta il governo ha fatto la "riforma".

Silvio, se ci sei batti un colpo 5

Posted on giugno 09, 2010 by Maurice

Dal 10 maggio 1994, primo giorno del suo primo incarico, ad oggi Silvio Berlusconi sta governando da oltre 7 anni e mezzo, tempo più che necessario per rivoltare una paese, tanto che i padri fondatori degli Stati Uniti pensarono a due mandati, in tutto otto anni, come massimo per ogni presidente. Ora che un capo del governo affermi che "La libertà è messa in dubbio tutti i giorni dall’oppressione fiscale tributaria" è quanto di più paradossale possa dire.
B si toccaDi sicuro In Italia la pressione fiscale non è poca cosa: dal 2008 (quando era pari al 42,8%) dovrebbe aumentare fino al 43,2% nel 2010, per poi calare al 42,9% nel 2013 (dati DPEF). Certo non è come in Slovacchia (29,2%), Lituania (29,3%), Romania (29,5%), Irlanda (29,8%), Lettonia (30,2%) ed Estonia (32,4%), ma neppure come in Danimarca (49,2%), Svezia (47,6), Belgio (45,9%), Francia (44,5%) o Austria (44,1%) dove a fronte di un notevole carico fiscale corrisponde però un forte intervento dello stato a favore dei cittadini in termini di benessere sociale.
Noi stiamo in mezzo e, come succede spesso, abbiamo il peggio dell’uno (tassazione alta) e dell’altro (mancanza di servizi). Ma, detto questo, dov’era Berlusconi negli oltre sette anni e mezzo dei suoi governi?
Abbassare le tasse è da sempre lo slogan dei governi di centro destra, in qualsiasi parte del mondo, un mantra che riempie la bocca di chi lo pronuncia e le teste di chi li vota. Poi, una volta al potere, il discorso è diverso: per un motivo o per l’altro le tasse o non vengono abbassate (trasferendo l’ingrato compito agli enti territoriali, come fu per l’Ici) o favorendo ristretti gruppi di amici (come per gli scudi fiscali e le tante sanatorie). Il più spudorato di tutti fu George W.Bush che abbassò di brutto le imposte sì, ma solo oltre una soglia altissima, cioè per la sua cricca.
Ora sembra che negli ultimi quindic’anni al governo in Italia ci siano stati i marziani. Abbiamo avuto alternanze varie, ma vivaddio Berlusconi ha governato e sta governando da oltre sette anni e mezzo, per di più con una maggioranza bulgara. Ed allora dove sta il problema?
Giustamente nel pensare e nel dire comune quando si parla di Stato si intende governo, e viceversa, tanto le due entità sono connesse. Non esiste che con la destra il cavaliere invochi una minor pressione fiscale, e con la sinistra continui imperterrito a mettere le mani nelle tasche degli italiani.
Il sospetto di molti è che sia lo stesso dell’Ungheria, al centro dell’attenzione finanziaria degli ultimi giorni: l’allarme sui conti pubblici magiari è stato un allarme reale, o solo perché il nuovo governo non sa che pesci pigliare? Una cosa è gridare al lupo, al lupo, altra cosa è avere le capacità e la voglia di respingere il lupo.

E' ora di fare le grandi pulizie di primavera 0

Posted on giugno 02, 2010 by Maurice

La parola d’ordine per superare la crisi è innovazione. Lo ha ricordato il governatore Draghi portando i numeri

secondo l’indagine periodica della Banca d’Italia, esse [le aziende che hanno ristrutturato] prevedono per il 2010 un aumento del fatturato superiore di 3 punti a quello di imprese simili non ristrutturate. Tra le imprese industriali con 50 e più addetti che hanno investito in ricerca e sviluppo nel triennio precedente la crisi, l’aumento previsto del fatturato è di oltre il 6 per cento.

Questo dato si collega al pensiero con cui mi sono svegliato stamani: ma siamo un paese che sta rinnovandosi, o è vero il contrario?
Obama cleanerPenso ai tempi in cui si stava peggio. La legge sul divorzio, sull’aborto, la riforma del diritto di famiglia, hanno segnato delle tappe fondamentali nella crescita civile e sociale – e di conseguenza anche economica – dell’Italia. Ora che si sta meglio o che comunque "ce la caveremo meglio degli altri", quali sono le grandi innovazioni?
Da vent’anni siamo tutti impegnati a battaglie di retroguardia, a cercare di salvare i diritti acquisiti e le conquiste date per certe. Non parlo solo del diritto al lavoro: un’intera generazione di giovani è ormai cresciuta conscia che non esiste terra ferma sotto i piedi. La precarietà del lavoro dell’artista di una volta è ormai una sensazione comune per tutti, come la ottantenne che ho visto da McDonald’s in America spazzare i tavoli e pulire i vetri, la fine che faremo tutti anche noi italiani.
I vari governi Berlusconi hanno saputo fare leggi che stanno riportando indietro il paese di un secolo, smantellando a piccoli colpi anche quel meraviglioso testo rivoluzionario che è la Costituzione. Stiamo lottando tutti per la libertà d’informazione contro una legge bavaglio, per uno stato laico che riconosca pari dignità a chi crede e a chi non crede, per il diritto di critica anche all’interno dei singoli partiti senza per questo essere espulsi, per la nobiltà della politica contro gli arraffoni, gli evasori, i furbetti ed i ladri in generale.
Siamo ancora ai fondamentali e ci arroghiamo il diritto di siedere al tavolo dei grandi.

Sento già le obiezioni: questi sono ragionamenti da disfattismo comunista, in fin dei conti siamo un paese meraviglioso con i nostri monti ed i nostri mari, le nostre opere d’arte secolari, il genio insito nel nostro DNA. Su quest’ultimo punto, senza essere comunisti e disfattisti, trovo difficile trovare una briciola dell’intelligenza divina in personaggi come Gasparri e Cota.
Eppure di brillanti intelligenze italiche ce ne sarebbero molte in giro, solo che – guarda caso – il loro pensiero innovativo lo hanno portato oltralpe od oltre oceano. Solo un caso, o la necessità di sopravvivere ad una paese che sta morendo di vecchiaia e di muffe cerebrali?
Per innovare l’Italia occorre per prima cosa pulire le stanze da tutto il marciume che si è depositato in questi anni, in primis questa classe dirigente, politica ed economica. Prima lo faremo, con le buone o con le cattive, prima ci risolleveremo. Ogni giorno lasciato passare impunemente è un giorno perso.

Quando non c'è possibilità di guarigione 3

Posted on aprile 12, 2010 by Maurice

Putroppo capita in molte famiglie di dover fare i conti con un caro costretto per l’età, una malattia o un tragico incidente ad una vita vegetativa ed augurarsi – per il bene suo e dei familiari che lo assistono – che il Padreterno lo accolga quanto prima fra le sue braccia. Chi metterebbe in dubbio l’amore di un genitore verso un figlio, o viceversa, in simili condizioni? Anzi, è proprio per amore che ci si augura la soluzione estrema, per porre fine ad un’esistenza di dolore.
StainoNon capita tutti i giorni, per fortuna, che una nazione venga decapitata nei suoi vertici istituzionali per un incidente aereo. Il Tupolev che portava mezzo esecutivo polacco e che è stato cancellato dal destino con un sol colpo di penna, ha lasciato tutti sbigottiti. Negli Stati Uniti, onde evitare simili evenienze, è consuetudine che sull’Air One voli solo il Presidente. Ma, non tutti i paesi sono gli USA.
Dopo il primo pensiero di dolore per le vittime ed i loro familiari, in molti hanno fatto un pensierino sulla situazione italiana. Su Facebook qualcuno ha scritto "Tutte le fortune capitano sempre agli altri" ed un commento ha ribadito "Come mai l’abbiamo pensato in tanti?". Sergio Staino sull’Unità è stato uno dei tanti e nel suo stile ha dato voce – in questo caso tratto – ad un pensiero molto diffuso: "La solita storia, a chi tutto e a chi niente".
Quelli dell’"amore" si sono sentiti subiti offesi: ecco, i soliti dell’"odio" che augurano la morte alla premiata ditta B&B, non avendo altri mezzi con cui combattere.
Questione di punti di vista. Il partito dell’odio, a cui domenica si è aggiunta anche la Marcegaglia (della quale non sospettavamo le radici comuniste), vede un paese in gravi difficoltà ed una "governance" sorda, impegnata solo a difendere il proprio capo, con la prospettiva di un futuro se possibile ancora più nero. E’ normale che chi ha a cuore le sorti del malato auspichi la sua guarigione, è una questione d’amore, non di odio. L’odio, se così si può definire, è verso la schiera di medici che si disinteressano di chi soffre per i loro porci comodi ed interessi.
Come successe per il lancio della statuetta, ed ancor prima con il lancio del treppiede, gli interessati hanno subito puntato il dito verso l’opposizione che istiga all’odio; non gli è passato neppure per l’anticamera del cervello riflettere sulle cause che hanno portato a quegli atti inconsulti. Come quel marito cornuto che addossa tutte le colpe alla moglie e non si fa un serio esame di coscienza.
Quando non si vedono altre soluzioni, è male augurare ad un moribondo che la natura faccia il suo corso quanto più velocemente possibile?

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