Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0



Tassisti, banche e foglie di fico 0

Posted on gennaio 18, 2012 by Maurice

Sono patetici i tassisti in rivolta contro le minacciate liberalizzazioni. "Ho pagato 250 mila euro per la licenza, ed ora vogliono espropriarmela" è la lamentela più diffusa di questa casta politicamente ben posizionata ed organizzata, una sorta di foglia di fico dietro cui nascondere la propria nudità.
Ed allora? Domandate a qualsiasi salumiere o commerciante di bottoni o ristoratore quanto ha dovuto spendere per mettere su la propria attività. Già sotto questo profilo non ci sono proporzioni con chi ha come capitale solo una vettura, acquistata – oltretutto – con mutui a tasso agevolato o contributi a fondo perduto.

Ed una volta che il commerciante o l'esercente vendono l'attività (ammesso che ci riescano), quanto pensate che realizzino della loro licenza? Uno zero bello tondo, dal momento che le licenze da tempo sono state liberalizzate nel commercio ed il cosiddetto avviamento non conta più di una zucchina moscia.
Un tempo esisteva l'avviamento, appunto. Un commerciante poteva sempre vantare il giro di clientela fidelizzata, dimostrare come il proprio negozio o il proprio esercizio potesse contare su una rendita consolidata, frutto di anni e anni di lavoro e di rapporti interpersonali con il cliente. Eppure la liberalizzazione delle licenze commerciali ha cancellato con un colpo di spugna tutto questo (forse anche a ragione, visto che il rapporto di bottega era ed è basato su una stima reciproca).
Ma il tassista quale clientela fidelizzata può proporre? Se vado a Milano o a Roma in treno o in aereo userò poi il primo taxi che trovo libero, non cerco il Giuseppe o il Tonino che mi ha trasportato il mese o l'anno scorso, ammesso che io sappia il suo nome e che lui sia libero.

Il tassista nella sua protesta è nudo, come le banche dopo la crisi dei subprime.
In tempi in cui le banche comperano il denaro alla BCE all'1%, lo versano alla stessa BCE e chiedono l'8-9% ai clienti superfidati, anche i clienti si danno da fare per trovare la banca che dia loro una mano.
Lo ha detto chiaramente – e si sta dando da fare in questo senso – Fiorenza Mursia, dell'omonima casa editrice, ai microfoni di Myrta Merlino a L'aria che tira su La7. Non si può pretendere che l'economia riparta senza soldi: finché le banche non allenteranno i cordoni della borsa, attente più ai vari Basilea 3 e 4 che alle esigenze della propria clientela, ha un bel dire la cancelliera di rimettere i conti a posto.
Senza investimenti non ci sono entrate, se il reddito delle famiglie e delle imprese langue sempre di più, che senso ha presentare un bel bilancio, scritto bene, ma paurosamente in rosso alla voce Entrate?
E' venuto il momento che chi è in proprio si dia una mossa per organizzarsi. Su Facebook Fiorenza Mursia ha appena aperto una pagina, Io conto, che segnalo ed invito a condividere, non solo in maniera virtuale ma fattivamente, organizzandosi assieme agli altri perché l'aria cambi, ed al più presto. Abbiamo bisogno di ossigeno, non di foglie di fico.

La Magna Grecia arriva fino a Roma 0

Posted on maggio 06, 2010 by Maurice

Il primo ministro greco Giorgio Papandreou (socialista) ha accusato il precedente governo Karamanlis (centrodestra) di aver truccato i bilanci, e ne sono convinti 83 greci su cento. Da qui sarebbe partita la crisi che ha investito il paese ellenico (fosse solo questa la causa, almeno ci sarebbe qualcuno che paga nelle patrie galere).
PartenoneNon è una novità che ogni nuovo governo addossi al precedente misfatti e colpe di grane che non sa come risolvere: successe anche da noi con i presunti "buchi" di bilancio dei governi Prodi e Berlusconi. Sotto questo profilo tutto il mondo è paese. Si tratterebbe di vedere quanto corrisponde al vero e quanto è pura propaganda, ma non è questo che ci interessa.
Anche l’Italia partecipa al salvataggio della Grecia con 5,5 miliardi di euro e sarebbe interessante sapere da dove sbucano questi soldi, visto che il nostro governo ha tagliato i fondi su tutte le materie più importanti (scuola, ricerca, cultura…) senza affrontare una riduzione del carico fiscale, mai stato così alto.
Ma l’Italia è uno dei PIGS o PIIGS, quei paesi cioè – Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna – sotto la lente d’ingrandimento delle agenzie di rating, quelle che fanno il bello ed il cattivo tempo, attribuendo le stellette di solvenza o insolvenza ai vari Paesi. Secondo uno che se ne intende,

La posizione italiana, in questa crisi, è fatta di poche luci e molte ombre. Le luci derivano dal fatto che noi abbiamo uno squilibrio dei conti con l’estero complessivamente assai minore rispetto ai paesi oggi bersagliati dai mercati finanziari, ed abbiamo anche meno stock di debito estero, oltre ad un tasso di risparmio interno soddisfacente. Le ombre derivano dalla nostra storica incapacità a crescere. Il problema dei problemi, quello che sta rapidamente portando i nodi al pettine, è l’insufficiente crescita economica del dopo-crisi. Il Pil cresce meno del costo del debito, che rischia quindi di incamminarsi su una traiettoria esplosiva. Questo è il problema italiano, unitamente al fatto che l’andamento dei nostri costi unitari del lavoro appare sinistramente simile a quello dei paesi oggi al centro della crisi.

Ma l’Ocse non sembra dello stesso avviso: in una nota "rileva che la regolamentazione dei mercati di prodotti é oggi al livello di quella dei Paesi vicini, come la Germania, l’Austria e la Francia", grazie a "misure di riforma e liberalizzazione (introdotte dal governo precedente, NdA)" che sono state "portate a buon fine" e all’abrogazione di "un certo numero di disposizioni legislative inutili" e alle riforme che hanno "facilitato la creazione di imprese (sempre meno comunque di quelle che chiudono, NdA)". "Stimiamo – scrive ancora l’Ocse – che gli sforzi compiti per alleviare gli oneri amministrativi hanno permesso alle imprese (italiane) di risparmiare più di 4 miliardi all’anno", cosa di cui Confindustria non sembra molto convinta.
Difficile dire chi ha ragione. La sensazione epidermica è che qualcuno trucca le carte, sotto il Colosseo come sotto al Partenone.

La crisi? Roba per poveracci 0

Posted on aprile 30, 2010 by Maurice

L’ottimismo della ditta Berlusconi & Tremonti non attacca, nonostante le campagne propagandistiche sui TG: solo 12 italiani su 100 pensano che la crisi economica è passata. Forse è tempo di pensare a cambiare agenzia pubblicitaria.
Bikini2In questo sondaggio di SWG per Affaritaliani.it

"Buona parte (45%) sostiene infatti che la crisi è tuttora in corso e, anzi, molti (43%) sono dell’avviso che il peggio debba ancora venire"

Sempre secondo questo sondaggio

"La sensazione è che la gente sia fortemente in difficoltà e preoccupata, incerta su quello che sarà il proprio futuro e sulle economie che sarà costretta a fare per sopravvivere, la maggioranza infatti sostiene che nei prossimi mesi sarà costretta a tirare la cinghia e solo pochissimi (5%) credono che potranno riprendere a spendere come prima. Ed il disagio sembra non esser circoscritto alla propria situazione familiare, poiché quello che emerge è un vissuto di sfiducia in cui Governo ed istituzioni non sono stati capaci di trovare soluzioni in grado di arrestare la crisi, destinata di conseguenza a produrre un ulteriore e generale calo dei consumi, con tutto ciò che ne deriva". 

Colpa del governo quindi:

"E anche se il 40%, composto esclusivamente da elettori di centro destra sostiene che la dirigenza politica ha evitato il tracollo il 60% è dell’avviso che non abbia fatto nulla, o, ancor peggio, quando si è mossa abbia adottato provvedimenti addirittura dannosi".

 Ma chi è quel 12% che fa spallucce alla crisi? Credo che non ci siano dubbi che sono tutti quelli che con la crisi – e con le crisi in generale – si ingrassano, quelli che ne approfittano per alzare i prezzi, per "delocalizzare" la produzione, che altro non vuol dire che licenziare i dipendenti, chiudere le fabbriche per riaprirle nell’est europeo, salvo mettere il bollino del Made in Italy sui prodotti in tutto e per tutto stranieri.
Sono quelli che comprano Gucci e Versace, e poi fanno le poveracce nei negozi di scambio delle borsette in coccodrillo e dei "vestitini" in seta. Quelli che hanno deciso di disertare i ristoranti stellati per le trattorie fuori porta, non perché sono venuti meno i contanti, ma perché è più saggio e chic non esibire i milioni portati all’estero. Quelli che vogliono fuori dai piedi tutti quelli di colore diverso, ma che sono anche disponibili ad accettarli se non chiedono più di 2 euro all’ora, ovviamente in nero. Quelli che disprezzano la scuola pubblica e tagliano i fondi alla ricerca, ma mandano i figli dai Salesiani o dalle Orsoline. Quelli che si riempono la bocca di prodotti italiani, ma viaggiano in Suv BMW e Mercedes. Quelli che inneggiano alla sana moralità del popolo, ma consumano coca ed escort come fossero pane e Nutella.
Insomma, i soliti noti, ignoti solo alle Agenzie delle Entrate.

Resistere, ma fino a quando? 42

Posted on gennaio 20, 2010 by Maurice

La signora mi scuserà, ma fino a stamani, quando è apparsa sugli schermi di Rai3 a Cominciamo Bene (il video sarà disponibile nei prossimi giorni), non avevo neanche mai sentito nominare Giuseppina Virgili. Non è una sconosciuta se Google dà oltre 120 mila voci per lei, ed esistono un gruppo di solidarietà su Facebook, un blog ed un sito che raccoglie le Imprese che resistono, come la sua.
Molti ne hanno parlano – fra gli altri qui, qui e l’Espresso qui – e c’è anche un programma per questo movimento al quale possono aderire tutte le piccole e medie aziende che hanno problemi nell’attuale crisi.
Bastano due soli numeri per capire la drammaticità della situazione:

  • sono 1608 i piccoli imprenditori del nordest che dall’inizio della crisi si sono tolti la vita, l’ultimo buttandosi sotto il treno della Venezia-Trento
  • sono 30 le aziende che ogni giorno chiudono in Italia.

Mendicante 1Se i lavoratori dipendenti hanno al loro fianco le organizzazioni sindacali che li tutelano, e se le grandi aziende hanno voce in capitolo in Confindustria, quell’esercito di micro imprese che lavorano nei diversi settori sono gli "invisibili", come ormai sono definiti. Neppure le cosiddette organizzazioni di categoria, Confcommercio in testa, si preoccupano di loro e li hanno da tempo abbandonati, salvo farsi vivi quando c’è da perorare il voto per qualche candidato locale.
Sono quelli che se chiudono non lasciano traccia se non nei libri contabili delle banche e dei fornitori, dell’Agenzia delle Entrate e – spesso – nei libretti neri degli usurai. Sono quelli che una volta venivano additati come l’ossatura portante della nostra economia, quelli che non ricevevano sussidi di nessun tipo dallo Stato, ma che facevano tanto comodo allo Stato per le sue statistiche ed il poderoso prelievo fiscale.
Anche la stampa comincia ad interessarsi di loro non più come evasori fiscali tout court, ma come entità economiche che stanno lottando a denti stretti per tener aperta la saracinesca ogni santa mattina, sperando che succeda qualcosa per raddrizzare la barca.
Sono aziende che occupano spesso marito, moglie, uno o più figli, uno o più dipendenti, nate di recente su un progetto di vita o in tempi passati, con generazioni laboriose che hanno mantenuto famiglie ed economie.
Fino ad ieri i problemi venivano lavati in casa perché la dignità e l’orgoglio di queste persone non permettevano di esternare la loro difficile situazione. Oggi, finalmente, hanno preso coscienza che la loro è una condizione condivisa dalla grande maggioranza delle imprese, che la banca che rifiuta loro credito lo rifiuta anche a centinaia e migliaia di altri "invisibili", che non basta sorridere perché i conti tornino in attivo.
Non c’è ricetta magica che li possa salvare, non c’è innovazione, liberalizzazione o globalizzazione che ridia loro speranza. L’unica cosa che vogliono è tornare a lavorare, per pagarsi i debiti e vivere. Non possono più aspettare.

Adesso arriva l'onda 0

Posted on dicembre 09, 2009 by Maurice

Ecco alcuni titoli di siti d’informazione Affogare 1di questi giorni, con doveroso link:

  • Crisi: chiusure record per bar e ristoranti nel 2009
  • Crisi, fallimenti cresciuti del 40% – "A Natale aumenta il rischio usura"
  • La Tour d’Argent svuota la cantina
  • Al 50%… Godiamoci la crisi!

Ma la crisi non era alle spalle? O forse i padroni dei ristoranti non hanno quel senso dell’humor che fa vedere rosa anche i conti in rosso?
All’inizio fu la crisi finanziaria che colpì le banche ed il mercato immobiliare americano; poi fu la crisi delle banche di tutto il mondo, alla fine l’onda arrivò a tutti gli altri che erano immersi nella melma fino al mento, i più bassi morirono soffocati, qualcuno si salvò saltando in alto, i più alti al momento se la cavarono.
Alcuni, i più forti e quelli dalla voce più tonante, riuscirono ad avere dai governi maggiormente sensibili un salvagente per galleggiare, quelli più disgraziati furono lasciati al loro destino. Tutti tagliarono sulle spese pur di risparmiare qualche centesimo, altri – vedi La Tour d’Argent – misero in piazza i gioielli di famiglia per incassare qualcosa e ripianare i bilanci.
La parola d’ordine di questi tempi – oltre al comico Ottimismo! – è stata innovazione. Ma cosa si può innovare in un ristorante? Andiamo per ordine. Si potrebbero cambiare l’arredamento, le attrezzature di cucina o di sala, ma occorrono soldini, e se non ci sono si fa con lo strumento di Faenza – come diceva un mio chef – cioè si fa senza, cioè non si fa.
Si potrebbe cambiare nel personale, ma di questi tempi si fa fatica a tenere quello che già si ha, figurarsi prenderne di nuovo. Si potrebbe riqualificarlo, ma spesso è più facile cambiare gli uomini che la testa degli uomini. Punto e a capo.
Per far da mangiare la menata è sempre quella. Sì, si potrebbe ricorrere alla cucina molecolare – che è la vera ed unica innovazione da qualche migliaio di anni a questa parte – ma se la passano poi così bene i colleghi molecolari? Ed è una strada percorribile per tutti? Ho qualche dubbio.
Tutto il resto è acqua calda. Cambiare il menu: lo facciamo già ad ogni stagione. Cambiare target? Ma per acquisire nuova clientela senza perdere la vecchia passa molto tempo. Servizi al cliente? Mi pare che tutti si siano già inventato tutto. Qualità? Sta alla base di ogni ristorante serio.
In Francia, tanto per fare un esempio di centrodestra, Monsieur Sarkozy fra le altre cose (come il rimborso di metà delle spese di trasporto per andare al lavoro) ha dimezzato l’Iva della ristorazione. In cambio bistrot, brasserie e restaurant hanno dovuto fare investimenti: chi ha aperto un nuovo locale, chi ha fatto formazione, chi ha assunto.
Il patron dei ristoranti dove lavora la compagna di mio figlio ha reclutato per un anno un formatore di Alain Ducasse, mica del pizzicagnolo d’angolo. Investendo nella formazione dei suoi dipendenti ha ricambiato il favore del governo, migliora la qualità della sua offerta e quindi aumenterà i suoi profitti. E’ un motore che bisogna che qualcuno avvii, se si vuole farlo partire.
Ma di questo parleremo domani.

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