Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0



Dimmi come, e ti dirò chi sei 0

Posted on giugno 23, 2009 by Maurice

Domenica pomeriggio gli obblighi di padre mi hanno portato a fare una scampagnata alla Malpensa, una quasi no-stop di otto ore in auto tra andata e ritorno, con rientro a casa alle 3 di notte.
La dottoressa globe trotter mi aveva avvertito che il volo avrebbe avuto un’ora di ritardo; salta quindi il programma di andare a cena insieme dopo l’atterraggio, e decido di fermarmi a fare il pieno e di cenare in autogrill. L’obiettivo era il Pavesi di Verona, ma è dopo l’uscita per l’A4. Mi fermo allora al primo ristorante che trovo in direzione Milano.

Alle 7 sono il primo (e l’unico) cliente. So già che alla sera la lista prevede le rimanenze del mezzogiorno, ed un cuoco in autostrada è preparato – se non al peggio – quanto meno al passabile: certo non c’è il foie gras o l’anatra laccata, ma qualcosa di commestibile deve pur esserci.
Scelgo una classica lasagna al forno (in genere il collega la fa bene) che tiene comunque la cottura, e del baccalà al pomodoro con peperoni, dall’aspetto non invitanti, ma piuttosto che niente è meglio piuttosto.
In genere al primo boccone sento quante ore durerà la digestione, ma il cibo scende tranquillo: è probabile, come in effetti succederà, che la cena non abbia conseguenze. Va bene.

Non ho commensali con cui dialogare, al maxi schermo va in onda (Rai1) un qualche telefilm d’annata, inguardabile anche perché non è in digitale, ma in versione padana, con nebbiolina diffusa. Tra un boccone e l’altro mi guardo allora intorno con l’occhio critico dell’addetto ai lavori.
Il sole che sta tramontando mi colpisce direttamente le retine attraverso delle vetrate che non vedono un Vetril ed un Vileda da molte settimane. Sotto i tavoli – ripeto, sono il primo ed unico cliente serale – vi sono ancora i segni del passaggio dei passanti di mezzogiorno.
E’ già molto che ci siano delle tovaglie di carta, ma sulle tavolate non c’è una tovaglia allineata con l’altra (basta guardare le pieghe). I tavolini non sono paralleli, ma secondo una geometria pressapochista, come pure le sedie. Il bicchiere che ho preso è sbeccato.
Mi colpiscono una serie di foto pubblicitarie appese al soffitto, una sequenza che parte dalla semina del grano nei campi per arrivare al pane appena sfornato: un tentativo encomiabile di illustrare la genuinità dei prodotti somministrati. Bella anche l’idea delle vetrofanie in almeno dieci lingue (di cui due arabe), stile tag.
Ma alle pareti della sala non esistono immagini di sorta, e l’occho cade su una tinteggiatura che risale a molti anni fa, con annessi segni del passare del tempo, dei clienti e del personale di servizio.

E’ l’immagine dell’Italia di oggi: grandi proclami di imboccare la strada della qualità per uscire dalla crisi, ma che si perde poi sulle banalita o, meglio, sui fondamentali.
La pulizia, l’ordine e la cura sono alla base della ristorazione, il cibo viene dopo, per ultimo. E’ inutile lo sforzo di uno chef di produrre grandi piatti se prima il contesto lascia a desiderare.
Mi torna in mente il garçon dell’Hotel Riz di Parigi che, armato di ferro da stiro, passava tutti i tavoli per eliminare ogni piega dalle tovaglie. O anche i ragazzi che ho trovato nei locali americani, al tuo completo servizio, sempre con il sorriso sincero sulle labbra. Non credo che quei camerieri prendessero uno stipendio maggiore dei colleghi degli Hotel Miramare nostrani: cambia solo l’approccio professionale e mentale al proprio lavoro.
E’ l’immagine di un paese in lento ma inesorabile sfacelo, in cui l’impegno di alcuni viene vanificato dal menefreghismo dei molti, con una dirigenza impotente e senza valore.

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