Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0



Esiste una cucina politica? 0

Posted on ottobre 31, 2011 by Maurice

Complice il ritorno all'ora solare, vago sul web per far passare il tempo, approfondisco argomenti del giorno (prima), e mi capita di buttare l'occhio sulla foto Afp-Repubblica che pubblico qui: una brigata di chef patissier stanno preparando una torta chilometrica – patriottismo o sfida al Guiness dei primati? – per festeggiare la libertà libica. Se non fossi cuoco opterei per la seconda, ma essendolo il pensiero è un altro.
Chi esercita il commercio sa che dev'essere come un angelo asessuato, pronto ai desideri del militante padano piuttosto che al grillino. Prima di tutto viene il cassetto, poi se stessi e le proprie idee, anche se non mancano esempi clamorosi di business politici. Nel nostro campo ricordiamo ancora le bottiglie di vino con il Duce effigiato in etichetta, oppure i milioni di T-shirt vendute in tutto il mondo con la celebre immagine del Che con basco e stella rivoluzionaria.
L'esempio più recente, e più discusso, è di questi giorni, come ci informa il Corriere: la Weltbild, una delle più grandi case editrici tedesche, è posseduta al 100% dalla Curia che non pubblica solo Bibbie e Vangeli, ma ben 2500 libri erotici (Sesso per intenditori, Storie sporche o La puttana dell'avvocato), con copertine non troppo pudiche.

Tornando a noi, uno chef – come chiunque altro a servizio del pubblico – può avere ed esprimere le proprie idee di fede religiosa, politica, sportiva?
Se il pizzaiolo di Napoli quel giorno non avesse espresso la sua devozione politica alla regina d'Italia, il mondo non avrebbe mai avuto la pizza Margherita. I piatti che portano nomi di politici ce ne sono, basti pensare al celeberrimo filetto Bismarck, ma oggi l'accodiscendenza degli chef al potere non trova esempi analoghi e degni di citazione. Forse mancano i politici degni di essere immortalati in un piatto, o forse la classe politica moderna è talmente poco geniale – parlo di cucina, ovviamente – da non aver creato un briciolo di innovazione che meriti l'immortalità.

Se gli chef non si sbilanciano mai in giudizi politici – ma perché? – non dovrebbe essere difficile una loro collocazione. Un  Ferran Adrià con la sua rivoluzione non può non essere di sinistra, un Gualtiero Marchesi pure, anche se più moderatamente (o di recente berlusconiano?), come un Gianfranco Vissani, se non altro per la sua collocazione geografica.
Io non faccio mistero delle mie preferenze: lo scrivo su questo blog e ne parlo anche con i clienti, soprattutto con quelli che sento più affini a me. Non credo che questo pregiudichi nè la qualità del prodotto che esce dalla mia cucina, né il servizio che riserbo all'onorevole del PD o al sindaco del Pdl. Spero di trovare dall'altra parte un minimo di intelligenza (illusione?) che sappia scindere l'opera dal fabbricatore e dalle sue idee personali.
L'importante è il rispetto, reciproco.

La lezione di Mourinho, anche ai non interisti 0

Posted on maggio 25, 2010 by Maurice

Ritratto quello che ho detto. Josè Mourinho ha deciso veramente di andarsene. La sua toccata e fuga è durata solo due anni, sufficienti per fare l’Inter, quella squadra che Moratti ha assemblato a suon di milioni per anni, ma alla quale non era ancor riuscito a dare una fisionomia completa, come un puzzle mal assortito dove i pezzi non si incastravano l’un l’altro per farne un’immagine organica.
Mourinho 2Non ho mai amato Mourinho, per ovvi motivi di fede calcistica, ma non solo. Ora che se ne va mancherà anche a me, se non altro per gufargli contro.
I motivi veri li sa solo lui, ma dobbiamo credere a quello che ha detto, fino a prova contraria. Certo, fa pensare che un lavoratore portoghese venga in Italia a sistemare le cose per le quali è pagato, e che poi – prima ancora della scadenza del contratto di lavoro – se ne scappi perché, come ha detto, “non mi sento a casa, non sono allegro, non mi sento amato”.
La lezione che Mou ci lascia è almeno triplice.

Secondo il costume italico un leader se ne va solo a pedate nel sedere, e già è molto. Solo pochi hanno avuto nella storia recente il coraggio e l’onestà di lasciare la poltrona: Zaccagnini, Prodi, Veltroni, Scajola. Tutti dopo un rovescio, e non tutti addossandosi le colpe della sconfitta. Molti, troppi, rimangono nonostante il furor di popolo, gli insuccessi e l’inesorabile età avanzata.
Mou ha fatto la sua scelta al massimo della gloria, nel pieno della maturità giovanile, senza essere responsabile di alcunché di riprovevole.

Non solo, ma se n’è andato dopo aver concluso il suo lavoro, e positivamente. Ricorda, per questo aspetto, il primo Schumacher e pochi altri campioni. E’ la mentalità del vincitore, quella di chi sa di valere, di aver mostrato sul campo i risultati della propria condotta, pronto a ripetersi laddove sia chiamato a collaborare. Non è la mentalità del mercenario (anche se l’aspetto economico non è irrilevante) ma dell’eroe, del Garibaldi che passa la mano dopo aver compiuto l’impresa, senza "obbedisco" ma di sua spontanea volontà.

E c’è un terzo aspetto altrettanto importante che fa riflettere. Nelle sue peregrinazioni da un club all’altro è la prima volta che l’allenatore se ne va perché non si sente a casa sua. "Se davvero a Mourinho  – scrive Enrico Franceschini – non piacesse qualcosa dell’Italia, cosa ci sarebbe poi di tanto strano" ed aggiunge: "Uno che guarda l’Italia da fuori, come sono io,  può immaginare che a Mourinho l’Italia non piaccia anche per altre ragioni, per ragioni che possono sfuggire a chi in Italia ci vive da sempre".
No, non ci sfuggono queste ragioni, ed è per questo che molte braccia e molti cervelli giovani se ne vanno dal Belpaese. L’Italia è il bengodi solo per i disperati del terzo mondo: spesso per farsi strada nella vita, per un futuro meno nero, per realizzare un progetto è necessario andarsene. Personalmente ne so qualcosa, e condivido in pieno il proposito di mio figlio di non tornare più.

Il pelo nell'uovo 3

Posted on marzo 27, 2010 by Maurice

Approfitto del silenzio elettorale per tirare un profondo respiro e fare una parentesi negli argomenti trattati in questo blog. Per una volta lasciamo l’alta cucina e buttiamoci sul piccante, come su un piatto di penne all’arrabbiata. Partendo da lontano diciamo che

"gli Egizi si rasavano con creme a base di olio e miele. E non solo le donne: i sacerdoti, oltre a rasarsi i capelli, si depilavano in segno di rispetto verso le divinità. Corpi maschili depilati erano diffusi in Grecia (gli atleti) e a Roma: per le gambe usavano gusci di noce arroventati.
Ugualmente la pratica depilatoria è stata regolarmente adottata fra le varie popolazioni di cultura islamica. Fin dall’antichità classica, nei hamm?m, la pasta depilatoria più largamente diffusa è stata a lungo la cosiddetta n?ra, oggi sostituita da un impasto lavorato a caldo di succo di limone, zucchero e acqua.
Possono essere oggetto di depilazione tutte le parti del corpo eventualmente ricoperte di peli superflui o ritenuti tali. Tipicamente oggetto di depilazione sono, nell’uomo, oltre al volto, la zona pettorale e le gambe; nella donna, le ascelle, le gambe, le braccia, la c.d. "zona bikini" (ovvero l’inguine). Sempre più frequente è l’uso di depilare, parzialmente o integralmente, anche la zona del pube, sia nell’uomo che nella donna, prevalentemente come abitudine legata alla sessualità" (Wikipedia).

Personalmente mi sono depilato lì tre volte, la prima per l’appendicectomia, le altre due per le ernie inguinali ed onestamente non mi è piaciuta né la pratica né gli effetti estetici; capisco benissimo, quindi, le obiezioni femminili. Tutte le mattine però, nessuna esclusa, mi rado la barba: fa parte del rito quotidiano, come lavarmi i denti o farmi la doccia, non mi pesa, anzi mi mette in pace con me stesso e con gli altri.
30Per una donna è differente. Avevo un aiuto cuoco donna che era più pelosa di me ed ero a disagio io per lei: tirate su le maniche della giacca, per un uomo è normale mostrare un po’ di pelo, meno bello se è una donna ad ostentare due braccia da gorilla. Ma sono casi tutto sommato isolati.
In genere la depilazione femminile si limita a gambe e pube. I pantaloni sono un grande aiuto per coprire la pigrizia o l’avversione alla ceretta. Diverso è il discorso per il pube, zona non esposta se non in particolari situazioni.
Le tendenze sono molteplici. Ci sono quelle "acqua e sapone" o della serie "come mamma m’ha fatta", categoria imperante fino a non molti anni fa. Poi ci sono le "brasiliane" o della serie "come mamma mi ha fatta e come sono stata fino alla pubertà", le cultrici del dopobarba maschile sulla pelle come il culetto dei bambini. C’è poi una terza categoria che definirei delle "artiste", quelle che ne fanno una scultura di vario tipo: la linea sottile verticale, il cespuglietto simbolico, la freccia in giù, la freccia in su, la barba di tre giorni, e chi più ne ha più ne metta.
Mi piacerebbe che a finire questo post fossero gli amici o, meglio, le amiche: la zona bikini va depilata o no? il vostro/la vostra partner come vi preferisce? se vi depilate, come preferite averla? Un suggerimento: non è necessario che parliate di voi, potete sempre parlare di un’amica .

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