Esiste una cucina politica? 0
Complice il ritorno all'ora solare, vago sul web per far passare il tempo, approfondisco argomenti del giorno (prima), e mi capita di buttare l'occhio sulla foto Afp-Repubblica che pubblico qui: una brigata di chef patissier stanno preparando una torta chilometrica – patriottismo o sfida al Guiness dei primati? – per festeggiare la libertà libica. Se non fossi cuoco opterei per la seconda, ma essendolo il pensiero è un altro.
Chi esercita il commercio sa che dev'essere come un angelo asessuato, pronto ai desideri del militante padano piuttosto che al grillino. Prima di tutto viene il cassetto, poi se stessi e le proprie idee, anche se non mancano esempi clamorosi di business politici. Nel nostro campo ricordiamo ancora le bottiglie di vino con il Duce effigiato in etichetta, oppure i milioni di T-shirt vendute in tutto il mondo con la celebre immagine del Che con basco e stella rivoluzionaria.
L'esempio più recente, e più discusso, è di questi giorni, come ci informa il Corriere: la Weltbild, una delle più grandi case editrici tedesche, è posseduta al 100% dalla Curia che non pubblica solo Bibbie e Vangeli, ma ben 2500 libri erotici (Sesso per intenditori, Storie sporche o La puttana dell'avvocato), con copertine non troppo pudiche.
Tornando a noi, uno chef – come chiunque altro a servizio del pubblico – può avere ed esprimere le proprie idee di fede religiosa, politica, sportiva?
Se il pizzaiolo di Napoli quel giorno non avesse espresso la sua devozione politica alla regina d'Italia, il mondo non avrebbe mai avuto la pizza Margherita. I piatti che portano nomi di politici ce ne sono, basti pensare al celeberrimo filetto Bismarck, ma oggi l'accodiscendenza degli chef al potere non trova esempi analoghi e degni di citazione. Forse mancano i politici degni di essere immortalati in un piatto, o forse la classe politica moderna è talmente poco geniale – parlo di cucina, ovviamente – da non aver creato un briciolo di innovazione che meriti l'immortalità.
Se gli chef non si sbilanciano mai in giudizi politici – ma perché? – non dovrebbe essere difficile una loro collocazione. Un Ferran Adrià con la sua rivoluzione non può non essere di sinistra, un Gualtiero Marchesi pure, anche se più moderatamente (o di recente berlusconiano?), come un Gianfranco Vissani, se non altro per la sua collocazione geografica.
Io non faccio mistero delle mie preferenze: lo scrivo su questo blog e ne parlo anche con i clienti, soprattutto con quelli che sento più affini a me. Non credo che questo pregiudichi nè la qualità del prodotto che esce dalla mia cucina, né il servizio che riserbo all'onorevole del PD o al sindaco del Pdl. Spero di trovare dall'altra parte un minimo di intelligenza (illusione?) che sappia scindere l'opera dal fabbricatore e dalle sue idee personali.
L'importante è il rispetto, reciproco.


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