Un cuoco, una cucina, un mondo

Bistrot Chez Maurice 2.0



Come i moschettieri 5

Posted on gennaio 10, 2012 by Maurice

I miei figli mi dicono che sto diventando vecchio perché mi piace Extreme Makeover. Dicono che quando si diventa vecchi si diventa sentimentali. Se fosse per questo sono vecchio da molto tempo, perché mi commuovo a rivedere per la ventesima volta Message in the Bottle o a sentire l'Inno nazionale.
Però un po' hanno ragione.
Ho avuto la fortuna di avere tutta la famiglia riunita dopo molti anni per le festività appena passate.
Un giorno ci siamo trovati mio figlio ed io attorno ai fuochi della cucina, mentre in sala imperavano le donne di casa: moglie, figlia e quasi nuora. E' stato il giorno più importante di tutte le vacanze, come incasso ma anche per l'affiatamento dei e tra i reparti, la coordinazione, l'allegria, l'entusiasmo di tutti. In quel momento ho assaporato il sogno che vorrebbe ogni genitore: un'azienda dove lavorano le diverse generazioni, ognuno con il suo compito, come i moschettieri.
Ma è stato solo un sogno. La figliola ha già ripreso il suo tirocinio universitario, il figlio domani ripartirà per Parigi, con il suo carico di progetti per aprire il suo ristorante con la sua compagna in terra francese. A noi lasciano il magone. C'est la vie.

Se di vecchiaia vogliamo parlare, questa la possiamo misurare in altro modo.
Mio figlio mi ha portato un bel po' di idee e di ricette che ha sviluppato in questi anni. Lo invidio. Invidio il suo entusiasmo, quello che avevo anch'io fino a non molto tempo fa. Oggi, forse anche a causa della sberla che ho preso la notte di Natale, mi sento stanco. Dentro. Basta un attimo per non esserci più, per gettare al vento anni ed anni di lavoro e di progetti. E le prospettive del mondo esterno sono anguste, grigie.
Spero di tener duro fino a vederli realizzare i loro progetti, i loro sogni. In ogni caso qualcosina di me ci sarà comunque.
 

La cucina per l’anima 0

Posted on gennaio 06, 2011 by Maurice

Dopo un anno dalla sua uscita nelle sale italiane e su input delle care La Bella Addormentata e Meringa, mi sono gustato Soul Kitchen disteso sul divano con pistacchi, crackers, Cola e sigarette a portata di mano. Dio benedica chi ha inventato lo streaming.
Soul KitchenOvviamente lascio ad altri il racconto della trama, la critica, l'analisi, l'esegesi della pellicola; a me basta sapere che mi sono divertito, ed è già molto di questi tempi dominati da Saturno e Plutone in opposizione per tutto questo stramaledetto 2011.
Soul Kitchen è un sogno, il sogno di tutti gli chef: mandare affanculo tutti i clienti con la puzza sotto il naso e che non capiscono una mazza di cucina, sia quelli che vogliono il gazpacho caldo, sia quelli che non sanno distinguere una salsa rosa da un miscuglio di maionese e ketchup del supermercato. Entrambi rappresentano gli antipodi degli ospiti al ristorante, e nessun cuoco vorrebbe ai propri tavoli né gli uni né gli altri. Entrambi incarnano il peggior edonismo fatto solo di piacere per la carne, allo stesso modo del foraggio per le vacche, ma nessuna delizia per l'anima.
Ricordate Anton Ego, il critico gastronomico di Ratatouille? Ego rappresenta bene quello che uno chef vorrebbe come cliente, la persona che sa distinguere i sapori, apprezza anche un semplice piatto se fatto a regola d'arte, e ne trae delle emozioni prima per la mente che per il corpo. In questo senso le due pellicole, aldilà di tutte le differenze stilistiche, si incontrano: tutte e due parlano di cibo sì come merce di scambio, ma merce preziosa per l'arricchimento della parte più importante del nostro essere, l'anima ed il cervello.
Ogni cuoco vorrebbe avere un suo ristorante come Soul Kitchen, versione ultimi fotogrammi.
Di questi tempi far quadrare i conti oltre la bontà di un menu, la qualità delle materie prime, le grane quotidiane con il personale, le banche, il fisco, la burocrazia, è un'impresa pressoché impossibile (parliamo di ristoranti, non di luoghi di spaccio). Ognuno di noi si inventa o tenta di inventarsi formule magiche per riempire i tavoli tutti i santi mezzogiorni e sere, ma la formula non è ancora stata inventata.
Neanche un sei al superenalotto farebbe cambiare la realtà. Occorre quel colpo di fortuna che non è definibile e che è un mix di luogo, persone da una parte e dall'altra, qualità, gusto, competenza, professionalità, situazione sociale ed economica generale, e tanti pianeti a favore.
Per questo Soul Kitchen piace agli addetti ai lavori. E' un film-catarsi, un passaggio dai casini quotidiani di ogni situazione ad un modello finale in salsa rosa, che va bene nello schermo e ci illude per un momento che vada bene anche per noi.
 

Mercurio a favore 4

Posted on settembre 15, 2010 by Maurice

Tempo di chiamate per lo chef. Non richiamo alle armi che il tempo è ormai scaduto, né una chiamata per cucinare a domicilio. Negli ultimi due giorni mi hanno chiamato per la pubblicazione – con foto – di alcune mie ricette su un libro di prossima uscita, e per un’intervista telefonica per non ricordo quale giornale, anche qui con foto.
HD Issued Blackberry Avrò Mercurio in transito nel segno ("Secondo la mia lettura dei presagi astrali – dice Internazionale.it -, qualcuno o qualcosa che finora hai considerato sterile potrebbe nascondere risorse utili" oppure, secondo Style.it "Avete di nuovo dalla vostra la spinta giusta e la fortuna per ottenere vantaggi, miglioramenti, promozioni, premi, riconoscimenti") o non hanno nulla di meglio per le mani? Mi illudo che sia vera la prima ipotesi.

La lezione di Mourinho, anche ai non interisti 0

Posted on maggio 25, 2010 by Maurice

Ritratto quello che ho detto. Josè Mourinho ha deciso veramente di andarsene. La sua toccata e fuga è durata solo due anni, sufficienti per fare l’Inter, quella squadra che Moratti ha assemblato a suon di milioni per anni, ma alla quale non era ancor riuscito a dare una fisionomia completa, come un puzzle mal assortito dove i pezzi non si incastravano l’un l’altro per farne un’immagine organica.
Mourinho 2Non ho mai amato Mourinho, per ovvi motivi di fede calcistica, ma non solo. Ora che se ne va mancherà anche a me, se non altro per gufargli contro.
I motivi veri li sa solo lui, ma dobbiamo credere a quello che ha detto, fino a prova contraria. Certo, fa pensare che un lavoratore portoghese venga in Italia a sistemare le cose per le quali è pagato, e che poi – prima ancora della scadenza del contratto di lavoro – se ne scappi perché, come ha detto, “non mi sento a casa, non sono allegro, non mi sento amato”.
La lezione che Mou ci lascia è almeno triplice.

Secondo il costume italico un leader se ne va solo a pedate nel sedere, e già è molto. Solo pochi hanno avuto nella storia recente il coraggio e l’onestà di lasciare la poltrona: Zaccagnini, Prodi, Veltroni, Scajola. Tutti dopo un rovescio, e non tutti addossandosi le colpe della sconfitta. Molti, troppi, rimangono nonostante il furor di popolo, gli insuccessi e l’inesorabile età avanzata.
Mou ha fatto la sua scelta al massimo della gloria, nel pieno della maturità giovanile, senza essere responsabile di alcunché di riprovevole.

Non solo, ma se n’è andato dopo aver concluso il suo lavoro, e positivamente. Ricorda, per questo aspetto, il primo Schumacher e pochi altri campioni. E’ la mentalità del vincitore, quella di chi sa di valere, di aver mostrato sul campo i risultati della propria condotta, pronto a ripetersi laddove sia chiamato a collaborare. Non è la mentalità del mercenario (anche se l’aspetto economico non è irrilevante) ma dell’eroe, del Garibaldi che passa la mano dopo aver compiuto l’impresa, senza "obbedisco" ma di sua spontanea volontà.

E c’è un terzo aspetto altrettanto importante che fa riflettere. Nelle sue peregrinazioni da un club all’altro è la prima volta che l’allenatore se ne va perché non si sente a casa sua. "Se davvero a Mourinho  – scrive Enrico Franceschini – non piacesse qualcosa dell’Italia, cosa ci sarebbe poi di tanto strano" ed aggiunge: "Uno che guarda l’Italia da fuori, come sono io,  può immaginare che a Mourinho l’Italia non piaccia anche per altre ragioni, per ragioni che possono sfuggire a chi in Italia ci vive da sempre".
No, non ci sfuggono queste ragioni, ed è per questo che molte braccia e molti cervelli giovani se ne vanno dal Belpaese. L’Italia è il bengodi solo per i disperati del terzo mondo: spesso per farsi strada nella vita, per un futuro meno nero, per realizzare un progetto è necessario andarsene. Personalmente ne so qualcosa, e condivido in pieno il proposito di mio figlio di non tornare più.

Illusione, grande chimera sei tu 0

Posted on agosto 05, 2009 by Maurice

Vittorio Zucconi la chiama “la tassa sulla stupidità umana”. E’ il contributo volontario dei poveri cristi – come il mio Capo, perché io mi rifiuto di collaborare – che tre volte alla settimana versano il loro obolo nelle casse della Sisal e dello Stato, con la pia illusione di poter cambiar vita una volta per tutte.
AliceIo mi rifiuto di giocare per due motivi: a) perchè per imbroccare la combinazione vincente su 633 milioni e rotti di possibilità bisogna avere un fondo schiena dove ci passa una portaerei, e non è di sicuro il mio caso, b) perché non mi va di ritrovarmi deluso e disilluso – dopo tutto il resto – altre tre volte alla settimana.

Ho una mia teoria, che però mi dicono sia sballata in partenza, ma la espongo ugualmente.
Dalle sette e mezza, momento in cui chiudono le giocate, al momento in cui vengono "estratti" i numeri sulle varie ruote, c’è tutto il tempo perché il cervellone centrale della Sisal elabori tutte le combinazioni e partorisca quella che nessuno ha giocato. Il gioco va avanti pressoché all’infinito – con la conseguenza che aumenta sempre più il monte premi e la gente farlocca giochi sempre di più – finché arriva il giorno che qualcuno al  ministero delle Finanze dà l’input che può uscire finalmente un vincitore.
Dicono che la teoria non regge perché le palline escono casualmente, anche se non c’è più il ragazzino bendato. Sarà.

C’è poi la teoria di un mio cliente che mi ha lasciato sbigottito nella sua perversa logica.
Torniamo all’intervallo tra le sette e mezza di sera ed il momento dell’estrazione: il cervellone può mettere a disposizione tutte le combinazioni non giocate per aggiudicarsi i 115.900.000 euro. Bene: escono i 6 numeri che nessuno ha indovinato, salvo uno, che nessuno saprà mai chi è.
La giocata fantasma viene immessa a posteriori in gioco, la memoria delle giocate della ricevitoria vincente viene appena appena ritoccata con la giocata "vincente", il gestore ottiene il suo piccolo  premio, la gente commenta "speriamo che abbia vinto uno che aveva bisogno", e tutto ricomincia tre giorni dopo.
Obiezioni? Nessuna, tanto chi può controllare se e chi ha vinto? Con un piccolo particolare: che il "vincitore" è lo Stato che attraverso il ministero delle Finanze già controlla i Monopoli, la Guardia di Finanza che potrebbe indagare, e tutto il resto.
Lo Stato, che con l’incasso di 100 e passa milioni può pagare, per esempio, la ricostruzione dell’Abruzzo, senza sborsare un’euro di tasca sua, ma con i soldi prelevati agli italiani in maniera indolore.
Alla mia espressione per questo teorema di stupore il mio interlocutore (che pure agisce per conto dello Stato) mi chiede: ma lei ha fiducia nello Stato?
Fate voi.

C’è poi un’amara considerazione, sempre di questo mio commensale. Anche ammesso che qualcuno riesca a vincere realmente tutta la fortuna in palio, non gli rimarrà il becco di un quattrino perché mafia e/o camorra, con mezzi persuasivi di comprovata efficacia, si faranno girare la vincita in qualsiasi parte della terra il super fortunato si sia eclissato.
Un consiglio in caso di vincita: affidatevi ad un notaio. La sua parcella, per legge, è di 50 euro fisse. Ci risentiamo dalle Bahamas, se mi va bene.

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