L’assoluta importanza del titolo 4
Stretti nella morsa del bisogno di informazione e della limitazione temporale, scorriamo i giornali, più che leggerli. Scorrere i giornali significa leggere i titoli e, quando ne troviamo uno di interessante – per l'enunciazione o per i contenuti – ci soffermamo ed allora sì leggiamo tutto (o quasi) il testo.
Prendiamo il dibattito sulla fiducia al governo. Sappiamo già come va a finire (approvato) e quindi la cronaca della giornata, anche se twitterata, non frega assolutamente a nessuno: gli ululati dei quattri cani rabbiosi della Lega, la risata suina di Calderoli, la pennichella di Berlusconi mentre parla Cicchitto, le vajassate della Mussolini contro Fini (a che pro?), la gita di Di Pietro a Samarcanda passando per Bengodi, domani nessuno li ricorderà. Non fanno storia, e neppure cronaca.
Allora andiamo a leggere i commenti delle "grandi" firme, il verbo dei maître à penser, gli opinion maker.
Non vale perdere tempo su quanto scrivono Travaglio o Belpietro, sono come i film sui banditi e gli indiani in bianco e nero: alla fine arrivano sempre i nostri. Non c'è suspence, non c'è trama, vincono sempre i buoni. Visto un film visti tutti, letto un pezzo (o sentito in tv) una volta letto per sempre.
Andiamo allora alla ricerca del titolo più curioso, più accattivante, più pornografico, seguendo con la coda dell'occhio il nome dell'autore. "Sono una mamma col fiatone" di Manuela Campitelli. Ma chi è? Ancora con 'ste palle sulle donne, proprio du' palle. "Nel Parlamento italiano i più pagati d’Europa", non bastavano Rizzo e Stella e Grillo, adesso ci si mette anche LaVoce.info, basta!, ormai sappiamo anche il costo delle pizzette alla buvette del Transatlantico.
Ed ancora. "Non cedere al terrorismo economico!" incita Jacopo Fo; facile dirlo con un conto corrente a otto cifre, più difficile prendere un kalashnikov ed andare a Wall Street a farne fuori qualche decina. Oppure: "Con B. senza Imu ma anche senza casa" scrive Lidia Ravera, dopo che Tito Boeri – valente economista non certo berlusconiano – qualche giorno fa ha smascherato, cifre alla mano, il sensazionalismo dei giornali: tranquilli, per noi poveri mortali con poche decine di mq nulla cambia. Forse la Ravera teme per il suo pied-à-terre a Capalbio e a Porto Rotondo.
Allora per non essere fraintesi sulla propria integrità politica ecco la rincorsa ai distinguo a sinistra, che più sinistra non si può e non si deve per non essere tacciati di inciucismo: "Guardi quanta ricchezza in Italia, signor Monti" di Cannavò, "Pd, il grande assente" di Flores d'Arcais, "Se (anche) Clooney scarica Obama" di Pontiggia, "Pd, partito di latta e flop eterno" di Cornaglia, "Quanto ci costa Monti?" di Carugi.
Questi sarebbero i grandi analisti. Meglio il mio barista Michele, detto Cimitero, che legge solo la Gazzetta dello Sport, ma che sa che questa manovra solo Monti poteva farla (gli altri si sono cagati sotto al solo pensiero), che poi seguiranno gli altri provvedimenti (bisogna ricostruire l'Italia sfasciata da vent'anni di sfascismo), che non si può avere tutto e subito.
Michele, un macchiato con la brioche, e viva la Juve.

Ditemi anacronistico, demodé e tutti sinonimi che vi vengono in mente, ma a me il giornale è quello che si apre scricchiolando, quello che si può piegare. O, nella versione elettronica, quello che mi da il titolo, magari il cappello, l’incipit ed il link per andare a leggere il servizio intero su un’altra pagina. Come il libro, che si sfoglia, si sottolinea o si commenta a margine, a cui si fa l’orecchia o si inserisce il segnalibro per sapere dove siamo arrivati: il tablet – per il momento – non mi affascina affatto.

















