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marzo 17, 2011 by
Maurice
Non si può che condividere lo sdegno di Consumazione Obbligatoria: non ci sono giustificazioni per le parole pronunciate dalle associazioni di categoria fiorentine sui danni economici che il disastro giapponese produrrebbe all'economia del capoluogo toscano.
Non ci sono giustificazioni morali: di fronte ad una catastrofe del genere con 25 mila probabili persone morte – non vacche impazzite o polli infetti, ma persone, persone che erano vive come tutti noi! – nessuna considerazione conomica è pensabile aldilà della tragedia.
E' comunque significativo di quali siano i valori della società attuale: denaro, denaro ed ancora denaro, indipendentemente da quello che avviene appena fuori dal nostro orticello che definiamo sempre più globalizzato. Il ragionamento, intendiamoci, non è appannaggio esclusivo dei fiorentini ma di tutto il mondo: i sacri mercati finanziari hanno "penalizzato" – ma per che cosa? – la borsa giapponese con una ripetuta perdita a due cifre nei giorni immediatamente successivi al terremoto.
Ma accettiamo pure la squallida sfida pecuniaria dei "bottegai" fiorentini. Nel loro ragionamento vi è una macroscopica miopia di analisi socio-economica e di matematica. Il Giappone consta di oltre 127 milioni di abitanti; è probabile che sotto le macerie ed i detriti siano rimaste sepolte 25 mila persone, cioè lo 0,02 % della popolazione. In percentuale il danno che potrebbe subire l'economia toscana potrebbe essere di 49.212 euro, cioè una bazzeccola se distribuito su tutti i beneficiari. A meno che i turisti nipponici nella terra dell'Arno fossero tutti quelli scomparsi.
Conoscendo il carattere del popolo giapponese è invece probabile che da questa tragedia l'economia del Sol Levante ne esca ancor più rafforzata. Anche ammettendo che al momento ci sia qualche piccola ripercussione anche per noi, nel medio periodo è facile supporre un maggior impulso anche al turismo verso l'esterno. E soprattutto verso quei paesi che si sono dimostrati più sensibili al loro dramma.
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Attualità
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gennaio 04, 2011 by
Maurice
Ma forse quest'anno no, perché cade di giovedì e si possono prolungare le vacanze in montagna per altri tre giorni, prima di tornare all'amato tavolo d'ufficio. Stringiamo quindi i denti ancora per un po', prima di tornare ai ritmi di lavoro consueti, senza super affollamenti, cenoni, pre-cenoni e post-cenoni.
Le feste natalizie di quest'anno hanno registrato una novità rispetto agli altri anni: è aumentato il numero di clienti giovani o, per converso, sono diminuite la mezza e la terza età. E' un dato per certi versi interessante, tutto da analizzare.
Forse i "vecchietti" hanno preferito le mete assolate alla neve e al gelo. Potrebbe essere. Un po' come in America, dove i pensionati affluiscono in massa in Florida. Lasciati in cantina sci e scarponi, i nostri possessori di carta oro hanno preferito mettere in valigia bermuda e costumi da bagno per andare a festeggiare il Natale forse sui lidi d'Egitto o a Capo Verde.
Ma ha senso il Natale senza neve e soprattutto su una spiaggia, per quanto dorata?
Certo, è solo una questione di convenzione, di tradizioni tramandate nel nostro continente per secoli, per cui Natale significa neve, abeti con tante luci e palline, il presepe, Babbo Natale o Santa Klaus in abito rosso con tanto di occhialini e barba bianca. Se fossimo nati o cresciuti in California avremmo addobbato le palme con le lucine e saremmo andati a fare windsurf prima del gran pranzo del 25 dicembre.
Però, visto che siamo italiani ed europei, ha senso festeggiare in Brasile o in Thailandia la nascita di Gesù? Solo bisogno di caldo o di sensazioni particolari, o smania di esibire uno status sociale diverso dalla massa? Come per il cibo, personalmente preferisco mangiare la paella in Spagna; forse anche a Palermo c'è qualcuno che fa dei buoni canederli, ma mangiarli in Trentino è tutta un'altra cosa.
Tags: anzianigiovaniNataleturismovacanze
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Attualità
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agosto 28, 2010 by
Maurice
La prima qualità indispensabile in un cuoco, prima ancora di saper fare due uova al tegamino (che non è cosa semplice), è la pulizia, propria e di tutto quello che gli sta attorno. Capelli corti o comunque raccolti sotto il copricapo (ma c’è qualcuno che usa ancora la toque?), unghie corte e ben curate, niente profumi o dopobarba impestanti, cassa malati in caso di semplice raffreddore per non sputare sui cibi, giacca sempre linda, anche dopo aver pulito una bestia appena macellata, mani insaponate e lavate per due minuti dopo aver toccato un uovo od essere andato in bagno, perché anche gli chef fanno pipì e popò, anche se nessuno lo pensa.
Solo dopo tutto questo possiamo cominciare a maneggiare alimenti e pentole.
Non parliamo dei piani di lavoro, dei frigoriferi, dei congelatori, dei contenitori, dei magazzini, di tutto quello che serve per lavorare in cucina: non basterebbero cinque post per illustrare ai visi pallidi norme scritte ed orali che aleggiano sopra la testa di ogni cuoco per essere in regola con norme comunitarie, nazionali, regionali e comunali.
Anticipo le obiezioni: ci sono anche i criminali che contrabbandano i filetti di platessa del 1997 (ottima annata) per appena pescati, ma sono comunque un’eccezione rispetto alla regola praticata dalla stragrandissima maggioranza. Chiusa la parentesi.
L’estate è la stagione a più alto rischio di patologie collegate ai cibi per qualche motivo infetti: fra bolulini, salmonelle, stafilococchi e colera è facile passare qualche giorno in corsia d’emergenza o, nel migliore dei casi, sulla tazza di casa. E l’estate è anche la stagione dove le piazze di città e paesi si trasformano in grandi cucine en plain air per soddisfare le voglie e le passioni per canederli, fritture miste, poenta e osei, baccalà e frittelle, tutto rigorosamente gratis.
Nel borgo l’Azienda di Promozione Turistica ha pensato bene di affidare ai baldi giovani volontari la canederlata di massa in piazza, a conclusione della settimana del Casolét. Ottima iniziativa, con code di gitanti e residenti davanti agli stand che distribuivano, rigorosamente gratis, canederli a tutti. Peccato che a due passi ci fossero anche i ristoranti che – ladroni! – facevano pagare la stessa (si fa per dire) merce. E’ il turismo della fisarmonica.
Al BlogCafè di san Patrignano – almeno quell’anno che sono stato invitato – cinque chef stellati distribuivano (a pagamento) i loro menu degustazione in cinque stand, uno attaccato all’altro. Mi chiedo: è così difficile invitare alcuni ristoranti della zona a fare e distribuire i propri canederli ai vogliosi commensali da piazza? Non mi sembra un’idea tanto aliena, ma, si sa, è così difficile copiare le idee degli altri, soprattutto se i geni del turismo non sono mai andati oltre il ruscelletto natio.
A parte questo, chi controlla la pulizia e l’igiene delle sagre paesane? Dove sono i Nas, la polizia amministrativa, gli ufficiali sanitari? Come al solito, nel paese delle banane c’è chi le mangia, e chi le prende in quel posto.
Tags: controlliigieneNasturismo
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