Il passaggio del Mar Rosso 4
Mars Alam, 11 novembre
Già ero partito prevenuto, Imodium ed integratori della flora batterica in valigia, a debellare sul nascere quanto si racconta sull’alimentazione e le sue conseguenze nei paesi caldi, ed arabi in particolare.
Di fronte agli enormi buffet invitanti non ho saputo resistere ed ho fatto man bassa di verdure cotte e crude, in barba alla salmonella ed affini, condite con vinaigrette à la moûtarde o alla menta. Non mi è capitato niente di strano, ma mi sono beato con cetrioli freschi, melanzane, pomodori, insalata a foglie larghe e un altro ortaggio che dal colore sembrava melone, ma che non sono riuscito a decifrare.
Fortuna? Non credo: al secondo giorno ho assistito nel bel mezzo del servizio di pranzo ad una ispezione sanitaria, non so se interna all’organizzazione o statale. Termometri a sonda registravano le temperature dei cibi esposti nel buffet, mentre altri ufficiali sanitari armeggiavano con provette, tamponi e reagenti. Per essere in un paese arabo niente male, anzi potrebbero insegnare parecchio anche a noi, che ci definiamo un popolo civile.
Sarà perché il villaggio era quasi totalmente pieno di italiani, ma se dovessi dare un voto complessivo sulla cucina non potrei scendere sotto il sette. Certo, due spaghetti al pomodoro e basilico o una bella carbonara ce la siamo sognata, ma anche nei villaggi più osannati non si può pretendere più di tanto.
Un 9 abbondante va al pane, o se preferiamo ai pani, di tutti i tipi, forme, e materie: dalle focaccine non lievitate che somigliavano più alla pasta da pizza tirata sottilissima, ai panini al sesamo, ai semi di finocchio, all’olio, e via discorrendo, passando per le mini focaccine con i peperoni, le melanzane o i pomodori. Il tutto fatto rigorosamente in casa, ogni giorno, freschissimo anche alla sera.
Ho già detto delle verdure. Non ho assaggiato le patate Mussolini, ma chi le ha provate ha detto che era un buon purè. Io promuovo a pieni voti la caponata, i cavolfiori gratinati, i vari ortaggi al forno e l’immancabile riso dai chicchi piccoli e per nulla stracotto, anche dopo mezz’ora di permanenza al caldo nella campana.
Non tutto è andato bene. Il collega della griglia non ci sapeva proprio fare. La carne, che non ho assaggiato e quindi mi fido del parere altrui, era troppo cotta per rimanere tenera. Il pesce, che invece ho provato, una specie di via di mezzo tra le sarde e lo sgombro, era stato impanato nelle erbe che non hanno aggiunto niente al sapore scolorito della carne. Assolutamente niente di eccezionale.
In realtà grandi come i villaggi la pecca della cucina è l’abbondanza delle proposte. Diventa una pecca perché alla fine della giornata è sempre tanto il cibo che avanza e che bisogna riciclare, per forza. Io amo la cucina degli avanzi, perché mette alla prova la bravura e l’estro del cuoco, ma anche perché permette di proporre piatti completamente diversi da quelli di partenza, spesso – se appunto lo chef ci sa fare – con risultati molto appetitosi. Per esempio, ho molto apprezzato un’insalata di seppie ed un’altra insalata di mare al finocchio selvatico, senza aggiunte della solita maionese per amalgamare tutto come un’insalata russa.
Il mio barometro digestivo – che mi sa dire esattamente sulla leggerezza dei cibi – si è sempre mantenuto sui valori alti. Mai una volta ho avuto problemi a digerire, eccezion fatta per i cetrioli che si sentono fino alla sera, anche a casa nostra. La riprova è che sono tornato a casa con qualche chilo in surplus: nulla di preoccupante perché basteranno due giorni di lavoro per bruciare tutto il sovrappeso.


















