L'Isola di cartapesta e silicone mostra le rughe 0
E’ tempo di consuntivi anche per l’Isola dei Famosi edizione 2010, finita come gli appassionati sanno (a chi non gliene importava niente è inutile ricordare com’è andata). Sui vari protagonisti ognuno ha dato e darà la sua interpretazione; la mia opinione – per quello che può valere – è che non ha vinto chi se lo meritava. Non si può avere tutto dalla vita.
I dati di ascolto dicono che l’Isola di quest’anno è stato un flop. Di certo alcune cose vanno riviste se vogliono continuare il format.
Prima di tutto Simona Ventura ha fatto il suo tempo e sotto cerone e silicone cominciano a vedersi le crepe. Voce importante nella scelta del casting, la Simona nazionale ha stufato con i soliti (ig)noti: dopo Albano ecco la Lecciso e speriamo che il prossimo anno non troviamo un altro Carrisi, dopo la Giada ecco la madre della Giada, dopo Francesco dei Pooh ecco Daniele sempre dei Pooh, e avanti con i cloni delle bonone, delle sfigate e dei fotoromanzieri, i burini ed i coatti. Possibile che non riesca ad andar oltre il giro delle sue amicizie e delle sue frequentazioni?
Una pezza alla carenza di veri famosi, disposti a giocarsi due mesi di lavoro, quest’anno è stata messa con il ricorso ai "figli di", oltre ai non famosi già inseriti nelle edizioni precedenti. Non è stata una grande invenzione per risollevare le sorti del programma di Rai2, visti i risultati.
Qualcuno ha detto che è stata un’edizione anonima, forse perché non ci sono state tirate isteriche dei capelli, uomini sull’orlo di una crisi di testosterone, litigate ai limiti della scazzozzata o scene da film porno in versione amatriciana. A proposito: personalmente trovo sempre più volgare il molto poco velato doppiosensismo della Ventura, degno più di Papi che di mamma Rai, anche fuori della fascia protetta. Il "pacco" o la "camporella" non fanno ridere e sanno tanto di avanspettacolo di periferia della peggior specie.
Ma veniamo al format in se stesso.
Il senso dell’Isola è mettere alla prova delle persone – famose o non famose qui non interessa – abbandonate come dei novelli Robinson in mezzo all’oceano per vedere se e come riescono a sopravvivere con i pochissimi mezzi a loro disposizione. La versione reality di Lost, insomma, senza terze dimensioni o escamotage paranormali. Il resto è roba da Grande Fratello.
Quindi: le nomination non hanno senso così come sono. Ma siccome il video ha bisogno di sangue, mettiamo in nomination tutti i naufraghi tutte le settimane; sarà il pubblico "sovrano" (ammesso che il televoto sia credibile) ad eliminare chi nella settimana ha fatto di meno per la sopravvivenza sua e del gruppo. Una Clarissa Bart doveva essere cacciata subito, il cuoco Simone doveva restare dentro per molto tempo.
Il leader del gruppo dovrebbe emergere da prove che siano a 360 gradi, dalla resistenza alla forza fisica, dall’abilità alla cultura. E se è leader deve avere anche gli oneri del leader, come dirigere ed organizzare il gruppo per quella settimana; sarà il televoto a dire se ha adempiuto al suo compito o ha fallito, rimandandolo a casa.
Ipotizzando che si tratti di un gruppo di naufraghi, dovrebbero essere dotati di un minimo di kit di sopravvivenza, a partire da un coltello a testa, abbandonati in un posto che abbia almeno un rigagnolo di acqua sorgente. E non sarebbe male che la selezione del cast avvenisse anche sulla dimostrazione di un minimo di conoscenza di tecniche di sopravvivenza. Insomma, uno splendido lato B è importante ai fini dell’attrazione televisiva, ma un’oca patentata non serve a salvare né se stessa né gli altri. E’ come se – per rimanere nei format venturiani – a X-Factor mettessero in gara una Belen stonata.
Insomma, come tutte le cose l’idea originaria è buona, la sua imitazione sa troppo di cartapesta. Tornare alle origini molto spesso è la mossa più azzeccata.
















